Read the book: «Le nostalgie»
Luigi Gualdo
Le nostalgie

Pubblicato da Good Press, 2020
EAN 4064066073060
Indice
I.
II.
III.
IV.
V.
VI.
VII.
VIII.
IX.
X.
XI.
XII.
XIII.
XIV.
XV.
XVI.
XVII.
XVIII.
XIX.
SONETTI
XX.
XXI.
XXII.
XXIII.
XXIV.
XXV.
XXVI.
XXVII.
XXVIII.
XXIX.
XXX.
XXXI.
XXXII.
XXXIII.
XXXIV.
XXXV.
XXXVI.
XXXVII.
XXXVIII.
XXXIX
I.
Indice
. . . . .
*
Invitte stanno le superne cime
Ancor dal genio umano inesplorate;
Noi, nell'ore moderne scolorate,
Dimentichiamo i mali della vita
Cercando intorno le dorate rime.
Le cerchiamo nell'anima ferita
E nell'azzurra terra ove si sogna,
Le cerchiamo nel ver, nella menzogna,
Nella brama d'un'estasi incompita,
Nel rimpianto dell'uomo, in quel che agogna.
Facciamo scaturire una fontana
Dalla sabbia—e dal mal la Poesia,
Poichè l'evocatrice fantasia
Che non ha culla e che non ha confine,
Dovunque regna e da ogni cosa emàna.
E nel suo regno non vi son più spine,
Non v'è di luce un troppo caldo raggio…
Spira sempre una blanda aura di maggio,
Simile a un soffio di spiaggie divine
Che spande oblìo sovra il terren viaggio.
E là talor dell'immenso poema
Qualche verso ne dice il rio, lo stelo;
Sorge dal suolo una nota di cielo,
Un lampo guizza allo sguardo abbagliato
E intravediam la verità suprema.
Nell'oscuro desir del nostro fato,
Cui sol misterïoso Amore schiara,
Invan cerca lo spirito assetato
Il ver celato dalla sorte avara.
—E forse il nostro sogno è il meno errato.
È il metro stesso che la mente ispira,
E quando in noi sentiam lo sconosciuto
Poter, che tutto intorno a noi fa muto,
Oh l'ascoltiam! Che forse s'ode il vero
Da una corda ancor muta della Lira.
Forse nel ritmo è chiuso ogni mistero
E nella Forma è la suprema legge,
Forse un concerto l'universo regge,
E nelle norme d'un divin pensiero
Ogni stella pel ritmo si sorregge.
Non sveliamo i dolor, l'ire, le piaghe,
Davanti al volgo indifferente, o lieto
Del duolo nostro, ignaro del segreto.
Oh nol cantiamo! Chè noi siam gli eletti,
I soli accolti alle lucenti plaghe.
Soli sediamo ai magici banchetti
E soli entriamo per le argentee porte;
Per noi le antiche dee sono risorte,
Tutto miriamo sotto arcani aspetti,
Cantiam la vita e scrutiamo la morte.
Intrecciamo le gemme alle ghirlande,
Voghiam sul mare verso l'orizzonte,
Fin lontano lasciam le nostre impronte,
Carichi di tesor, di spoglie opime,
L'arte seguiamo paurosa e grande!
Noi ritorniamo vêr le cose prime,
Tentiam svelare ciò che in noi si muove,
Le nostre gioie le troviamo dove
Brillano chiare le dorate rime,
Nella purezza delle forme nuove.
* *
Così, talvolta, quando il bianco foglio
S'annera, e i versi sgorgali dalla penna,
Vedo una fulgida
Mèta e la Musa che col gesto accenna,
E il cor mi batte per rinato orgoglio.
Tutto risplender parmi nella vita
D'onde la triste realtà scompare,
E senza lagrime,
Senza nulla svelar dell'ore amare,
Seguo il sentiero che la Musa addita.
E incontro forme immateriali e pure,
Ma somiglianti a note forme amate,
Figure pallide,
Pupille azzurre arcanamente oscure
E lunghe chiome al vento abbandonate.
Le incontro per la via mesta e serena
Dove il sognare sempre ne conduce,
E mi sorridono
Con uno sguardo strano da sirena,
In cui ritrovo pur l'antica luce.
E là tra i rivi rapidi d'argento,
Nel chiarore lunar che tutto avvolge,
Sull'erba morbida,
Sotto alle piante che non temon vento,
Involontario il canto mio si svolge.
Varia la scena, sorgon sontüose
Ville di marmo in mezzo alla verdura,
Dove ne olezzano
Sui vecchi muri le novelle rose,
E s'apre un atrio pieno di frescura.
Amo errare così per il paese
Vasto del sogno ove tutto s'oblìa…
Ma poi mi sveglio,
La vita torna a diventar palese,
E mi ritrovo sulla dura via.
