Read the book: «Ombre di occaso»
Alfredo Oriani
Ombre di occaso

Pubblicato da Good Press, 2021
EAN 4064066070274
Indice
PROLOGO
IL MELODRAMMA
IL MISTERO DELL'ANARCA
ANDRÉE
AL MARE, AL MARE
DALLA LAGUNA
LA BANCAROTTA DELLA SCIENZA
IL DUCA DI REICHSTADT
PASQUA
L'ADDIO
CHECCO
IL MARITO CHE UCCIDE
LA VERGINE
LA TESTA DI BISMARCK
LA POESIA DEL DOLORE
EPILOGO
PROLOGO
Indice
Signora,
Casolavalsenio, 23 ottobre 1900.
Chiunque voi siate, straniera per sangue e per lingua, lontana al di là dell'Alpi e del mare, o vicina in qualche città o campagna d'Italia, non vi ho mai veduta e non vi vedrò. Non so nemmeno se siate bella, ma io non lo sono più da quando le rughe si ammassarono sulla mia fronte, e i capelli ne caddero lentamente come le foglie in autunno, quando l'aria si raffredda e le notti allungano la tenebra triste.
Perchè dunque vi scrivo?
Anche questa è una contraddizione del nostro spirito, che nei troppo lunghi soliloqui finisce col rivolgersi ad un fantasma pel bisogno supremo di non essere solo, e di sentirsi almeno dinanzi il silenzio di qualcuno, che ascoltando gli rattenga il pensiero nei limiti della parola. Solamente coloro che sono soli, possono comprendere la necessità di parlare e di scrivere ad un fantasma senza nemmeno fingersi il suo aspetto.
Siete voi bionda o siete bruna? Nei vostri occhi la luce ride come sull'azzurro dei laghi o lampeggia come dalle tenebre di una notte? La vostra bellezza si manifesta col ritmo delle forme o erompe come un comando da qualche loro dissonanza? Il vostro pensiero è di quelli, nei quali si entra a riposare come in uno ospizio, o somiglia al muro alto e inviolabile dell'ultimo confine, che arresta finalmente i pellegrini?
Nessuna immagine femminile mi risorge adesso nella memoria delle sue più oscure lontananze, quando le carezze al bambino sono come l'ombra e la rugiada che salvano i fiori troppo teneri: tutte le altre donne, che conobbi più tardi, passarono invece senza avermi conosciuto per non tornare mai più. Comunque ad altri apparissero belle, i miei occhi sentirono allora così vivamente i difetti della loro bellezza che oggi ancora per quelli soltanto potrei riconoscerle, mentre la mia anima ha dimenticato per sempre i loro amori indarno caldi del raggio o frizzanti dell'aroma primaverile. Che cosa avrei potuto chiedere loro, che non chiedevano nulla credendo di concedere tutto in una breve ebbrezza, sulla quale il pensiero s'innalzava come un vapore tosto disciolto dal sole o disperso dal vento?
Il sogno rinnovato dai poeti nelle generazioni invocando la donna bella ed amante alla quale tutto il cuore possa aprirsi e la mente piegare nella stanchezza delle visioni troppo remote, non si formò mai nel mio spirito. Forse questo sogno comincia nella culla coi sorrisi che la circondano, forse si ripete nel primo aprile della giovinezza dall'adorazione di quelle stesse donne ancora vigilanti sopra di noi, e già gelose di altre donne; ma il sogno infiammandosi ascende allora per un altro cielo pieno di stelle che cantano, di trasparenze che abbagliano, sereno come la fede e tuttavia mutevole come la speranza, che sorvola tutte le nuvole ed insegue in ogni fruscio un'altra ala fuggente di sogno.
Per credere alla donna bisogna averle sempre creduto: quindi coloro, che dovettero dubitare troppo presto, dubiteranno sempre, e gli altri, che non credettero subito, non crederanno mai.
