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UN AMORE COME IL NOSTRO

(LE CRONACHE DELL’AMORE—LIBRO 1)

S O P H I E L O V E

Sophie Love

Sophie Love, autrice di best-seller, è la scrittrice della divertente serie rosa LA LOCANDA DI SUNSET HARBOR, che include sei libri (più altri in arrivo) e che inizia con ORA E PER SEMPRE (LA LOCANDA DI SUSNET HARBOR – LIBRO 1).

Sophie Love è autrice anche di una nuova divertente serie rosa, CRONACHE D’AMORE, che iniziano con AMORE COSÌ (CRONACHE D’AMORE – LIBRO 1).

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Copyright © 2017 di Sophie Love. Tutti i diritti riservati. Salvo quanto permesso dalla legge degli Stati Uniti, U.S. Copyright Act del 1976, è vietato riprodurre, distribuire, diffondere e archiviare in qualsiasi database o sistema di reperimento dati questa pubblicazione in alcuna forma o con qualsiasi mezzo, senza il permesso dell’autore. Questo ebook è disponibile solo per fruizione personale. L’ebook non può essere rivenduto né donato ad altri. Se si vuole condividere con altre persone, si prega di acquistare una copia aggiuntiva per ogni beneficiario. Se si intende leggere l’ebook senza aver provveduto all’acquisto, o se l’acquisto non è stato effettuato per il proprio uso personale, si prega di restituirlo e di acquistare la propria copia. Grazie per il rispetto dimostrato nei confronti del duro lavoro dell’autore. Questa storia è un’opera di finzione. Nomi, personaggi, aziende, organizzazioni, luoghi, eventi e incidenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono utilizzati in modo romanzesco. Ogni riferimento a persone reali, in vita o meno, è una coincidenza. Immagine di copertina Copyright oneinchpunch, utilizzata con il permesso di shutterstock.com.

LIBRI DI SOPHIE LOVE

LA LOCANDA DI SUNSET HARBOR

ORA E PER SEMPRE (Libro #1)

SEMPRE E PER SEMPRE (Libro #2)

SEMPRE CON TE (Libro #3)

SE SOLO PER SEMPRE (Libro #4)

PER SEMPRE E OLTRE (Libro #5)

PER SEMPRE, PIÙ UNO (Libro #6)

LE CRONACHE DELL’AMORE

UN AMORE COME IL NOSTRO (Libro #1)

UN AMORE COME QUELLO (Libro #2)

INDICE

CAPITOLO UNO

CAPITOLO DUE

CAPITOLO TRE

CAPITOLO QUATTRO

CAPITOLO CINQUE

CAPITOLO SEI

CAPITOLO SETTE

CAPITOLO OTTO

CAPITOLO NOVE

CAPITOLO DIECI

CAPITOLO UNDICI

CAPITOLO DODICI

CAPITOLO TREDICI

CAPITOLO QUATTORDICI

CAPITOLO QUINDICI

CAPITOLO SEDICI

CAPITOLO DICIASSETTE

CAPITOLO DICIOTTO

CAPITOLO VENTI

CAPITOLO VENTUNO

CAPITOLO VENTIDUE

EPILOGO

CAPITOLO UNO

Keira Swanson spalancò le porte di vetro della rivista Viatorum ed entrò con passo sicuro. Era il Labor Day, ma la donna, come tutti gli altri scrittori, era stata richiamata a lavoro senza alcun preavviso.

Keira sapeva bene che non c’era nessuna emergenza vera e propria, niente di tanto grave da giustificare una convocazione durante una festività nazionale. Ma la rivista di viaggi era un ambiente di lavoro incredibilmente competitivo e al suo capo, Joshua, piaceva 'creare opportunità per eliminare i deboli.' Chiunque si fosse lamentato di dover lavorare durante le feste o avesse avuto un’espressione troppo infelice durante quelle riunioni si sarebbe trovato in fretta senza impiego. Keira si era tanto impegnata per trovare un lavoro come scrittrice che non aveva intenzione di cedere alle prime difficoltà, anche se significava lasciare a casa Zachary, il suo fidanzato, a organizzare un brunch di famiglia senza di lei.

