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Alfredo Panzini

Novelle d'ambo i sessi


Pubblicato da Good Press, 2021

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066070878

Indice

a EMILIO TREVES.

IL TOPO DI BIBLIOTECA.

CLOROFÒRMIO.

COSE DA MANICÒMIO.

VERBI TRANSITIVI E VERBI INTRANSITIVI.

NAVIGARE!

IL TELEGRAMMA.

SOTTO ZERO.

LA MARTINGALA.

ANTONIO E CLEOPATRA.

LA BORA.

IN SALMÌ.

LA CASA DELLE VECCHIE.

CIRILLINO E CIRILLINA.

LA LAMPADA SPENTA.

a EMILIO TREVES.

Indice

Gentilissimo signor Emilio, non è mia la colpa se vedo ancora la di lei imagine davanti a me; e conceda che io la chiami ancora così, signor Emilio, come del resto tutti la chiamavano nello Stabilimento; chè ella diceva che il titolo di commendatore le serviva soltanto per quando andava all'albergo.

Ella non può credere lo stupore che mi colse quel pomeriggio del 30 gennaio 1916, quando nel cortile della sua casa di via Brera, n. 21, vidi la piccola bara che racchiudeva il grande editore.

Era tutta coperta di viole.

Ella, nella vivacità del suo spirito, pure a ottantadue anni, tante cose disegnava per il domani; fuor che la morte. Ed essa è venuta! Ma può darsi anche che la morte sia una cosa che riguardi gli interessi privati della natura, non noi; ed è per questa supposizione — chi ne sa nulla? — che mi par di ragionare con lei, come se lei fosse ancora in vita. Ed ecco, veda, che mi pare di sentire la sua parola che ripete:

“Voi fate sempre troppa filosofia„. Eppure, signor Emilio, la filosofia è, per ogni setta di filosofi, niente altro che la ricerca di Dio.

“Sì, ma voi credete che al pubblico questa cosa interessi?„ E rideva.

Chi può dimenticare i suoi formidabili scoppi di amabile scetticismo che non ammettevano rèplica?

Proseguiamo allora. Dunque attorno alla sua bara c'erano tutti quelli della sua Casa in sincera afflizione. E gli operai, idem; perchè essi sapevano che lei era stato un grande lavoratore. Poi c'era tutta la letteratura, quella combattente. C'erano i suoi autori, c'erano gli autori degli altri, c'erano tutti gli editori, perchè tutti le volevano bene, anche quelli che dicevano male di lei. Non mi sembra che ci fossero rappresentanze della letteratura d'archivio, forse perchè lei diceva che era l'editore dei vivi, e non dei morti.

Comunque, il funerale si svolse per le vie che conducono al Monumentale, assai composto, come tutti i grandi funerali a Milano; eppure a me pareva che pel corteo si diffondesse come un'onda di bohème. Chi sa perchè? forse perchè rivedevo la sua giovanile, irrequieta letizia ogni qual volta le pareva di scoprire in un manoscritto le cellule vitali dell'arte? o forse perchè presso di me camminava quell'errabonda Sibilla; e più avanti, sopra la gente, la testa di Raffaello Barbiera, argèntea, chiomata, mi ricordava gli ultimi romantici? o fors'anche per quella bara, in quel pomeriggio cinereo, coperta del dolce fiore della giovinezza? o fors'anche per un'insurrezione di fantasmi: Serra, giovane, morto combattente, Slataper, giovane, morto combattente, D'Annunzio lungi, nel combattimento?

I nostri cavalieri d'Italia, signor Emilio; i nostri gentiluomini, sono essi sorti da questa, o negletta o oltraggiata, modesta borghesia italiana!

Ahimè, signor Emilio, le varie nostre plebi (e non d'Italia soltanto) hanno succhiato troppo latte alle molteplici mammelle del materialismo teutonico per potere sperare piena vittoria!