Che importa? La vita deve provare a se stessa di sapere resistere alla propria contemplazione senza alcuno dei veli, nei quali si desta o si corca; come la mente non soccombe al doppio mistero dell'origine e della fine, così il cuore resiste al vuoto della culla e della tomba; mentre il pensiero distende fra l'inconoscibile con superbo eroismo il proprio impero, l'amore invece s'innalza dalla caduca miseria di tutti gli affetti sino alla prodigalità del sole, che non chiese mai risposta di altre fiamme alle sue, ma riscalda ed illumina inesausto ed imparziale.
Dalla sua amara domanda a Maria: — Donna, che cosa vi è di comune fra me e te? — alla pietà dell'ultimo saluto additandole dalla croce Giovanni: — Donna, ecco tuo figlio! — non una parola di amore verso una donna esce dalla bocca di Gesù. Egli sa di essere solo. Marta e Maddalena lo seguono e lo servono indarno; egli accetta l'offerta colla divina condiscendenza di colui, che non accorda valore ad alcuna cosa; accoglie, trae seco le loro anime femminili come le matrici di tutta la vita umana, ma vi resta nel mezzo alto ed intangibile. La sua idea, trionfatrice di ogni sapienza, sa che nelle donne i capelli sono più lunghi dei pensieri, e il cuore troppo piccolo per capire la tragedia dello spirito. Il loro amore ha bisogno di diminuire l'uomo, o almeno non sente di lui se non quanto lo rende simile alla folla, e mentre questa colla umiltà di una dedizione suprema può talvolta indovinare in lui un Dio, le donne invece non sanno piangerlo che morto e, vivo, non si sarebbero credute amate se non dopo averlo fatto piangere.
Che avviene di Maria dopo la morte di Cristo?
Che fu di Maddalena?
Le leggende evangeliche obliano madre ed innamorata; questa, avvolta di così ineffabile poesia dall'annunciazione dell'angelo, dal matrimonio spirituale di Giuseppe, dalle miserie del parto, dai terrori della fuga, appena dal bambino spunta l'uomo e dall'uomo si annuncia il messia, appare solamente come ogni altra madre, che vorrebbe padroneggiare l'opera del figlio! Ma egli si allontana, evita d'incontrarla, indurisce con lei la parola, non la rammenta mai nella breve atroce passione, sino a quell'ultimo saluto dalla croce, a quella sostituzione con Giovanni, il più femmineo dei propri discepoli: — Donna, ecco il tuo figlio. —
E dopo la morte di Cristo nessuno fra gli apostoli si preoccupa di lei: Giovanni, che vecchio si vanterà di averla accolta nella propria casa, non racconta altro; Matteo e Luca tacciono, eppure quale tragedia in quella madre di un Dio morto per la umanità! Quale adorazione doveva salire dalle loro anime verso questa donna! Cristo non tornerebbe, come aveva promesso, e non visiterebbe per la prima sua madre?
Invece ella è dimenticata: poi una voce l'annunzia trasportata in cielo dagli angeli, e così la leggenda si libera di questa madre rimasta un imbarazzo nell'opera del figlio.
La fine di Maddalena è anche più oscura; ella, che aveva amato, dubita della resurrezione come gli apostoli e non sa mescolarsi alla loro predicazione affermando l'avvento della donna nella buona novella.
Cristo non fu veramente amato, Paolo non volle esserlo, Socrate non aveva avuto che la moglie come i gladiatori avevano il lanista, Napoleone non l'ebbe malgrado il doppio matrimonio, perchè la creola e l'austriaca rimasero per lui e per la storia solamente due femmine. Quella principessa Walesky, che il vecchio marito in un impeto di passione polacca gli gettò lacrimosa ai piedi come una rosa umida di rugiada, non lo amò: la fanciulla, che a Sant'Elena parve innamorarsi di lui, e dovette subito andare lungi dall'isola, avrebbe potuto in quel prigioniero vigilato dall'Oceano riconoscere il vinto, che aveva conquistato l'Europa seminandola di vittorie, e da quello scoglio faceva ancora tremare l'anima dei re e delle moltitudini? Su quella fronte lucida, in quel volto pallido e levigato come il marmo di una statua antica, che cosa avrebbe saputo ella leggere?