I suoi tacchi a spillo neri ticchettarono sulle immacolate piastrelle bianche mentre si affrettava verso la sua scrivania. La sede centrale del Viatorum si trovava nella parte più alla moda di New York, in un enorme e vecchio magazzino che era stato convertito in eleganti uffici. Le finestre erano ampie, si estendevano dal pavimento al soffitto a volta, dove rimanevano ancora le travi d’acciaio dai grossi bulloni dell’epoca in cui veniva usato come magazzino. L’ambiente open space significava che ogni conversazione era percettibile da tutti. Persino i bisbigli riecheggiavano. Voleva anche dire che nessuno osava portare niente di troppo aromatico per pranzo. Keira ricordava ancora quando una nuova scrittrice, una giovane svampita di nome Abby, aveva portato un’insalata di tonno il primo giorno di lavoro. Non appena Joshua ne aveva sentito l’odore, si era rapidamente assicurato che quello fosse il suo primo, ultimo e unico giorno al Viatorum.

Studiando la vasta sala, Keira notò che non era stata la prima ad arrivare. Nina, sua amica e una dei vice redattori del Viatorum, era già china sulla sua scrivania, a scrivere al computer. Le lanciò un rapido sorriso, prima di immergersi di nuovo nel suo lavoro.

Keira gettò la borsetta sulla scrivania e si lasciò cadere sulla sedia, stando attenta che il suo sospiro non si udisse. Non avrebbe mai creduto che lavorare alla prestigiosa rivista Viatorum potesse prevedere tante recite, tanto falso interesse per le chiacchiere e tanta arroganza.

Attraverso il divisorio di vetro che separava Joshua dal resto del personale, Keira si accorse che l’uomo la stava guardando. Si chiese a che cosa stesse pensando, se fosse sorpreso di vedere che era stata la seconda a rispondere alla sua convocazione urgente, o se fosse a caccia di qualcuno da licenziare e lei fosse appena diventata la preda che era entrata nel suo territorio.

Joshua emerse dall’altra parte del divisorio di vetro. Indossava un completo blu elettrico ed era acconciato con un ciuffo alla Elvis. Si avvicinò con aria minacciosa alla scrivania di Keira.

“Hai già finito la ricerca sull’Irlanda?” chiese, senza nemmeno prendersi la briga di salutarla.

Ah certo, l’articolo sul Festival dell’Amore che Elliot, il direttore generale del Viatorum, aveva assegnato a Joshua. A quanto pareva era un grosso incarico, molto importante, o almeno così aveva insinuato Joshua, anche se Keira non riusciva a immaginare che importanza potesse avere un futile articolo riempitivo sugli incontri combinati durante un’antiquata cerimonia, che si teneva in un buffo villaggio irlandese. Nonostante ciò, l’umore di Joshua era stato persino peggiore del solito e, in quanto ultima arrivata, le era stato affibbiato il compito di svolgere tutte le ricerche che lui era stato ‘troppo impegnato’ per fare.

Più che altro troppo spocchioso, pensò silenziosamente Keira dentro di sé, alzando lo sguardo e sorridendo. “Te l’ho mandata per email prima di andare a casa, venerdì.”

“Mandamela di nuovo,” ordinò Joshua senza battere ciglio. “Non ho tempo di rovistare nella mail per ritrovarla.”

“Nessun problema,” disse Keira, rimanendo cordiale come al solito.

Joshua ritornò come una furia in ufficio e Keira gli rispedì l’email con l’enorme quantità di informazioni che aveva raccolto sul Festival dell’Amore irlandese, sogghignando tra sé e sé all’idea di quanto fosse melenso e disgustosamente romantico.

La sua email aveva appena lasciato l’Inbox, quando le porte si aprirono e gli scrittori dello staff del Viatorum entrarono in massa, fingendo dal primo all’ultimo di non essere irritati di dover tornare a lavoro in quella che avrebbe dovuto essere una festività nazionale. Keira li sentì chiacchierare e cercare di fare a gara sottolineando i loro vari sacrifici.

“Mia nipote partecipa a un campionato di baseball,” stava dicendo Lisa. “Ma questo è molto più importante. Ha pianto disperatamente quando le ho detto che dovevo andare via, ma so che capirà quando sarà grande abbastanza da avere una sua carriera.”

Duncan non voleva essere da meno. “Io ho dovuto lasciare Stacy all’aeroporto. Voglio dire, possiamo andare un’altra volta a Madrid, non se ne va da nessuna parte.”

“Io ho appena lasciato mia madre in un letto d’ospedale,” intervenne Victoria. “Non è che sia in punto di morte o malata grave, e comunque lo sa che la mia carriera viene prima.”

Keira sogghignò di nascosto. L’atmosfera competitiva al Viatorum le sembrava completamente inutile. Lei voleva riuscire ad avere successo grazie al suo impegno, alle capacità e al duro lavoro, invece che alle chiacchiere e alle lusinghe ai superiori. Ciò non significava che non fosse concentrata sulla sua carriera, che era la cosa più importante della sua vita anche se non lo avrebbe mai ammesso a Zachary, ma non voleva cambiare se stessa per adattarsi all’ambiente lavorativo della rivista. Spesso si sentiva in sospeso, in attesa che arrivasse il suo momento di brillare.