E si ricorda, signor Emilio, quel giorno, nel suo studio così ben riscaldato (l'Italia non era ancor entrata nel conflitto), che ella mi additava la Revue des Deux Mondes, ove erano elencate per documento le prime atrocità teutoniche?

Il suo volto esprimeva — non so bene — se più terrore o stupore. Ricordo che io sorrisi. Effetto di buona filosofia, signor Emilio! Sostanzialmente lei stupiva come nel mondo potessero convivere tutti gli aggeggi del comfort e dell'elettricità — di cui era ricco il salotto — con sìmili orrori.

Sorrisi, perchè io mai riposi la mia fede nel comfort e nell'elettricità. Che cosa è la scienza, da sola? Anche atrocità.

Ma poi la sua innata serenità riprese il sopravvento, dicendo: “Torniamo ancora a lavorare„.

Ebbene, torniamo ancora a lavorare, signor Emilio. Ora la sua Casa continua a lavorare, io continuo a lavorare, come ne è prova questo volume. Il quale mi piace intitolare al suo nome, sciogliendo così un vecchio obbligo di riconoscenza; non per le percentuali, ma, sinceramente, perchè devo a lei e ai suoi conforti se io fra tanti silenzi e commiati, e per tanti anni, ebbi fede in questo genere di lavoro che si fa con la penna e con l'inchiostro. Nel qual genere di lavoro a me sembra che sia venuta l'ora di sostituire alla gran toilette orchestrale della nostra prosa un po' di semplicità che riveli come siam fatti, anche a costo di spiacere alle dame. Perciò signor Emilio, non me ne sappia male se in queste tormentate novelle troverà qualche nudità, qualche traccia di quella filosofia che si chiama humour o amarezza di riso, dicendo lei che il pubblico non ne capisce, o non ne vuol sapere. Lei ha ragione come editore; ma non le pare, signor Emilio, che il nostro allegro ottimismo ad ogni costo sia una forma di inerzia mentale? non crede lei, signor Emilio, che convenga mutar rotta?

Roma, li 25 novembre 1917.

Alfredo Panzini.

IL TOPO DI BIBLIOTECA.

Indice

Nel tardo autunno dell'anno 19.. il professor Fulai, appartenente allo Stato Maggiore dell'alta cultura, era alquanto preoccupato.

Il signor Sigismondo Fulai era ancora un imponente uomo. La sua salute era regolare; i suoi denti erano regolari e sorridevano con grazia e sopportazione. La sua testa, benchè contenesse una biblioteca (un'altra biblioteca del pari ordinatissima esisteva in casa, primo piano nobile, verso giardino), incedeva eretta, con bel dondolamento. La sua voce era pacata e soave, la sua pelle era rasata, le sue scarpe scricchiolavano eleganti e sempre lucide per opera di Battista.

Battista (e non il Battista) era il nome del suo domestico, il quale dava col piumino contributo alle schede; ed era giunto a conoscere i libri della biblioteca dalle rilegature dei medesimi.

*

Ora per cause tuttora ignote, nel tardo autunno del detto anno, i topi avevano invasa la biblioteca; quella del primo piano verso giardino; e questa cosa era preoccupante.

Feroci, inafferrabili, questi malvagi topi avevano perpetrato guasti notevoli. Un incunàbolo — ad esempio —, l'Ars Moriendi, con rarissime silografie di Lorenzo Coster d'Harlem, era stato rosicchiato. V'era poi il topo burlone, che era andato a mettere il nido proprio dentro l'armadio della camera da letto del signor Professore, e da mezzanotte all'alba, durava con uno sgretolamento così tenace che a giudicare dal fracasso doveva essere un bestione come il gran Maligno. Durava tutta la notte quel lacerante rumore, e se per caso cessava, ciò non avveniva che per un raffinamento di crudeltà: appena il signor Professore si assopiva, e lui ricominciava.

— Che ne dite, Battista, della mia congettura che sia lo stesso topo che ha deturpato le silografie del Coster?