E allora m'abbandona ogni fierezza,
Ardua fatica è ripigliare il canto;
Il verso languido
Somiglia a debil ala che si spezza,
E rido amaramente del mio vanto.
E parmi allor che la vita nemica
Noi sfuggire possiam sol per brev'ora;
Poichè implacabile
Torna e ne schiaccia con la sua fatica
E il coraggio ch'è in noi sperde e divora.
Pure i miei versi—altera illusïone—
Sembravano condurmi ad una mèta
Lontana e fulgida…
E sorge al guardo mio la visïone
Che ad ora ad ora evóca in me il poeta.
* * *
Il poeta dovria cantar l'eterna
Lotta dell'uom col male e col desire,
L'ardua battaglia
E dei sensi e del cor che ne governa,
La ribellione al duolo nostro sire.
Si dovria dire il Sogno e insiem la Vita,
Approfondendo il vero ed il reale
Ancor recondito,
Poi spazïare ancor nella infinita
Regïon che attira le instancabili ale.
E il volpossente che la musa ispira,
Dal seno della terra infino all'alto
Ignoto vertice
S'inalzerebbe in vorticosa spira,
A ogni ascoso desir dando l'assalto.
Dalle grotte celate al firmamento,
Dalle lagrime apparse all'imo core,
Contando i battiti,
Dal lamento dell'uomo a quel del vento,
Dall'amor della donna a quel del fiore.
Scrutar dovremmo arditi ogni problema,
Dall'eterno mister che su noi libra
Il cielo limpido,
Fino al basso sentire che ne scema
L'intelligenza e in noi la forza sfibra.
Se il robusto voler che l'alma eleva
Sentiamo sol per un fugace istante,
Se manca al povero
Turbato spirto una possente leva,
Al nostro core un palpito costante,
Troviamo almeno in tanto male istesso
Forme novelle all'arte imperitura,
Cantiam l'angoscia
Del morbo arcano ond'è lo spirto oppresso
E i dolor vani aggiunti alla natura.
Ma celar non dobbiam la brama intensa
Di purezza ch'è in noi—acre rimpianto—
Nè il sogno roseo
Che ognor davanti all'occhio d'uom che pensa
Sorge soave tormentoso incanto.
Tentiamo sviscerar dalla moderna
Vita febbrile un'arte ultima e nuova,
D'onde gli acrissimi
S'alzan profumi e dove chi s'interna
L'inconscïente suo mal or ritrova.
Ma ricordiam che batte eternamente
In petto all'uomo un immutabil core,
E che negli ultimi
Stanchi poeti d'una smorta gente
Della lira d'Orfeo l'eco non muore.
II.
Indice
SEPARAZIONE
Weary to death with the long hopeless keeping
The watch for day that never morroweth.
JOHN PAYNE.
A GIUSEPPE GIACOSA
*
Sopra il vasto terrazzo in marmo bianco
Sta, seduta la dama altera e bionda;
L'atteggiamento sul sinistro fianco
Rivela lassitudine profonda.
Attraverso le fronde verdeggianti
Sereno è il cielo sull'immenso mare,
E s'ode l'eco dei remoti canti
De' pescator che van per l'onde amare.
Ella è vestita di velluto rosso
Con ricche trine e gemme rifulgenti;
Il suo corpo divin talora è scosso,
Rabbrividisce… eppur son dolci i venti,
E all'azzurro lontan volge l'azzurro
De' suoi sguardi pensosi, ma l'arcano
Indistinto pensier senza susurro
E senza gesto, va assai più lontano.
* *
Il suo pensier traverso il bene e il male,
Or chiaro or torbido,
Come nave sul mare a gonfie vele
Vola nel sogno verso l'ideale.
Ella ha sete e vorrìa l'assenzio e il miele,
La manna e il tòssico,
E sente in seno l'onda d'una brama
Che or soave diventa ed or crudele.
Ella giunge le mani e attende e chiama,
Tra speme e tedio,
Il presentito compimento ignoto
E la gioia fatal che ha sol chi ama.
Chi ama e vive e più non sente il vuoto
Dell'ore rapide,
E la pace che fa invocar la guerra,
E l'avvenir che ognora è più remoto.
E il suo core talor tutto si serra
E cessa il palpito,
Ma poi torna il desir senza la speme
E le sembra esser sola sulla terra.
E mentre ignara del suo mal pur geme,
La solitaria
Dal cielo implora i tormentosi affanni,
Purchè vi sia chi con lei pianga insieme.
E che dan le dovizie a' suoi vent'anni?
L'avito orgoglio
E le turbe inchinate al suo passaggio?…
Ella vorrebbe dispiegare i vanni
Dell'alma ardente al fulgido miraggio!