Un secondo più tardi il suo cellulare vibrò. Nina le aveva mandato uno dei suoi messaggi segreti.

Scommetto che Joshua non ti ha avvisata che alla riunione ci sarà anche Elliot.

Keira trattenne un sussulto per la sorpresa. Anche se l’amministratore delegato del Viatorum era molto più gentile di Joshua, in sua presenza provava più trepidazione. Quell’uomo aveva in mano le chiavi del suo futuro. Era lui ad avere il potere di assumere e licenziare sul posto, erano le sue le opinioni che importavano veramente. Joshua non avrebbe mai detto a Keira se aveva fatto un buon lavoro o se la sua scrittura era migliorata, nonostante tutto il suo impegno. Elliot, d’altra parte, concedeva complimenti quando erano meritati, che era un evento raro ma per questo ancora più prezioso quando avveniva.

Stava per rispondere al messaggio di Nina, quando udì il suono dei passi di Joshua che si avvicinavano rapidamente.

“Che diavolo è questa robaccia, Keira?” esplose l’uomo prima ancora di aver raggiunto la sua scrivania.

Le sue parole riecheggiarono nell’ufficio. Tutti gli scrittori si voltarono per guardare l’ultima sferzata verbale, simultaneamente grati di non esserne i destinatari ed eccitati dalla prospettiva che qualche altro agnello sacrificale avrebbe soddisfatto la brama di sangue di Joshua.

“Chiedo scusa?” chiese amabilmente Keira, anche se il cuore le batteva forte.

“Quelle stupidaggini sull’Irlanda! È tutto inutile!”

Keira non era certa di come rispondere. Sapeva di aver fatto una buona ricerca; si era attenuta alle indicazioni e aveva presentato le sue scoperte in un documento di facile consultazione; si era fatta in quattro. Joshua era solo di pessimo umore e si stava sfogando su di lei. Semmai quello era un test per vedere come avrebbe reagito a un attacco verbale in pubblico.

“Posso fare qualche altra ricerca se preferisci,” rispose Keira.

“Non c’è abbastanza tempo!” gridò Joshua. “Elliot sarà qui tra quindici minuti!”

“A dire la verità,” intervenne Nina, “la sua auto è appena arrivata.” Si sporse nella sua sedia da ufficio per guardare fuori dall’ampia vetrata.

Joshua assunse un colorito rosso acceso. “Non sarò io ad assumermi la responsabilità, Swanson,” disse, puntando il dito verso Keira. “Se Elliot rimarrà deluso, gli farò sapere di chi è la colpa.”

Tornò a grandi passi verso la sua scrivania separata dalle altre. Ma strada facendo, una delle sue scarpe di vernice atterrò esattamente su una pozza di caffè che uno dei suoi scrittori aveva fatto cadere sul pavimento nell’ansia di mettersi a lavoro.

Per un momento tutto rimase in sospeso, ma Keira riuscì a percepire che stava per avvenire qualcosa di terribile. Poi iniziò, il lungo scivolone di Joshua simile a quello di un cartone animato, e i suoi goffi tentativi per rimanere in piedi. Contorse il torace in una buffa danza, cercando di rimanere diritto. Ma la combinazione delle piastrelle di granito e del caffè macchiato fu troppo potente.

Joshua perse completamente l’equilibrio, una gamba gli schizzò in avanti mentre l’altra si piegava goffamente sotto di lui. Tutti sussultarono quando atterrò pesantemente e con un tonfo sul duro pavimento. Un rumore secco risuonò nel grande ufficio, riecheggiando in maniera nauseabonda.

“La mia gamba!” urlò Joshua, stringendosi la tibia attraverso i pantaloni blu elettrico. “Mi sono rotto la gamba!”

Lo staff sembrava paralizzato per la sorpresa. Keira corse da lui, incerta di cosa fare per aiutarlo, ma certa che spaccarsi una gamba in quel modo fosse impossibile.

“Non sarà rotta,” balbettò, cercando di essere rassicurante. Ma fu prima che le cadesse lo sguardo sulla brutta angolazione della sua gamba, e sullo strappo nei pantaloni attraverso il quale vide sporgere l’osso. La nausea l’assalì. “A dir la verità…”

“Non stare lì ferma!” gridò Joshua, contorcendosi a terra per il dolore. Controllò la ferita con gli occhi socchiusi. “Oh, Dio!” urlò. “Mi sono strappato i pantaloni! Valgono più di un mese del tuo stipendio!”