Molto egli odiava codesto topo, quasi come odiava quei falliti che chiamavano lui topo di biblioteca; perchè il professor Fulai era gentile sì, ma velenosetto.

Che se egli stava nelle biblioteche ed archivi, — come del resto il chimico sta nel gabinetto e l'astronomo nella specula, — non si pensi per questo che egli fosse come uno di quegli antichi nostri arruffati umanisti che si diceano intenti a risuscitare i morti. Fulai era, anzi, mondanetto, nè privo con le dame di amàbili arguzie: tutt'al più riusciva ad addormentare i vivi.

*

— Battista, — diceva al suo fidato domestico, — questa invasione di topi è preoccupante. Nell'armadio vi deve essere poi un enorme mus decumanus.

— Signore, — diceva Battista, — la gatta della portinaia ha figliato. Mi sono fatto tenere due micini che ancora prendono il latte. Attenda qualche giorno, e poi vedrà che il solo odore del gatto manderà via i topi.

— Voi credete?

— Certamente, e intanto provvederò con qualche trappola.

— Oh, egregiamente pensato! — disse il Professore.

E Battista collocò alcune trappole; due nella libreria ed una nell'armadio, e le fornì di buon'esca.

Ora, una notte, il signor Professore sente che l'orribile rumore è cessato di botto: poi sente un nuovo, ma piccolo, curioso rumore.

— Tu se' giunto! — esclamò dantescamente il signor Professore; e mette fuori le gambe dal letto, infila le pantofole, apre la corrente della luce, apre, infine, l'armadio e vede un piccolo quid caudato, che s'agitava vorticosamente attorno per la trappola.

Era il maligno topo! Possibile che fosse lui solo e così piccolo? Sì, un solo, minuscolo topolino, perchè, spenta la luce, non si udì altro rumore più.

— Apollo Sminteo non ti salverà, — pensò il signor Professore, e voleva ora dormire: ma era ormai mattutino e i vetri segnavano il lividore del giorno autunnale. Ah, possedere un nemico in gabbia, sia esso uomo o topo, e poterne far strazio senza alcun pregiudizio, è tal cosa da far perdere il senno. Il Professore scese dal letto, prese la trappola e, alla luce del giorno, esaminò il suo nemico.

Il topolino si rivolse a preghi, e disse: “O Professor, per lo tuo Iddio, non esser sì crudel!...„.

Ma il Professore prese un puntuto tagliacarte, e due o tre volte trapassò le sbarre della trappola, ma non colse il suo nemico, onde ne ebbe dispetto.

— Attendi e vedrai nuovo ludo! — disse, ed affocò il tagliacarte alla fiamma di una candela; ma sebbene sapesse a menadito tutti i duelli di Ranaldo e di Ferraguto, non riuscì neanche allora ad infilzare il topolino.

Se non che il topo aveva, per sua mala ventura, la coda e questa sporgeva fuori della trappola. Il Professore, che si era intanto riscaldato nel combattimento, capì senz'altro il vantaggio che si poteva ricavare da quella coda; e benchè con ribrezzo, la prese, tirò, ed immobilizzò il topolino, che, intelligente anche lui, si agitava furibondamente con la parte del corpo non immobilizzata per meglio schermirsi; e intanto digrignava e scopriva l'apparecchio formidabile, in tanta sua piccolezza, degli acuminati denti. Le due pupille, poi, quelle due capocchie nere, balenavano la disperata rabbia. Ma il Professore, al contrario dei cavalieri antichi che per onor di cavalleria colpivano davanti, colpì di dietro perchè era più facile. Il ferro rovente penetrò, e uscì allora da quel topo uno strido lacerante. Il topo si abbattè: batteva convulsamente i piccoli denti. Sussultava ogni tanto nel piccolo corpo, che si gonfiava e si comprimeva: poi i sussulti cessarono.

Allora il signor Professore ebbe l'idea di uccidere un topo morto. Ma “cortesia fu lui esser villano„!

