Read the book: «Economisti del cinque e seicento»
Gasparo Scaruffi, Geminiano Montanari, Antonio Serra
Economisti del cinque e seicento

Pubblicato da Good Press, 2020
EAN 4064066072780
Indice
I
PROEMIO
CAPITOLO I
CAPITOLO II
CAPITOLO III
CAPITOLO IV
CAPITOLO V
CAPITOLO VI
CAPITOLO VII
CAPITOLO VIII
CAPITOLO IX
CAPITOLO X
CAPITOLO XI
CAPITOLO XII
CAPITOLO XIII
CAPITOLO XIV
CAPITOLO XV
CAPITOLO XVI
CAPITOLO XVII
CAPITOLO XVIII
CAPITOLO XIX
CAPITOLO XX
CAPITOLO XXI
CAPITOLO XXII
CAPITOLO XXIII
CAPITOLO XXIV
CAPITOLO XXV
CAPITOLO XXVI
CAPITOLO XXVII
CAPITOLO XXVIII
CAPITOLO XXIX
CAPITOLO XXX
CAPITOLO XXXI
CAPITOLO XXXII
CAPITOLO XXXIII
CAPITOLO XXXIV
CAPITOLO XXXV
CAPITOLO XXXVI
CAPITOLO XXXVII
CAPITOLO XXXVIII
CAPITOLO XXXIX
CAPITOLO XL
CAPITOLO XLI
CAPITOLO XLII
CAPITOLO XLIII
CAPITOLO XLIV
CAPITOLO XLV
CAPITOLO XLVI
CAPITOLO XLVII
TAVOLA
APPENDICE
I
II
III
IV
II
ALL'ILLUSTRISSIMO ED ECCELLENTISSIMO SIGNOR. IL SIGNOR DON PIETRO FERNANDEZ DE CASTRO. CONTE DE LEMOS, MARCHESE DI SARRIA, CONTE D'ANDRADA E DI VILLALVA,. DELL'ORDINE DELLA MILIZIA D'ALCANTARA,. COMMENDATOR DELLA ZARZA, DELLA CAMERA DI SUA MAESTÁ CATTOLICA. E NEL REGNO DI NAPOLI. VICERÉ, LUOGOTENENTE E CAPITAN GENERALE, ECC.
PROEMIO
PARTE PRIMA
CAPITOLO I
CAPITOLO II
CAPITOLO III
CAPITOLO IV
CAPITOLO V
CAPITOLO VI
CAPITOLO VII
CAPITOLO VIII
CAPITOLO IX
CAPITOLO X
CAPITOLO XI
CAPITOLO XII
PARTE SECONDA
PROEMIO
CAPITOLO I
CAPITOLO II
CAPITOLO III
CAPITOLO IV
CAPITOLO V
CAPITOLO VI
CAPITOLO VII
CAPITOLO VIII
CAPITOLO IX
CAPITOLO X
CAPITOLO XI
CAPITOLO XII
CONCLUSIONE DI QUESTA SECONDA PARTE
TERZA PARTE
PROEMIO
CAPITOLO I
CAPITOLO II
CAPITOLO III
CAPITOLO IV
CAPITOLO V
CAPITOLO VI
CAPITOLO VII
CAPITOLO VIII
CAPITOLO ULTIMO
CONCLUSIONE
APPENDICE
III
PROEMIO
CAPITOLO I
CAPITOLO II
CAPITOLO III
CAPITOLO IV
CAPITOLO V
CAPITOLO VI
CAPITOLO VII
CAPITOLO VIII
CAPITOLO IX
CAPITOLO X
CAPITOLO XI
CAPITOLO XII
CAPITOLO XIII
CAPITOLO XIV
CAPITOLO XV
CAPITOLO XVI
CAPITOLO XVII
CAPITOLO XVIII
CAPITOLO XIX
BIBLIOGRAFIA
I
Indice
L'ALITINONFO
DI MESSER GASPARO SCARUFFI REGIANO
PER FARE RAGIONE E CONCORDANZA D'ORO E D'ARGENTO, CHE SERVIRÁ IN UNIVERSALE TANTO PER PROVEDERE AGLI INFINITI ABUSI DEL TOSARE E GUASTARE MONETE, QUANTO PER REGOLARE OGNI SORTE DI PAGAMENTI E RIDURRE ANCO TUTTO IL MONDO AD UNA SOLA MONETA
ALL'ILLUSTRISSIMO SIGNORE MIO OSSERVANDISSIMO IL SIGNOR CONTE ALFONSO ESTENSE TASSONI DEGNISSIMO GIUDICE DE' SAVI E CONSIGLIERE SECRETO DEL SERENISSIMO SIGNORE IL SIGNOR DON ALFONSO QUINTO DUCA DI FERRARA, ECC.