Proprio in quel momento, le porte d’ingresso di vetro si aprirono ed Elliot entrò.

Se anche l’uomo non fosse stato alto un metro e novanta, avrebbe avuto un aspetto imponente. C’era qualcosa in lui, nel modo in cui si comportava. Poteva incutere terrore e obbedienza nelle persone con un solo sguardo.

Come cervi abbagliati dai fanali di un’auto, tutti gli impiegati si bloccarono sul posto e lo fissarono intimoriti. Lo spavento ammutolì persino Joshua.

Elliot osservò la scena davanti a sé: Joshua steso per terra, a stringersi la gamba gridando di dolore, Keira china impotente su di lui, gli scrittori alle loro scrivanie con espressioni sconvolte sui volti.

Ma lui rimase impassibile. “Qualcuno ha chiamato un’ambulanza per Joshua?” Si limitò a dire.

Tutti si misero improvvisamente in moto.

“Lo faccio io!” iniziarono a dire uno sopra l’altro afferrando i telefoni sulle scrivanie, ansiosi di farsi notare come i salvatori davanti a Elliot.

Una patina di sudore brillava sulla fronte di Joshua. Alzò lo sguardo sull’amministratore delegato.

“Starò bene,” disse a denti stretti, cercando di sembrare disinvolto ma fallendo miseramente. “È solo un osso rotto. Meno male che è la gamba e non il braccio. Non mi serve la gamba per scrivere l’articolo sull’Irlanda.” Sembrava quasi delirante.

“Ma ti serve per salire su un aereo e girare per le colline,” replicò calmo Elliot.

“Stampelle,” esclamò Joshua con una smorfia. “Sedia a rotelle. Dovremo solo adattarci un po’.”

“Joshua,” rispose severo Elliot, “l’unico posto in cui ti manderò è l’ospedale.”

“No!” gridò Joshua, cercando di raddrizzarsi a sedere. “Posso scrivere il pezzo! Mi serve solo un gesso e sarò come nuovo!”

Senza dimostrare alcuna emozione, Elliot ignorò le suppliche di Joshua e lanciò uno sguardo all’orologio. “La riunione inizia alle undici esatte,” annunciò allo staff. Poi si diresse verso la sala conferenze senza nemmeno guardarsi indietro.

Tutti rimasero fermi dove erano, in silenzio, sconvolti, incerti su cosa fare. Poi le urla di Joshua li riportarono di colpo alla realtà.

“Lascia che ti porti dell’acqua,” si offrì Lisa.

“Non voglio della stramaledetta acqua!” gridò Joshua.

“Ecco,” disse Duncan, accorrendo. “Devi tenere la ferita sollevata.”

Fece per alzare la gamba rotta di Joshua ma lui gli allontanò le mani con uno schiaffo. “Non toccarmi! Giuro su dio che se mi tocchi ti licenzio!”

Duncan indietreggiò, con le braccia alzate in segno di resa.

“L’ambulanza è arrivata,” annunciò Nina dalla finestra, illuminata dai lampeggianti blu dall’altro lato.

Grazie a Dio, pensò Keira. Ne aveva avuto abbastanza di Joshua, tanto che le sarebbe bastato per un’intera giornata. Per un’intera vita, se doveva essere sincera con se stessa.

Fu in quell’istante che alzò lo sguardo e si rese conto che Elliot era in piedi sulla porta della sala conferenze, intento a osservarli mentre accorrevano attorno a Joshua come tante galline senza cervello. Non sembrava affatto colpito. Keira notò l’ora. La riunione sarebbe iniziata in meno di un minuto.

Capì di avere un’occasione. Joshua non avrebbe potuto occuparsi dell’incarico sull’Irlanda, Elliot lo aveva detto esplicitamente. Il che significava che si sarebbero tutti accapigliati per farsi notare. Non era la migliore tra le mansioni, ma era più di quanto avesse mai avuto. Doveva dimostrare a Elliot quanto valeva. Aveva bisogno di quell’incarico.

Lasciandosi i colleghi alle spalle, Keira si diresse verso la sala conferenze. Superò Elliot all’ingresso e si sedette vicino alla postazione che l’amministratore delegato avrebbe presto occupato.