Levò il topo dalla trappola, e sospèsolo per la coda, ne lasciò cadere la testolina puntuta, orecchiuta, dai feroci baffi, su la fiamma della candela.

Fu allora che il topo dimostrò al Professore che non è tutta fantasia quello che si legge dei cavalieri antichi, i quali per quanto si martellassero, non erano mai ben morti.

Al contatto della fiamma, il topo scattò, si rivoltò in su. Fu lesto il Professore a lasciare andare la coda; ma più balenante fu la mossa del topo, ed il Professore ebbe per un orribile istante la visione, e anche la sensazione, dell'abominevole topo sospeso coi denti al suo dito pollice.

*

— Battista, non avete voi dell'acido borico? — suonò questa insolita voce nel corridoio silenzioso.

Battista, quando il signore chiamava, aveva ordine di portare il caffè al signore, che lo sorbiva a letto; e di non parlare se non per qualche speciale avvenimento meteorologico, successo durante la notte.

Ora quella mattina, Battista, accorrendo, vide il signore già alzato, in mutande rosee, presso i vetri, occupato a scrutare il suo dito pollice.

No, egli non aveva dell'acido borico.

— Ebbene, recatevi alla più vicina farmacia e fatevi dare un potente disinfettante.

Battista sparì, e poco dopo rientrò, ma desolato: il farmacista non poteva dare potenti disinfettanti senza l'ordinazione del medico. Poteva dare il lysoform; e Battista rientrava, infatti, con una latta contenente il detto lysoform, antisettico potente, di grato odore, non velenoso: distrugge tigna, scabbia, scarafaggi, lumaconi, come era dichiarato nella dicitura. Il signor Professore lavorò con molta pazienza intorno al suo dito pollice, con molto di quel disinfettante, finchè Battista si permise di avvertire il signore che se voleva recarsi all'inaugurazione del Sanatorio, era tempo di cominciare a vestirsi.

In quel giorno, infatti, alle ore dieci, si inaugurava il Sanatorio provinciale dei tubercolosi con l'intervento di un sottosegretario di Stato nonchè di tutti i personaggi rappresentativi della città e provincia, in tuba e redingote. Il professore Fulai rappresentava l'alta cultura e perciò anche lui doveva intervenire. Il senatore X*** si era spostato apposta da Napoli, ed avrebbe parlato. Una dozzina di automobili impazienti trasportò queste tube e queste redingotes attraverso il grigio della campagna spoglia, a dodici chilometri dalla città, dove in una posizione, che tutti giudicarono “oh, splendida!„, sorgeva il Sanatorio. Poi le tube nere e le redingotes nere girarono in lunga fila per le corsie, abbaglianti di bianchezza; ammirarono il gran loggiato, esposto a mezzodì, esclamarono molte esclamative ammirazioni, che significavano: “Come staranno bene qui i signori tubercolosi!„. Quindi il senatore X*** fece un quadro grandioso della tubercolosi o peste bianca. Portò dati statistici impressionanti, rispetto ai quali le statistiche dei morti nelle grandi battaglie sono una ben lieve cosa; poi entrò nella parte polemica, riguardante la cura della detta infermità, e questa seconda parte entusiasmò il pubblico dei sanitari.

Ma il professor Fulai era posseduto da un'insolita agitazione. Quelle statistiche di morti, quelle piramidi di morti, quell'edificio bianco in cui dovevano abitare i condannati a morte, gli producevano un'insurrezione di immagini funerarie. Vedeva le logge popolate dalle file dei tubercolosi immobili; la foresta funeraria dei pini; la spera infaticabile del sole che gl'infermi saluteranno senza sapere se la rivedranno ancora. Quella festosa polemica dei signori medici gli parve una mostruosa cosa, una lacerante contraddizione.

In condizioni normali il professore Fulai non avrebbe avvertito nulla di tutto questo: egli non sarebbe morto nè in guerra, nè tubercoloso: dunque la cosa non lo riguardava. Tutt'al più sarebbe morto come Francesco Petrarca, con un codice in mano, per effetto di un soffio soave, come si spegne una candela.