Quel prigioniero era infelice, ed ella ne sentì una pietà di amore, ma un altro prigioniero più giovane e più bello le avrebbe indubbiamente acceso nel cuore più intensa fiamma di passione: però il grande vinto palpitò quando la seppe lontana come tutto quanto restava della sua vita nel mondo.
Le sue ultime carezze furono per una bambina, alla quale insegnava la geografia non mutata da tutte le vittorie di quegli ultimi anni. Quando fu morto, i suoi invalidi non vollero crederlo; l'austriaca invece ne profittò per sposare l'amante, conte di Neipperg.
L'amore che la donna sente, non somiglia a quello che inspira.
Dal lamento di Salomone al gemito di Heine, dalle Cantiche di Dante ai sonetti di Shakespeare, dai ruggiti di Byron ai sospiri del Petrarca, dal grido di Leopardi al singhiozzo di Musset, i poeti espressero sempre l'amore indarno chiesto, offerto, accettato, grondante di lacrime e di sangue, trasfigurato sino a non essere più che l'amore di Dio, contaminato anche nella sua sincerità animale, senza che la donna ne sospendesse mai il trastullo micidiale, o ne sentisse il soffio creatore. Saffo, morta di amore, non amò che un imbecille; George Sand, che non amò alcuno, salì a molti cuori illustri, come i monelli sulle fontane monumentali ad insudiciare le acque.
Oggi il vanto femminile è mutato: invece che all'amore la donna pretende alla stima dell'uomo vantandosi sua rivale nel pensiero e nell'opera: proclama diritti e doveri uguali, indipendenza di figlia, di sposa, di madre; libere tutte le carriere, aperti tutti gli agoni. E non lo furono in ogni tempo? Come l'amore, il genio ruppe sempre ogni freno; torme di anacoreti invasero provincie chiuse alle più invitte legioni, Cesare e san Francesco compirono la stessa conquista. La mente dell'uno, il cuore dell'altro ascrissero al mondo un'orbita, della quale resta ancora la traccia. Cesare trafitto sotto la statua del rivale morto, al momento di perdere tutto il mondo, nel dubbio forse di lasciarvi mal sicura l'opera propria, non compiange che l'errore del figlio: — Tu quoque, Brute, fili mi. — San Francesco, morente sulla barella, è vinto ancora una volta dalla pietà del mondo, e si alza in un ultimo sforzo a benedirlo.
Ecco l'atto supremo del genio e dell'amore, un perdono superbo e melanconico, che ricorda tutto senza offesa e senza rimpianto, perchè la rivelazione comincia forse all'ultimo momento della vita. La morte perdona.
Il genio e l'amore attingono soltanto da essa la forza irresistibile della loro sovranità.
Chiunque teme la morte non giungerà all'amore o alla gloria, ma non quella morte, che sorprende tutti i corpi e li trasforma, bensì l'altra che uccide nello spirito ogni compagnia per lasciarlo solitario dinanzi a se stesso e all'infinito. La gloria è la più alta delle solitudini; Dante vi sta come Cesare, entrambi dovettero superare l'umanità per dominarla dalla medesima altezza, incompresi ed incomprensibili senza il commento dei secoli. L'amore è il più infocato dei deserti; Leopardi vi arse come san Francesco, entrambi oltrepassarono l'umanità senza poter sostare in alcun cuore, ma illuminano e riscaldano ancora le anime colla propria fiamma.
La vera gloria non avrà conforto di amore, l'amore grande resterà senza ristoro di altro amore, mentre la vita gioconda nel mistero della propria bellezza canta, sorride, splende, innamora tutti i viventi, ai quali il suo stesso tumulto impedisce d'interrogarla travolti dall'ora fuggente, risollevati sempre dalla speranza, trasportati lontanamente dalla morte che raccoglie tutti i feriti.