Chi vorrá considerare i generali disordini che tuttodí si sentono e sonosi quasi in ogni parte del mondo da molti anni in qua sentiti, e anco quelli che seguir potrebbono per la varia alterazione, che sinora è stata usata e piú che mai si usa e si userá di continovo, se non vi si provede, delli prezzi e valori dei due preciosi metalli, oro ed argento, tanto non coniati quanto anco ridotti in monete—non si trovando forma o regola, con la quale essi debbano in universale esser mantenuti per sempre in una reale e proporzionata corrispondenza cosí delli pesi come delli valori; ma piú tosto che siano, come sono, ogni qualch'anno mossi e di qualche valore accresciuti, e ciò secondo la varia disposizione degli appetiti degli uomini, tutto che i prencipi frequentemente con quella maggior diligenza che possono, sí come fa il serenissimo duca nostro signore, cerchino, con gride, bandi ed altri simili mezi, di fermarli in un giusto essere e in diversi modi a ciò provedere;—e chi vorrá insieme pensare con quanti danni e bestemmie degli uomini la peste di questa commune alterazione domini e regni, chiaramente conoscerá con qual giusta occasione, spinto dal zelo del ben commune e non per alcuna mia particolare ambizione o interesse, io mi sia mosso a scrivere questo Discorso, per mezo del quale io spero (quando egli sará dal mondo accettato) che si dará tal forma e regola ad essi oro ed argento, che da ora inanzi non si temerá dell'incendio, che (com'ho detto), giá tanto tempo fa, il mondo consuma e distrugge. Né qui si dee alcuno maravigliare come io mi sia posto in questa fatica, nella quale per i tempi passati tanti altri, piú di me svegliati e di tal maneggio studiosi e prattici, non hanno avuto ardire d'implicarsi, percioché, forse da questi essendo stato conosciuto con quanta difficultá si possano le giá permesse usanze dal mondo levare ed in vece loro nuovi riti ed ordini introdurre, non hanno voluto in questa impresa ingerirsi. Ma io, c'ho molte fiate intorno questo fatto pensato, e che appresso mi trovavo in obligo verso Sua Altezza per la promessa fattale, col mezo però e parola di V. S. illustrissima, quando io fui, ha giá quattr'anni, mandato dalla mia patria sopra il trattato delle cose delle monete ambasciatore al detto serenissimo prencipe; posto da banda ogni rispetto né istimando fatica alcuna, ho scritto quanto in questo Ella potrá vedere, con ferma speranza di dover fare cosa giovevole al mondo in generale, onorevole ed utile a' prencipi, e sopra il tutto gratissima a Dio, ed anco (come mi rendo sicuro) da non dispiacere a detta Sua Altezza ed a V. S. illustrissima; alla quale ho voluto questa mia fatica indrizzare, sí per l'obligo ch'io le tengo infinito, sí perché so che, mercé sua, di cuor Ella mi ama. Restami solo a pregarla ad essermi intorno ciò scudo e difensore contro le lingue di coloro che sopra ciò cercheranno di mordermi, non volendo col loro retto giudicio conoscere e possedere intieramente la veritá del fatto da me proposto: ché tutto ciò riceverò in singolar grazia da lei. Alla quale facendo umilmente riverenza, prego da Nostro Signor Iddio ogni contentezza e felicitá.
Di Reggio, il 16 maggio MDLXXIX.
Di V. S. illustrissima
obligatissimo servitore
GASPARO SCARUFFI.
