Read the book: «Garibaldi»
Francesco Crispi
Garibaldi

Pubblicato da Good Press, 2022
EAN 4064066087388
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tratto dalla Nuova Antologia, giugno 1882
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La Nuova Antologia vuol rendere anch'essa il suo tributo alla memoria di Giuseppe Garibaldi. Ed il suo direttore, con una squisita cortesia, della quale gli son grato, ha invitato me, che non sono redattore della rinomata effemeride, per adempiere tale ufficio.
Dopo tutto ciò, che in questi giorni fu detto e scritto di Garibaldi, è un'opera assai difficile il poterne ancora degnamente ragionare. Non già che il tema sia esaurito, ma perchè mi sembra esser necessaria un'abilità che confesso di non avere, per soddisfare le non ordinarie esigenze dei lettori. [pg!5]
La biografia di un uomo—sia pure un grande statista od uno scienziato—è subito fatta. Ma non si può tesser la vita di Garibaldi senza fare la storia italiana degli ultimi 50 anni. E non basta!
Se Garibaldi, sin dalla prima sua giovinezza, ebbe un culto per la patria, se i suoi pensieri, i suoi studî, le sue cure, le sue opere non ebbero altro scopo—l'anima sua generosa spaziava nell'infinito; il dovere per lui non aveva limiti di territorio, egli era il cavaliere dell'umanità. Ed allora come ricordare questa parte della sua vita senza toccare il problema ancora insoluto delle nazionalità, senza parlare dei popoli, che lo invocarono nei momenti del pericolo, che sperarono in lui, ed alla difesa dei quali egli concorse colla spada o con la parola?
Nato dal popolo, educato ai principii della democrazia in un paese dove infrenata era la libertà, egli intravide la istituzione della republica con un Re. Ciò parve una contraddizione agl'ideologi della politica: ai republicani che non ritengono possibile e duraturo il regime da essi prediletto senza il periodico mutamento delle persone nella suprema magistratura dello Stato; ai monarchici, [pg!6] i quali presentono la instabilità delle dinastie nel trionfo della democrazia.
Garibaldi al contrario trovava ad armonizzare nella sua mente questi due estremi, Popolo e Re. Laonde egli non credeva tradire la sua coscienza quando al 1859 ed al 1860 scriveva nella sua bandiera il motto: Italia e Vittorio Emanuele. Molto meno credeva poter offendere il Re, quando parlava della republica italiana e del suo avvenire. S'illudeva intanto, quando, pei loro fini particolari, i monarchici al 1859 si vantavano di aver conquistato Garibaldi; e più tardi, al 1879, i republicani s'illusero sperando che Garibaldi fosse ritornato a loro e ch'essi avrebbero potuto valersi di lui per la distruzione della monarchia.
Io non so come sarà governata l'Europa da qui a 50 anni. Penso intanto e sono profondamente convinto, che per la monarchia del diritto divino non vi sarà posto. Quello che valgono i grandi Stati costituiti in republiche, ve ne dà un esempio la Francia; e però, per dare pace duratura alle nazioni, non ci si offre che un solo rimedio, ed è l'attuazione del concetto garibaldino di un Re capo della [pg!7] democrazia. Fortunatamente per l'Italia, Garibaldi s'è fidato ad una dinastia, la quale comprende le tendenze dei tempi. Essa non può dimenticare che il principato nazionale è sorto dai plebisciti, e che tradirebbe le sue origini, se osasse arrestare il progresso.
Fin qui ho definito, senza volerlo, la mente politica del nostro eroe; ma ciò non basta, perchè il quadro sarebbe incompleto, se non delineassi l'uomo nella società. Noi siamo nel secolo delle plebi, e nessuno più di Garibaldi ne presentì il prossimo avvenimento e ne patrocinò la redenzione. Ma anche in questo s'ingannarono quei socialisti, i quali avendolo attirato nei congressi internazionali, credettero valersi del suo nome per legittimare le loro teorie.