La morte si avanza adesso coll'autunno per la campagna.
Dalla mia finestra veggo la nebbia pascolare sulla cima dei monti, e le foglie ingiallite staccarsi adagio dai rami. I canti dell'autunno sono cessati. Il sole appare ad intervalli come un pellegrino stanco della via troppo lunga, che si rialzi a fornirla e ricada tosto nell'ombra del fossato; nubi nere spenzolano pigramente nell'aria umida e caldiccia, che si rapprende a tutti gli oggetti come un triste sudore di malattia, ma il pettirosso già arrivato canta ballonzolando sulla siepe. Ancora pochi giorni, e questa squallida vecchiezza dell'anno si ravvolgerà morta nel molle sudario della neve sotto il bianco silenzio dell'inverno. Adesso i contadini arano taciturni gettando il grano nei solchi, che il rastrello uguaglia e riga come un pettine. Tutto è stanco in questa prima preparazione della semina per l'anno venturo, perchè la speranza è ancora lontana, al di là dell'inverno, la stagione delle lunghe veglie e dei lunghi dolori.
Il vento passando la notte sui campi brontola fra i rami sfogliati; talvolta la bestemmia dei carrettieri, che il fango attarda per la strada, batte alla mia finestra mentre scrivo. E pare anche a me di essere in una via fangosa sotto un cielo nero, ma non ho come essi una meta e un cavallo per compagno. I tordi zirlano rapidi ed invisibili nella notte per arrestarsi forse nelle panie ai primi raggi del giorno, se prima non si acquattino vinti all'incanto di un qualche fanale, come nella memoria i ricordi s'incantano talora ad una lucida imagine.
Questa lettera oramai troppo lunga diventa ai miei occhi uno di quei raggi, dai quali le pupille non sanno staccarsi: il mio pensiero lo solca verso di voi dentro un abbarbaglio, mentre le parole mi echeggiano lungamente nell'anima stanca del proprio silenzio. Ho aperto la finestra: il cielo è tornato sereno, la luna brilla sulla cima di Monte Mauro, illuminando di un tacito chiarore la collina gessosa allo sbocco della valle: laggiù il fiume borbotta malcontento, ma un sogno di pace è già entrato nel sonno della campagna.
Quante anime innamorate si levano a volo nel lume di questa notte autunnale dalla terra assopita nella lunga fatica dei frutti?
Fra poco il vento ricomincerà a soffiare, perchè lassù in cima della valle, ove i colli dell'Appennino si addossano come un muraglione, alcuni crocchi di nuvole sono rimaste in vedetta.
Adesso, nel silenzio, s'intendono dei murmuri: sono forse i pipistrelli che incontrandosi scambiano un avviso, forse gli ultimi saluti delle foglie che si staccano dagli alberi, forse i fremiti delle gramigne sradicate dai campi, gettate a mucchi, non morte ancora. Molte anime attendono i messaggi dalla notte e le rivelazioni dal silenzio: ascoltate, signora, le confidenze che esalano dai solchi inargentati dalla rugiada, il dialogo sommesso degli insetti svegliati dalla luna: qualcuno luccica come una gemma o vola lieve come un sogno. Che cosa dicono gli alberi, i quali serberanno il verde mantello nell'inverno, agli altri già nudi in una miseria di scheletri? Che cosa ne pensa la luna uscita senza il solito zendado dell'alone, essa che guarda tutta bianca e pare stupefatta?
I suoi raggi pendono a gocce dai ragnateli sospesi tra albero e albero, perchè i silfi possano berle nel loro volo, sono piuttosto i lampadari di una festa, che piccoli, invisibili, felici, si danno questa notte nel mio orto?
Ecco che il vento ricomincia soffiandosi innanzi le nubi come cenci.