PROEMIO
Indice
Non è dubbio alcuno, se gli uomini avessero cosí sempre al giusto ed all'onesto riguardo sí come alle volte dall'utile e dal proprio interesse abbagliati trasportare si lasciano, che molti inconvenienti, che tuttodí per diverse cagioni, e in particolare per rispetto dell'oro e dell'argento che si riducono in monete, accadono, corretti affatto rimarrebbono. E perché alla maggior parte delle genti a questi tempi pare che questi due preciosi metalli siano quasi ultimo fine al quale vengono gli umani pensieri indrizzati (dico quanto per li maneggi mondani); e sí crede, anzi si tien per fermo, che dalla correzione over concordanza loro ne seguirebbe che le azioni da essi dipendenti si modererebbono ed ogni abuso e disordine levato ne verrebbe; essendo stati alli tempi passati, come anco di presente sono, senza regola ferma e senza ordine universale, nel far danari (com'è manifesto) dispensati, e per ciò ne sono causati, e tutto dí ne nascono, cosí gran disordini nel far pagamenti tanto in un'istessa cittá e da una cittá all'altra quanto anco da una provincia all'altra, e ne nasceranno de' maggiori, se non vi si provede: laonde, avendo io sopra ciò considerato e discorsone piú volte nella mente mia, e tenendo per fermo che quasi da tutti si desideri che vi sia un sol ordine col quale si dia ad essi oro ed argento una forma, una lega, un peso, un numero ed un titolo di valore, con i quai mezi siano da tutti li zechieri compartiti in tal proporzione concordante nel far monete, ch'esse restino per sempre nelli loro reali dati valori, e che le giá fatte e quelle che si faranno in una cittá o provincia siano accettate nell'altre cittadi e provincie senza opposizione e impedimento alcuno; ed essendomene poi anco giustificato per via de' conti, e conosciuto non esser cosa difficile da fare, se ben in apparenza il contrario si mostrasse, ed acciò (per cosí dire) tutto il mondo n'abbia a sentire beneficio e consolazione; però mi son proposto di porre insieme questo Discorso, che è il vero lume di far conti giusti d'oro e d'argento in concordanza cosí delli non coniati come delli giá ridotti in monete e di quelli che s'avranno da coniare; e, con quella maggior brevitá che fia possibile, darò ad intendere quello che si debba osservare.
Mi riman solo a pregare Nostro Signor Iddio che cosí voglia inspirare i prencipi, de' quali l'effettuare questo mio proposito è sola incombenza, a far essequire tutto ciò, tanto per lor proprio quanto per commune interesse ed utile; e mi rendo sicuro che i popoli, conosciuta la veritá di tal fatto e maneggio, con animo lieto accetteranno gli ordini facili di questa nuova zeca universale, tanto al mondo necessaria.
CAPITOLO I
Indice
Che in tutte le cose fa di bisogno che vi sia ordine e regola.
Per occasione del soggetto che di presente si ha da trattare, primieramente saper si dee che, sí come tutte le cose, che si comprendono sotto il peso, sotto il numero e sotto la misura, deono essere da una forma certa regolate, che ad un fin le guidi; cosí parimente nel maneggio dell'oro e dell'argento, per ridurre le cose che da essi hanno dipendenza al loro debito fine, ed in particolare il far monete di varie leghe o finezze, quali siano di giusti dati valori e di real corrispondenza in tutti li pagamenti nel conteggiarle, e che stiano per sempre nel loro giusto essere, e che non possano esser mai tose e guaste o fose per rifarne altre, è necessario trovare un ordine ed una regola che a guisa di forma ad essi serva.
CAPITOLO II
Indice
Che cosa sia oro ed argento puro.
Perché si dee prima sapere che cosa sia oro ed argento, ancorché tutto ciò sia da molti conosciuto, nondimeno io dico l'oro essere un metallo generato nelle viscere della terra, il piú nobile di tutti gli altri; appresso il quale nel secondo luogo l'argento segue. La cagion della nobiltá loro, al mio giudizio (tralasciando però le ragioni naturali), da altro non viene se non che per la virtú loro stanno in ogni cimento di fuoco, e mostrano paragone delle loro perfezioni in esso fuoco: cosa che non possono fare gli altri metalli.