—Ma resta immobile,
Schiava del fato, con la testa china,
Nè sa perchè tanto l'attrista il maggio;
Nè sa perchè, quando il sole declina,
E malinconica
Scende la sera sulle umane cose
E par misterïosa la marina,
E sullo stelo languono le rose,
E le mestissime
Note lontane dell'Ave Maria
S'odon venire in tra le piante ombrose,
Ella sente un conforto ignoto pria,
Ed una languida
Pace discende sullo spirto stanco
E dormire per sempre ella vorrìa,
Ma invano poi sull'inquieto fianco
Sonno benefico
Attende mesta fino alla mattina.
Oh! perchè abbrucia il suo guanciale, bianco
Come la neve sopra vetta alpina?
E perchè pallido
Ogni dì più diventa il suo bel volto,
Più flessüosa par quando cammina?
E che le fa l'aureo crin disciolto
Ad ogni zeffiro,
E che le forme pure e sculturali,
Se l'occhio indarno all'orizzonte è vólto?
Se indarno sente che le batton l'ali,
Se niun può leggere
Le cifre arcane che il suo sen racchiude,
Le aspirazioni giovani, immortali?
Tremando, con la mente ella dischiude
La strada al torrido
Lontan paese ove il suo sire ha vinto
Le barbare tribù feroci e nude,
E d'onde dee tornar, di gloria cinto,
Al freddo abbraccio
Di lei che invano egli amerìa d'amore,
Mentr'ella ha il cor dal dover solo avvinto.
Ella tutto darebbe—e lo splendore
Delle sue caccie,
E le sale dorate ov'ella deve
Sotto un sorriso ascondere il dolore,
(Mentre la luce le fa il cor più greve)
E le magnifiche
Gemme pesanti sulle bianche spalle,
Pari a rugiade sparse sulla neve,
E le vesti per oro antico gialle,
E pur le candide
Storiche perle della sua corona,
E il feudo antico e monte e piano e valle,
Per un dì sol di vita vera e buona.
* * *
Sotto il terrazzo, per l'angusta via
Dalle libere frondi ottenebrata,
Un giovanetto pallido s'avvia
Verso la mèta della sua giornata.
La mèta incerta ov'ei sarà la sera,
La borgata ove forse avrà riparo.
Va col liuto ad armacollo e spera
Che il castellan non gli fia troppo avaro.
La chioma bruna scende in molli anella
Sul collo bianco e sul farsetto umile,
Ha l'occhio grande e ner, parvenza snella,
E il sorriso sul labbro giovanile,
Mentre lo sguardo è già pensoso e triste
E il magro viso è contro il mal già fiero
Come di chi traverso al duol persiste.
—Tal va l'ignoto e bello passaggiero.
* * * *
E andando per la strada polverosa
Egli fantastica
Come si suole nell'età primiera
Quando la vita appar misteriosa.
E sente in cor cantar la primavera.
Stormir le foglie
Della speranza in tra i fior sboccianti,
E avvicendarsi un'allegrezza altera
Alla mestizia dei primieri incanti.
Poichè nell'animo
Ei già presente le vicine lotte
Tra il ver crudele ed i desiri affranti.
E spesso son le note sue interrotte,
Nè per l'irrompere
Dei singulti saprebbe una ragione…
Pur piange spesso quando vien la notte,
Poi lo rinfranca ancor la visïone
Piena di gloria
D'un avvenir purissimo e ridente,
E sente che uscirà dalla tenzone
Incoronato da una luce ardente
E con il premio,
Ignoto ancor, d'un bacio pien d'oblio,
Pien di memorie celestiali spente.
Ma l'alma sua è mesta nel desìo
Indescrivibile,
Ed una ingenua pace ognor s'estolle
Involontaria dal suo petto a Dio.
E nelle vene il sangue gli ribolle,
E qual da freccia
Ferito è dal desire indefinito
Della lontana sua speranza folle.
Perchè gli diè natura il guardo ardito
Fatto al dominio,
Pur dolce sì che fino all'alma arriva?
E il portamento libero e spedito,
La mano bianca del lavoro schiva,
Il volto pallido
Ed i bruni capelli inanellati,
La mente tanto imaginosa e viva?
Perchè il suo spirto aspira ai grandi fati,
Alle battaglie,
All'avventure ed ai perigli strani,
Alle pene sublimi, ai dì beati?
Contento ei già vorrìa morir domani
Purchè una pioggia
D'amor sentisse scender nel suo core,
E tener fra le sue due bianche mani
Potesse nella calma che in amore
Segue la torbida
Divina ebrezza che fa l'uomo altero
E gli fa rinnegare ogni dolore.
Oh! se trovasse in mezzo al suo sentiero
La mesta e giovane
Castellana sognata lungamente
Nelle malsane gioie del pensiero,
Superba e di bellezza risplendente,
Ma resa languida
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