Fra cinque o sei ore l'alba dovrà passare certamente sotto la pioggia come la diligenza, che ogni mattina scende sotto la mia finestra sino a Riolo: un viaggio di spola, breve e monotono, eppure il vetturino è sempre allegro.
Ogni qualvolta m'incontra, agita la frusta e con un largo sorriso mi grida inevitabilmente:
— Arrivederci! —
Vi saluto anch'io così.
IL MELODRAMMA
Indice
— Qu'est-ce que ça prouve? —
Domandava un abate uscendo dall'Opera dopo avervi udito l'Orfeo di Gluck.
E siccome egli era uno studente di matematica, tutti gli uomini di spirito si credettero in diritto di sbertarlo: quindi gli artisti, nel loro orgoglio di anime incomprese, consacrano quella sua interrogazione alla gloria di esprimere tutto il ridicolo della pedanteria scolastica.
Eppure non è così.
Da oltre mezzo secolo le teoriche della musica drammatica hanno cambiato. Confondendo dramma e musica, si volle che questa dovesse significare l'epoca, il carattere, l'azione, tutti i moti di quello: non si riconobbero più differenze tra la frase scritta e la frase fonica, anzi si giudicò l'una meno viva dell'altra. La musica diventava così il linguaggio delle passioni e delle idee, precisandone i gradi, distinguendone le contradizioni, anche nel loro più repentino coagularsi o nella loro più lenta dissoluzione.
La musica invece non può rendere nè una idea, nè un uomo, nè un'epoca; il suo linguaggio non oltrepassa l'espressione di sentimenti rudimentali ed universali, vaghi sempre, perchè la sua è appunto una voce dell'indefinito. Aprite qualunque spartito senza leggerne il titolo, e provatevi dalla musica ad indovinarlo: scegliete un melodramma, mutatene l'epoca, i personaggi, l'azione, e nullameno seguiterà ad essere bello, se in questa mutazione avrete rispettato il rapporto primordiale dei sentimenti e delle sensazioni, non gettando un gruppo di frasi melanconiche su parole allegre, o adagiando una scena nella concitazione di un crescendo.
Quell'abate, uscendo da uno dei nostri teatri lirici, avrebbe ancora ragione di ripetere la stessa domanda a tutti i melomani, che parlano di ambiente, di color locale, di dramma storico e mitico, di commedia antica e di idillio moderno, di musica sacra e profana: qu'est-ce que ça prouve?
Invece l'idillio, la commedia, il dramma, la tragedia diventano davvero una prova, rivelando tutta l'anima umana in pace o in guerra contro il destino nell'immutabile carattere della propria individualità, nel giudizio supremo della coscienza sulle opere, che vi si compiono. Ma che cosa prova la musica, dopo tanta vanteria di teoriche ed esplicazione di critici e credulità di pubblico cogli ultimi melodrammi, pei quali le spese di rappresentazione sorpassarono i limiti più lontani della fantasia? Tutta l'opera e tutti i personaggi sono nella esteriorità del costume e della scena: chi potrebbe davvero, chiudendo gli occhi, distinguere nel canto la gelosia di un baritono mascherato da generale egiziano da quella di un altro baritono vestito da crociato o da gentiluomo del rinascimento? Come indovinare la collera della gelosia fra tutte le altre della superbia o dell'avarizia, se il baritono non la spieghi colle parole? Poichè in ogni amore vi sono momenti di purità divina, come riconoscere l'invocazione alla fanciulla adorata da una preghiera alla mamma? Come la musica potrebbe non confondere nella propria espressione la gioia suprema di un ritorno con quella di un riconoscimento?
Il finale della Norma rimane ancora il più bello dopo l'altro del Tristano e Isotta, ma nessuno dei tanti letterati, che hanno scoperto nella musica di Wagner così profonde significazioni filosofiche e drammatiche, ignorando i due libretti, indovinerebbe la differenza della morte fra le due coppie egualmente tragiche di amanti.