CAPITOLO III
Indice
Che cosa sia oro ed argento misto.
È però d'avvertire che tutto l'oro e l'argento, che giamai, tanto in vasi o in altre cose simili quanto in ogni sorte di monete cosí antiche come moderne, fosse o sia o dovrá esser al mondo, ciascun di loro, nella sua sostanza, tutto è stato, è e sará il medesimo e d'una istessa qualitade. Egli è ben vero che, per la varietá e quantitá delle misture che con essi sono state accompagnate, e come anco molte volte sono cavati cosí dalle minère, in apparenza vari e diversi si sono dimostrati e si dimostrano. Ma in effetto, parlando d'oro e d'argento, è di bisogno intendere di quelli che siano puri e non con altra cosa misti. Il che si può facilmente conoscere, se siano puri o no, col mezo del ceneraccio, della coppella o del cimento: modi sicurissimi per separare da essi ogni sorte di mistura che con loro accompagnata si trovasse.
CAPITOLO IV
Indice
Qual si dee intendere oro ed argento puro.
Dico adunque che quasi tutto l'oro e l'argento, o almeno la maggior parte di essi, cosí li grezi delle minère come quelli che sono ridotti in monete ed in ogni altra sorte di opere, sono accompagnati con rame o stagno o piombo o altro metallo. Ma quell'oro, che si dice esser «puro», si chiama in Italia e in altre provincie «di denari vintiquattro»; e similmente l'argento fino si chiama «di dodici leghe»: le quali nominazioni dovranno necessariamente e fermamente in tutti i luoghi esser osservate; e ciò per avere la loro dipendenza dal numero duodenario, il qual è numero perfetto. E questi sono de' quali intendo di ragionare, avendo io per sempre nel conteggiarli, ed in particolare sopra il fatto delle monete, la detta compagnia loro per esclusa.
CAPITOLO V
Indice
La cagione perché si trova men oro che argento, e qual forma o proporzione si trova tra loro.
Per cognizione delle cose in questo Discorso contenute, dico che, trovandosi molto men oro che argento, da altro non procede se non perché piú raro il numero delle cose piú preciose che delle meno sempre si trova. Quindi nasce che, considerata la real proporzione che tra essi si trova, qual è ch'una parte d'oro puro a peso vaglia per dodici di fino argento appunto (per ordine, come credo, cosí dato da Dio ed osservato dalla natura, e come cosí anco è stato dichiarato dal divin Platone nel suo dialogo intitolato Ipparco, overo «del desiderio del guadagno», overo «dello studio di guadagnare», come nel fine dí esso), fa di bisogno e si è sforzato con viva ragione e con real fondamento apprezzare o valutare essi oro ed argento con prezzi certi, a similitudine delli pesi, di uno per dodici e dodici per uno, per poter fare le leghe corrispondenti in proporzione, per far monete di varie sorti che restino per sempre nelli loro reali dati valori. E' quali prezzi, ancorché non siano mai stati in uso a detti preciosi metalli con ordine fermo, né in particolare né in universale, né meno apertamente descritti e dimostrati da esso Platone né da' suoi commentatori, è necessario però che si mettino in osservanza per sempre, tanto per li non coniati quanto anco per quelli che saranno posti in zeca, accioché da tutti li zechieri siano per l'avenire compartiti in far monete che siano di giusti e proporzionati dati valori, e di reale corrispondenza nel conteggiarle in ogni sorte di pagamenti, e che non si possano mai piú fondere o guastare per rifarne altre.