Ma in quel giorno egli non si trovava in condizioni normali, e perciò percepiva cose che comunemente non si percepiscono. Gli pareva che gli dolorasse il dito pollice.

Che strana agitazione crescente! Ah, finalmente è finita quella lugubre conferenza: finalmente egli si può muovere! Vede che tutte quelle redingotes sono festanti; tutti vanno a complimentare l'oratore. Ma Fulai guarda il sole che, dal basso arco del cielo, rompe la bruma autunnale, si proietta su la gran corona nera dei pini, sull'edificio bianco.

Al ritorno, in automobile, egli si trovò proprio di fronte al commendatore G***, direttore del laboratorio farmacologico dell'Università. Il commendatore G*** era molto infervorato con un suo collega a commentare il discorso del senatore X***: “Straordinario! — diceva. — Vero, professore (si rivolgeva a Fulai), che anche dal lato letterario, è stato uno splendido discorso?„.

Ma la presenza di quel farmacologo e batteriologo aveva suscitato nel professor Fulai una smània spasmodica di interrogarlo su la esistenza dei microbi; come infettano l'organismo, come si procede alla disinfezione, alla cauterizzazione in caso di morsicature; sull'efficacia del lysoform.

— Ah, il lysoform? — Tutti quei tre medici ridevano ironicamente sul lysoform. — Molto efficace, commercialmente.

— Allora la cauterizzazione? — domandò Fulai.

— Io non credo che tale pratica sia raccomandabile, — rispose l'illustre farmacologo. — Vi sono dei virus che, appena trenta ore dopo l'innesto, sono già passati irremissibilmente ai centri....

— Ma scusi, commendatore, io ho letto che il torrente sanguigno si muove con una maggiore lentezza.... — si permise Fulai di osservare.

— Ma non tutti i virus, caro signore, si propagano attraverso il sangue. Il virus rabbico si propaga, ad esempio, attraverso i nervi e non attraverso il sangue. Le morsicature nelle parti scoperte, come la faccia, o i polpastrelli delle dita, che sono ricchissimi di filamenti nervosi, permettono la invasione dei centri in meno di trenta ore. Oh, Dio! io non posso mica fare un trattato di batteriologia qui in automobile....

Il professor Fulai non parlò più: non per effetto di quelle parole, cioè che il “virus rabbico si propaga attraverso i nervi„ ma per uno choc gelido, immobilizzante. Da quello choc — come da nube nera nel cielo — si scatenò un ciclone. Era un'idea unica cresciuta d'improvviso, a dismisura: mostruosa idea che girava attorno vorticosamente nella scatola cranica di lui, come il topo nella trappola: girava sradicando, traendosi dietro tutte le idee della vita consueta. “Ferma!„ diceva Fulai. Orribile tortura invisibile! Non poteva fermare. Non esistevano più freni nella scatola cranica.

A casa, l'ottimo Battista aveva preparato la solita igienica e delicata colazione; ma la zuppa raffreddava: e tre volte blandamente aveva bussato alla porta dicendo:

— Signore, è in tavola.

Ma il Professore era con le pupille fisse su di un dizionarietto, dove era scritto: Rabbia (Rabies): malattia virulenta, comune all'uomo e a certi animali, cani, lupi, gatti, ecc., manifestantesi con sintomi nervosi, poi con sintomi di depressione e terminante con la morte.

— Battista! — si sentì chiamare Battista con voce insolita, — avete voi trovato un topo morto nella mia camera?

— Sì, signor padrone.

— E dove è?

— È nella pattumera.

— Ebbene, quel topo bisogna ritrovarlo nella pattumera e portarmelo, — disse con raccapriccio, — e se non ci riuscite voi, chiamate un uomo dell'arte.

Battista, dopo mezz'ora di lavoro fra le immondezze, aveva trovato.