La musica fu e sarà sempre lirica e non esprimerà mai nè caratteri, nè situazioni, nè epoche, nè figure, nè la coscienza, nè la intelligenza, nè la religione di Dio o una qualunque altra. La sua qualità, contradittoria a tutte le arti, sta appunto nella espressione senza imagine; laddove architettura, scultura, pittura non esistono che per questa, e la poesia stessa colle parole la riconduce nella memoria o la suscita nella fantasia. Mentre i segni si aggiungono ai segni e le parole alle parole dinanzi ai nostri occhi, che dalla loro permanenza finiscono coll'accoglierne la intera visione, le note invece cessano una dopo l'altra al nostro orecchio, che non può intenderne la frase se non dal loro successivo dileguarsi. La musica si rivela morendo in ognuno dei propri suoni: ed ecco perchè ci appare immateriale ed indefinita.
Il suo linguaggio subisce le leggi dei numeri, ma la sua significazione non può essere tradotta da alcun altro. L'orecchio, più spirituale dell'occhio poichè non vi passano le imagini delle cose, ripercuotendo i suoni nell'anima, lascia che ella vi si libri leggera; e l'anima, sospinta da una voce senza parole e senza idee, si sente come dissolvere nell'incantesimo di una rivelazione misteriosa. Già qualche cosa manca ad ogni linguaggio. Quello dell'architettura, il più povero, non esprime che una categoria dell'intelletto, l'ordine nella misura; la scultura è senza colore e senza ambiente; la pittura non ha che una superficie; la poesia è costretta a richiamare l'imagine colla parola, lasciando fuori di questa i pensieri troppo grandi e le sensazioni troppo piccole; mentre la musica aiuta di se stessa tutti i linguaggi, ma parla solamente sul confine, ove questi si arrestano.
Ascoltatela nella solitudine, magari evocandola dal pianoforte, il più odioso degli strumenti che la perversione dell'arte abbia concesso ai dilettanti. Il pianoforte è la cassa mortuaria dell'arpa; coloro, che vi martellano sopra, mi fanno pensare alle commemorazioni dei grandi morti declamate da piccoli vivi sulla folla scempia dei partiti.
Una musica dorme in tutte le parole: sollevatele, disponetele secondo la prosodia, e ne uscirà una vibrazione tenue e possente, lunga come un'eco o improvvisa come uno scoppio. I poeti lo sanno bene quando dicono che il verso è tutto, ed invece è solamente quella musica che la poesia può contenere, mentre questa è ben altro. Infatti il dramma, una delle sue forme più vive e profonde, si attenua nel verso e vanisce nel canto, perchè basta appena il linguaggio reale per rivelare colla più ricca molteplicità di espressioni le antitesi morali dei caratteri. Shakespeare alternava prosa e verso, quasi trattando questo come quella, ma il suo Otello e il suo Amleto messi in musica non sono più che due manichini, dal ventre dei quali qualcuno canta. Non avendo letto Shakespeare, chi indovinerebbe le due tragedie dai due melodrammi? Che cosa è diventato il Faust di Goethe in quello di Gounod o nel Mefistofele di Boito o nella Cantata di Berlioz, pur superiore ad entrambi nell'impeto della passione e nella originalità dell'ingegno?
I grandi poeti non amano la musica.
Essi pensano inconsciamente per imagini, e l'eccellenza deriva in loro dal vedere ciò che gli altri non veggono dal vederlo più intensamente. Tutto si personifica nella loro fantasia, le idee più astratte e le cose più morte: prestano un'anima alla materia, i caratteri umani a tutte le anime, quindi cercando l'essenza s'indugiano nella scoperta e nell'adorazione di ogni forma. La musica non è per loro che una vibrazione della parola, come pei pittori l'ombra è un prolungamento dei corpi. La musica vera, che canta sopra sillabe slegate, effondendosi in un infinito vuoto e palpitante, finisce per irritarli: il loro occhio cerca involontariamente i contorni di una figura, la loro passione si condensa in un carattere, le loro idee si atteggiano in una scena.