Le sofferenze dell'operaio e la tirannide della borghesia, gli scioperi e le coalizioni, la necessità di mettere l'accordo tra coloro che lavorano e coloro che ne profittano, erano tanti problemi la cui soluzione egli spingeva col cuore. Ed ammirava il lavoratore della terra e degli opifizi, e onorava i sacrifici dei suoi militi sui campi di battaglia.
Quando nel 1863 ferveva il brigantaggio nelle Provincie napolitane, e le Camere [pg!8] discutevano le leggi eccezionali per estirparlo, egli osservava che erano imputabili il governo e la borghesia. Il suo cuore si spezzava alle notizie degli stragi e del sangue versato; e quando gli parlavano di quegli sciagurati, i quali assaltavano e distruggevano le fattorie, scannavano il bestiame, bruciavano gli alberi e le messi, egli rispondeva che colà era una questione sociale, la quale non si poteva risolvere col ferro e col fuoco. Un giorno, raccontandogli uno de' suoi amici che i briganti, condannati dai consigli di guerra, affrontavano imperterriti la morte, egli ebbe ad esclamare quanto eroismo miseramente sciupato! cotesti uomini, traviati dal delitto, sarebbero stati soldati valorosi all'appello della patria.
Il partito internazionale si lusingò un momento di aver l'ausilio di Garibaldi, dopo che gli aveva consentito a recarsi al congresso di Ginevra. Nulla di più assurdo; e se i socialisti non se ne sono convinti, basterebbe ricordar loro il fatto che Garibaldi si rifiutò al 1871 di portare la sua spada in difesa della Comune di Parigi, e nol permise a suo figlio Menotti, che vi era stato chiamato.
Il partito internazionale rinnega la patria [pg!9] e la famiglia. Pe' suoi apostoli la costituzione spartana è un rancidume, perchè essi vogliono abbattere le frontiere domestiche e le frontiere nazionali.
Le frontiere domestiche e le frontiere nazionali erano sacre a Garibaldi. Egli aveva una venerazione per la famiglia; e la patria per lui era una religione.
Garibaldi voleva l'indipendenza e la libertà di tutti i popoli; ma non soffriva che l'Italia perdesse la sua autonomia. Quanto egli amasse la famiglia, lo sanno coloro che lo videro in mezzo ai suoi cari, e che dal 1874 in poi assistettero alle lotte del suo cuore, ardente come egli era di assicurare l'avvenire a' suoi bimbi.
Il ministro Mancini ed io abbiamo preziosi autografi di Garibaldi, diretti a noi prima e dopo la celebrazione del suo matrimonio. Scelgo una delle sue lettere, e ne fo dono ai lettori della Nuova Antologia, perchè nelle parole di lui si rivela la grande anima dell'uomo e del patriota.
Agl'internazionalisti varrà di lezione:
«Caprera 13, 1880.
«Mio carissimo ed illustre Crispi.
«Da molti anni vincolato a voi nel mutuo amore per questa nostra Italia—che ebbimo la fortuna di servire [pg!10] insieme sui campi di battaglia—io vi devo la generosa cooperazione al compimento del mio sacro dovere, che mi ha costituito oggi felice e tranquillo sulla sorte dei miei cari.
«Con somma gratitudine sono per la vita
«vostro G. Garibaldi.»
Quando fui a Caprera pei funerali del compianto Eroe, la vedova mi volle nella sua camera per dirmi, che egli le aveva raccomandato più volte di ringraziare gli amici di quello che avevano fatto per la sua famiglia, e che l'aveva incaricata di dichiarar loro che egli moriva tormentato dal pensiero che Nizza appartenesse ancora ai francesi.
Coloro che dopo la sua morte han parlato e scritto di Garibaldi, han ricordato le cento battaglie da lui vinte, la strategia del gran capitano, la preveggenza e la calma di lui sul campo di battaglia.
Io non sento il bisogno di ripetere le stesse cose, perchè nulla direi di nuovo e nulla aggiungerei a ciò che tutti sanno.
Sul campo di battaglia Garibaldi era un veggente. Il suo viso splendeva, i suoi occhi fulminei sorridevano, egli vedeva tutto, prevedeva tutto, nulla gli sfuggiva, [pg!11] avreste detto che egli assistesse ad una festa: ludum bellicum.
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