— Ah! bene. Non voglio vedere: mettete in una scatola.

Poco dopo un uomo usciva frettolosamente di casa: esso portava la sua morte nella tasca del suo paltò.

*

Il basso edificio rosso, nuovo, dove era scritto in grandi caratteri: Istituto Antirabbico, sorgeva in mezzo ad un giardinetto, appena fuori della vecchia porta daziaria.

Fulai suonò ad una porticina che era semiaperta. Si presentò una pingue donna con le braccia nude e tutta coperta da un lungo camice bianco.

— Il dottor R*** c'è?

— C'è, ma non so se possa ricevere.

— Portate, portate questo, — e diede il biglietto di visita.

La donna scomparve: il Professore rimase solo nella stanza, bianca, nuda, soffocante dal calore e dall'odore dell'etere: nel mezzo, su di una lastra di vetro, sorgeva un apparecchio, e dentro l'apparecchio era fissato un coniglio, vivo, scorzato e sanguinante sul mezzo del cranio. Fulai rabbrividì.

— Entri pure: riceve, — disse la donna.

La donna tornò al lavoro del coniglio.

Nel salottino attiguo dove entrò, il Professore vide il giovane elegante dottor R*** che si levava dal suo tavolo e diceva:

— A che debbo l'onore, signor Professore?...

Il Professore mostrò, per sorridere, tutti i denti bianchi. Volle parlare stando in piedi. Aveva un gran convulso.

— Un caso strano, — disse, — egregio dottore, un caso da romanzo, anzi da novella fantastica. (Proprio quello fra i generi letterari, per cui il signor Professore nutriva il maggior disprezzo.)

Egli dovette ben raccontare tutto, e tutto era giustificatissimo quando si pensi che i topi gli avevano rosicchiato quel prezioso incunàbolo dell'Ars Moriendi con le silografie di Lorenzo Coster d'Harlem.

— Va bene, ma scusi, — disse il dottore, che pur essendo assai giovane, parlava, o pareva al signor Professore che parlasse con una odiosa meticolosità dolciastra, proprio come lui, Fulai, era abituato di parlare, — come ha fatto questo topo a morderla?

— Io lo presi per l'appendice caudale, credendolo morto.

— Ma lei non doveva, mi perdoni, prenderlo per la coda! In altri termini, lei ha martoriato l'animale....

Era mortificante che un uomo così grande dovesse confessare di aver martoriato un animale così piccolo, ma siccome nella mente del Professore stava inchiodato il tremendo sospetto che i maltrattamenti avessero potuto provocare nel topo lo sviluppo della rabbia, così fu costretto a confessare.

— Il volgo crede infatti, — disse il dottorino, — che i maltrattamenti, la sete, l'astinenza sessuale possano ingenerare la rabbia. Ma non è opinione attendibile.

— E allora? — chiese il Professore, che, per la prima volta in sua vita, si vedeva mescolato col volgo.

— Allora per trasmissione, cioè per innesto. Bisognerebbe, quindi, supporre che il topo di cui si ragiona, fosse stato, alla sua volta, morsicato da un gatto già infetto, il che si presenta poco verosimile.

— Ma non è inverosimile, — azzardò timidamente Fulai.

— Non è inverosimile, — confermò il dottorino con una calma esasperante; eppure la calma era fra le virtù più pregiate da Fulai.

— Sì, ma l'origine prima del virus rabbico?... — domandò Fulai; e quelle due parole, virus rabbico, gli davano una pena che non le poteva proferire: si arrestava spaventato davanti a quelle due parole, come davanti ad un abisso.

— Quanto all'origine, — disse il dottorino con un sorriso a labbra sigillate, — lei ne sa più di me: felix qui potuit rerum cognoscere causam, come dice Lucrezio.

La citazione era per triplice verso inesatta, ma a Fulai — quel giorno — non importò niente.