E perché si sa che 12 volte 6 fanno la somma di numero 72, ed il numero 6 nel 72 vi entra 12 volte, però i prezzi o valori di essi saranno questi: cioè che il prezzo dell'oro puro sia di lire 72 per oncia, e quello dell'argento fino sia di lire 6 d'imperiali l'oncia, giusti e fermi; i quali prezzi sono (forse cosí per voler di Dio) quasi conformi e i piú accosti o vicini alli valori e prezzi dati ed usati ad essi oro ed argento in questi nostri tempi. E, quando anco non vi fossero stati, facea di bisogno ridurli in effetto sotto i detti certi e terminati valori, ancorché tutto ciò fosse paruto cosa di gran maraviglia alle genti per molte cagioni, e massimamente perché, quando si fossero tassate le monete, le quali fossero giá state fatte e compartite sotto maggiori o minori valori delli suddetti, cioè dell'oncia dell'oro e dell'argento, esse sarebbono poi riuscite di molti alterati o diminuiti valori, per conto del puro e del fino loro, ed a similitudine di tutto quello che si tratta nel capitolo VIII, sopra il peso di una libra piú greve o piú leggiera di quella di Bologna. E' quai valori cosí proposti non dovranno mai piú, per cagione alcuna, esser mossi ed alterati da questa terminata forma e regola, per le ragioni annotate in molti luoghi del Discorso, ed in particolare nel capitolo XXIX, se si vorrá ch'essi preciosi metalli possano, com'ho detto, esser giustamente compartiti da tutti li zechieri e contisti di zeche ed altri con i debiti mezi, cioè saggi, bilance e conti loro, nel far monete di varie sorti; essendo detti numeri e valori con ogni perfezione a ciò veramente proporzionati, come si mostra nel capitolo XXXIII; col mezo de' quali da essi contisti non si faranno mai intervenire rotti alcuni nelle leghe di esse monete, e nel tassare anco tutte le monete finora fatte dovranno servare l'ordine istesso, come nel capitolo XIV. Onde ne succederá che tutti li conti, che poi si faranno tra essi oro ed argento, tanto i giá coniati quanto quelli che per l'avenire saranno in monete ridotti, si troveranno per sempre confronti e giusti, per causa del puro e del fino che si troverá essere proporzionato, cosí in qualunque sorte di monete come anco in ciascuna di esse monete. Oltre che, ciascuno in tutti li pagamenti averá il fatto suo con oro ed argento realmente, e non con i valori che alle volte sono dati con i sopranomi alle monete, e sí come chiaramente tutto ciò si vederá nelli seguenti capitoli e tariffe, che si descriveranno.
CAPITOLO VI
Indice
Ciò che s'intenda per peso e numero di oro e di argento.
Avendo detto che una parte di oro a peso vaglia per dodici di argento, si viene per un modo reale a far manifesta e chiara la forma e l'ordine che si debba tenere in compartirli nel far monete. Ora resta a sapere che «peso» altro non è se non una determinata quantitá, come a dire una libra, un'oncia o simile; e per il «numero» s'intende tanto il numero della quantitá di ciascuna sorte di monete che n'anderá alla libra quanto il valore di ciascuna moneta.
CAPITOLO VII
Indice
Il modo col quale si dee osservare la forma ed il numero nell'oro e nell'argento che si ridurranno in monete, accioché ogni persona abbia il suo.
Essendosi di sopra narrato che cosa sia forma, peso e numero, rimane a sapere il modo col quale ciascun di loro osservar si debba; e ciò sará cosa facile da fare, osservando questi ordini: cioè, se escludendo tanti rotti che si usano nel fare le monete, cosí nelli pesi come nelle finezze e loro valori, tutte si facciano di oro e di argento puri, over accompagnati secondo le determinazioni nelle seguenti tariffe descritte; e che su le monete siano segnati con numeri aritmetici i loro valori, le finezze o leghe, e quante ne vadino alla libra di ciascuna sorte, come nel capitolo XXII.
Sará ben necessario che per ciò siano fatti nuovi campioni, che stiano presso il publico ed anco presso i privati, accioché ciascuno possa minutamente vedere il fatto suo; come si dice nel capitolo XLVI, nella terza parte ch'appartiene al publico.
Non resterò anco di avvertire che sarebbe bene porre ordine nell'arte degli orefici; cioè che sopra i loro lavori, come vasi, bacini, piatti ed altre simili opere di oro o d'argento, nelle quali però non obsti la picciolezza, fossero segnate le loro finezze, nette da saldature, col nome o marchio del maestro ch'avesse fatto tali opere e col nome o segno della cittá ove fossero state lavorate, accioché si potesse per sempre conoscere il giusto fino che in esse fosse e non si avesse poi causa di farne altri saggi per chi non le volesse guastare per allora, ed anco accioché ciascuno le potesse poi sicuramente contrattare.