I grandi poeti hanno la precisione dei grandi scultori; i grandi retori invece prediligono le apparenze capziose del colore nel labile incanto della visione: ecco la prima differenza fra Dante e Victor Hugo. Per i poeti il canto non può oltrepassare mai la parola: essi vivono nel verbo, e gli chiedono ad ogni istante una resurrezione.
Non credete quindi, signora, ai poeti che vi dicono di amare la musica, e sopratutto guardatevi dallo stimare Wagner un poeta per avere raffazzonato nei propri libretti alcune vecchie saghe.
Un poeta vero sentirà sempre che un melodramma non può essere un dramma: avvolgere questo nella musica sarà per lui come immergere un quadro nell'acqua: i colori si squagliano e le figure si confondono. L'anima nel canto si abbandona ad una esultanza di liberazione da tutti i vincoli della vita reale; nel dramma invece i caratteri debbono irrigidirsi disciplinando le forze nella necessità della lotta, e poichè la morte vi diviene la prova suprema della vita collo spezzare coloro che questa non sa mutare, uno spietato egoismo di naufragio rivela dalla scena l'ultima verità delle anime.
Se il canto sale spesso dal dramma, non può esserne il linguaggio continuo: qualcuno avrà forse cantato anche nelle mischie più atroci, ma nessuna musica espresse mai il tumulto della loro strage. Leggete una battaglia di Erodoto o di Tolstoi, e confrontatene in voi stessa le sensazioni con quelle del famoso coro delle Walkirie; dalle pagine dei due grandi scrittori vi verrà il freddo della morte, nelle voci delle nordiche amazzoni non sentirete che una minaccia festante e spavalda.
Ma il pubblico, dimentico di ogni altra arte, diserta tutti i teatri per quello dell'opera.
Nel nostro tempo la poesia e la scultura non sono più intelligibili che a pochi iniziati, la pittura non lusinga in noi che un bisogno di decorazione: le esposizioni si ripetono come mercati di privilegi e privilegiati, pellegrinaggi di piacere, un affare politico o industriale, quasi sempre losco, raramente fortunato. Il lusso effimero e volgare della nostra vita non ci consente la passione dei capolavori; il nostro spirito, saturo di scienza, d'incredulità, di noia, di vizi e di dolori, non si contempla più che nella prosa, e non chiede alla musica che una distrazione. Quella vera, che canta sul confine della poesia, sarà sempre solitaria ed individuale: sul teatro invece diventa come la folla, si confonde colla pittura e col ballo, rende inintelligibile la parola sopraffacendo la voce del cantore cogli istrumenti dell'orchestra, mentre il pubblico, sedotto dalla verità dei costumi, crede di riconoscere i personaggi ed applaude a se stesso per aver saputo riunire così facilmente la magìa dell'indefinito alla bellezza plastica del verso e alle evocazioni del dramma.
L'opera condensa oggi tutte le arti nel teatro come il romanzo riassume tutta la letteratura; ma se il romanzo può essere talvolta vero, nessuna sua falsità di fatto o di scuola uguaglierà mai quella di un melodramma. Beethoven non scrisse che il Fidelio, e prima e poi non mise che un numero per titolo alle proprie opere: Wagner invece pretese di rinnovare tutta l'arte moderna col più mostruoso adulterio della poesia colla musica, immolando questa ultima alla tortura di significare resurrezioni storiche e mitiche, dogmi di teologia e di morale, espiazioni di re e di penitenti, eroismi pagani e cristiani, passioni di bruti e di arcangeli, bufere di oceani e catastrofi di paradisi, olocausti di eroi e suicidii di dèi. Evidentemente era troppo. Il suo teatro per vivere avrà, come certi alberi, bisogno di una scapezzatura; ma poichè in lui il musicista riscattava le follie del drammaturgo e le insensatezze del critico, resterà grande fra i più grandi nella memoria della moltitudine per le ineffabili canzoni salienti dall'intrico della sua coreografia.