— Quando è così, dottore, io posso essere autorizzato a credere che la rabbia possa svilupparsi negli animali irragionevoli anche sotto l'azione di qualche strazio fisico....

— Se le fa piacere, può anche credere così....

— Piacere...; scusi, anzi mi fa dispiacere: ma siccome non è del tutto irrazionale, dato il punto oscuro dell'origine di questo male, così ero venuto da lei per avere una prova indiscutibile, una prova di gabinetto....

— Ah, se le fa piacere, ben volentieri; ma occorre un reperto batterioscopico....

— Inoculare un coniglio come quello che ho visto là? — chiese il Professore inabissando di nuovo nel suo folle terrore.

— Noi possiamo agire anche in modo più sollecito, — disse il dottorino con compiacimento, lisciando la barbetta —, possiamo fare l'esame istologico; guardare se nel cervello si trovano i così detti corpi del Negri. Ma converrebbe avere il materiale di perizia....

— Il topo?

— Già; ma in buona conservazione. Se la putrefazione ha invaso più o meno il pezzo di esame, la prova si presenta malsicura.

— Il fatto è avvenuto stamane....

— Oh, allora andiamo benissimo.

Che strana sensazione quell'avverbio benissimo in un caso così tragico! Ah, gli insensibili uomini della scienza! Eppure anche lui, Fulai, godeva della sua insensibilità nel sezionare con la critica le anime dei morti.

Il Professore porse l'orribile cartoccino. Il dottore lo svolse, scoprì il topo, lo guardò con piacevole curiosità.

— Si direbbe che sia stato anche bruciacchiato — disse guardando con occhi di indagazione, di sotto in su, il professor Fulai.

— È stato il domestico.

— Ah, bene. Allora passi o mandi qui domattina, e le sapremo dare la risposta che lei desidera.

*

Quando fu la dimane il dottorino arrivando con placido ritardo all'Istituto, trovò il Professore che andava su e giù davanti all'ingresso. Balbettava, era curvo, aveva due lividi sotto gli occhi: le pupille erano lucide, il rossore del viso, malsano: balbettava, dico, convulsamente.

— Ma lei, scusi, — disse il dottorino, — mi pare alquanto agitato.

— Sì, un po' agitato, — disse Fulai sforzandosi di sorridere.

— Non mi meraviglia: è un caso dei più frequenti. Noi abbiamo oggi in cura quarantacinque morsicati, e tutti da cani riconosciuti idrofobi, che vengono qui, allegri, indifferenti....

—.... allegri, indifferenti? — ripetè automaticamente il Professore.

— Ma certo! I più sono di campagna, gente che ha il bene di non pensare. Capita invece l'individuo che ci pensa, e sopravvengono allora i più strani fenomeni di autosuggestione. Timore del tutto infondato! Pensi; sopra tremila persone curate nel nostro Istituto, le statistiche non dànno che due insuccessi, cioè una mortalità di zero, zero sessantasei per cento.

— E se io fossi il terzo insuccesso? — domandò Fulai, a cui solo il suo caso stava a cuore.

— Il suo caso? Benissimo!

— Ha visto?

— Adesso vediamo. Così vede anche lei.

La donna paffuta, dalle braccia nude e dalla tonaca bianca, lavorava attorno ad un altro coniglio: prese dalla scansia e porse al dottore un piccolo vetro. Andarono di poi, il dottore e Fulai, di là nel gabinetto.

— Ora vediamo, ora vediamo.

Il dottorino si levò, appese il suo raglan, depose la sigaretta nel piattellino, scoprì un lucido istrumento, un microscopio; adattò, girò, guardò.

Era spaventosamente calmo quel piccolo uomo.

— Ebbene? Ebbene? Ebbene?

— Come le dicevo ieri, niente; reperto negativo.

Il professor Fulai da ventiquattro ore si trovava in uno stato che non è facile dire: intanto quell'idea folle e turbinosa nella scatola cranica; poi tutti gli organi come inchiodati, serrati, frenati che non agivano più, gli organi della respirazione, della digestione: per contrario l'organo del cuore andava disperatamente come un cavallo che ha preso la mano al guidatore, e le pupille gli si erano sbarrate sì che non poteva dormire. Oh, un ben deplorevole stato! Ora quando il dottorino disse: reperto negativo, sembrò che quella idea folle che girava nel cervello, fosse scomparsa per effetto di magìa, come scompare un pipistrello (che è una specie di orribile topo) dal soffitto di una stanza dove è penetrato e dove gira vorticosamente: e insieme provò la sensazione deliziosa degli organi, che, serrati, gli si aprissero: vi entrava l'ossigeno, la gioia di vivere.

Ma fu un attimo solo; per sua mala ventura gli saltò in mente di chiedere: — Matematicamente?

A questa domanda il volto del dottore si concentrò, un po' cupamente, con grande terrore di Fulai che lo spiava.

Il dottorino, benchè in un'altra branca dell'umano sapere, era seguace dello stesso metodo che seguiva il signor professore Fulai nelle sue ricerche d'archivio: nulla affermava senza il documento.

— Ebbene, l'esame istologico negativo, — disse gravemente il dottorino, — non è bastevole. Conviene innestare una cavia o un coniglio, avere la pazienza di attendere da un minimo di venti giorni ad un massimo di quattro mesi, sissignore, quattro mesi! e dopo possiamo dire matematicamente. Scusi, professore, ma lei ne vuol sapere più di noi che ci viviamo in mezzo?

Una tenue disputa si accese tra i due scienziati: l'uno aveva studiato le carte, le cartapecore, le pergamene, i codici, i papiri; l'altro aveva studiato i pezzi anatomici, i nervi, i parenchimi, i vari cocchi a catena, a lancia, a bastone, a virgola: aveva lavorato col microscòpio: ma nessuno dei due aveva studiato quella grossa bestia che è l'uomo; non la avevano osservata con gli occhi più adatti, cioè con gli occhi semplici, gli occhi puri, quelli che ha dato Iddio; perciò la disputa fra i due scienziati fu alquanto acerbetta.

— Ma, illustre professore, — disse il dottorino, — io le dico: “si fidi!„. Ma lei vuole il documento matematico; ed io non glielo posso fornire, nessuno glielo può fornire se non da qui a quattro mesi, e per l'appunto così....

Per l'appunto in quel punto la donna dalle braccia nude recava un coniglio nero, penzoloni per le orecchie. Una specie di crisma sanguinoso e mortale era segnato fra le due orecchie. Il coniglio fu collocato dalla donna in una gabbia dalle forti sbarre di ferro, dove si mosse vivacemente, anzi si mise subito a mangiare. Il dottore vi incollò un cartellino con la data: 28 novembre 19.., e disse: — Se lei, professore, viene qui, tra otto giorni, vedrà questo coniglio che non si muove più, che non mangia più. Se invece mettiamo in gabbia un altro coniglio, inoculato col cervello del suo topo, da qui a quattro mesi lei lo trova ancora vispo, allegro, come è questo qui, adesso. Io ne sono convintissimo; ma matematicamente, scusi, matematicamente, io come scienziato non lo posso dire, e lei non lo può pretendere.

— Quando le cose stiano così, — disse il professore Fulai, — facciamo la prova matematica, così io, dopo, sarò anche più tranquillo....

— Benissimo, ed io farò innestare un bel coniglio, — disse il dottorino.

— Io la ringrazio della sua gentilezza, e mi abbia per iscusato se mi sono espresso un poco vivacemente.

Il dottorino accompagnò il Professore sino alla porticina di servizio: lì attese che il Professore varcasse il cancelletto del giardino. Al quale limitare come il Professore fu giunto, si voltò e fece un bel saluto col cappello; il dottorino dal limitare fece, alla sua volta, un altro bell'inchino, e la porticina lentamente si chiuse.

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16 January 2025
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120 p. 1 illustration
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4064066070878
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