Mentre il dramma, così vivo nel romanzo, non ha saputo ancora rioccupare la scena, l'opera invece potrà per il diletto del pubblico restarvi eternamente. Oggi la musica è quasi sempre la poesia di chi non ne ha altra: sono poche le signore che non suonino il pianoforte, credendo così di avere nell'anima qualche cosa d'indicibile da esprimere. In fondo al gusto musicale del pubblico non vi è che un pianoforte, e questo insopportabile strumento è nullameno quanto di più spirituale si è potuto persuadere alla volgarità della gente. Peggio quindi se non vi fosse.
La musica vera si è fatta più rara.
Nemmeno le anime capaci di sentirla arrivano spesso ad indovinare quelle capaci di esprimerla. Parrebbe quasi che queste vivano dentro un vapore, ascoltando al di là dei sogni, al disopra di ogni parola, le lunghe sillabe di un'altra rivelazione: ma se intendono e ripetono, non sanno. Qui comincia l'espiazione della loro superiorità. Trovano una bellezza pura dei suoni come già lo scultore trovò quella delle forme, e mettono una spiegazione nell'accento di una vocale come egli pose lo sguardo nell'occhio vuoto e bianco della propria statua. Talvolta invece esprimono cogli acuti e coi bassi le contradizioni della nostra sensibilità come il pittore imprigiona nei colori e nelle ombre la mobilità di tutte le apparenze; raggruppando le note nella frase, come il poeta fa colle parole nel verso, dominano la nostra memoria col fremito di sonorità simile all'abbarbaglio di una visione.
La poesia declama quanto il suo occhio temerario ha potuto vedere nel mistero, la musica canta tutto ciò che il suo orecchio indiscreto è riuscito a sorprendervi; ma le indiscrezioni dell'una turbano spesso più che le temerità dell'altra.
E tuttavia la musica non sa quello che dice.
Le sue frasi più cupe possono diventare allegre solamente allargandone o stringendone il tempo, i suoi impeti più diritti piegarsi a qualunque ritornello, perchè nella musica l'efficacia consolatrice deriva appunto dalla sua facilità a subire qualunque alterazione. I suoi motivi nella nostra memoria, come le ombre nel sole, si fanno gravi o leggieri, mentre le figure di un quadro o le parole di una scena resistono invece nella immutabilità della loro espressione. La musica contenta tutti perchè ognuno la riempie di se stesso: non vi è quindi vera differenza fra quella profana e quella sacra. Tutti gli oratorii sulla morte di Cristo sembrerebbero egualmente belli per la morte di Adone, i canti famosi di certi salmi biblici commetterebbero non meno bene molte strofe del Ramayana o altri versetti del Corano: siamo noi, sono le nostre idee poetiche e filosofiche che fanno il loro contenuto. Certamente uno spirito arido di scienziato come il Lalande non avrebbe nella Creazione di Haydn saputo trovare le idee religiose, che questi credeva di avervi messo, mentre uno spirito panteista come Hugo vi avrebbe udito le voci di tutte le mitologie, e un'anima mistica come Gerson non vi avrebbe sentito che l'estasi di una unica adorazione.
Ma se la musica è uno dei bisogni più insaziabili dell'anima, alla quale toglie colla ondulazione dei ritmi e l'indistinto significato delle voci, la coscienza dei limiti, quando l'idea fiammeggia e la passione scoppia, questa brama si muta quasi in ripugnanza. Nelle grandi tragedie la rivelazione è al tempo stesso così profonda e precisa che ogni musica la falserebbe, giacchè, nel momento di spezzarsi la vita, condensa tutti i ricordi in una visione, mentre il cuore si restringe nello sforzo di riunire le speranze dinanzi alla suprema interrogazione del pensiero.