Duncan fu il primo a notarla. Vederla seduta nella sala conferenze vuota sembrò fargli capire ciò che Keira aveva già realizzato, che l’incarico sull’Irlanda era disponibile e che se ne sarebbe occupato uno di loro. Corse (cercando di nascondere la rapidità del suo passo) per essere il secondo a entrare nella sala. Gli altri lo videro, e improvvisamente tutti si affrettarono verso la sala conferenze, scusandosi educatamente l’uno con l’altro per gli“accidentali” spintoni ai colleghi dati nella fretta di entrare, per fare colpo su Elliot, e per conquistare l’ambito incarico.

Il che lasciò Joshua completamente solo nel bel mezzo dell’ufficio open space, dove i paramedici lo stavano caricando su una barella e portando via, mentre una sala conferenze piena del suo staff si preparava alla guerra per ottenere il suo incarico.

*

“Sono certo che ormai avrete capito tutti,” esordì Elliot, “che lo sfortunato incidente di Joshua mi ha messo in una situazione un po’ difficile.”

Giunse le grandi mani sopra al tavolo delle conferenze e guardò il gruppo di scrittori seduti davanti a sé.

Keira rimase in silenzio, aspettando il momento giusto. Aveva un piano: avrebbe lasciato che gli altri si sfinissero domandando che gli venisse assegnato l’incarico e poi avrebbe attaccato all’ultimo minuto.

“L’articolo sull’Irlanda,” continuò Elliot, “avrebbe dovuto essere il nostro articolo di punta. La rivista Viatorum sta prendendo una nuova direzione. Pezzi personali e racconti in prima persona. Una narrazione sospinta dallo scrittore, che crea una storia nella quale il luogo è il personaggio chiave. Avevo spiegato la questione a Joshua. Non so se c’è qualcuno tra di voi con l’abilità per farlo, per comprendere la mia visione.” Abbassò lo sguardo sul ripiano del tavolo, tanto accigliato che sulla fronte gli pulsava persino una vena. “L’aereo parte domani,” si lamentò, come se davanti non avesse avuto nessuno.

“Se posso,” intervenne Lisa. “Ho quasi finito il mio articolo sulla Florida. Potrei concluderlo in aereo.”

“Assolutamente no,” rispose Elliot. “Nessuno può occuparsi di due incarichi alla volta. Chi è libero?”

In massa, quasi tutti gli scrittori al tavolo sembrarono deprimersi quando si resero conto che erano già fuori dai giochi.

“Io sono libero,” annunciò Duncan. “Sarei dovuto partire per Madrid oggi, ma il lavoro viene prima. A Stacy non dispiacerà rimandare la vacanza.”

Keira si trattenne a fatica dall’alzare gli occhi al cielo sentendo l’affermazione ben collaudata di Duncan. Si chiese quanto stesse davvero bene a Stacy che la loro vacanza fosse cancellata.

Elliot studiò Duncan attraverso il tavolo. “Tu sei Buxton, giusto? Quello che ha scritto il pezzo su Francoforte?”

“Sì,” confermò Duncan, sorridendo con orgoglio.

“Ho detestato quell’articolo,” replicò Elliot.

Keira la sentì ribollire dentro di sé, l’eccitazione. Quello era il suo momento. Stava a lei.

Ignorando il proprio nervosismo, alzò la mano con forzata sicurezza. “Io sono disponibile a scrivere l’articolo.”

Tutti si girarono per guardarla e lei dovette lottare contro la tentazione di nascondersi dietro la sedia.

“E tu saresti?” chiese Elliot.

La donna deglutì. “Keira Swanson. Sono la scrittrice junior di Joshua. Mi ha incaricata di svolgere le ricerche preliminari per questo articolo.”

“Ha incaricato te, eh?” domandò Elliot, apparentemente poco soddisfatto dalla scoperta che Joshua affidava i propri compiti ai sottoposti. Si accarezzò il mento, pensieroso. “Non sei mai stata all’estero per scrivere un articolo, prima?”

Keira scosse la testa. “Non ancora,” rispose. “Ma sarei felice di farlo.” Sperava che non percepisse il lieve tremito nella sua voce.

Era consapevole dell’irritazione di colleghi tutti intorno a lei. Probabilmente ritenevano che fosse molto ingiusto, che Keira non meritasse quell’incarico. Di certo si stavano pentendo amaramente di essersi offerti volontari per scrivere articoli molto meno importanti nelle settimane precedenti, perché a quel punto non potevano più liberarsene. L’unica che le stava dimostrando un minimo di supporto era Nina, che le lanciò un sorriso d’intesa. Dentro di sé, anche Keira si sentì sorridere. Era il suo momento. Era rimasta in attesa al Viatorum, ripulendo i casini di Joshua, riscrivendo gli articoli per lui, lavorando a tutte le ore in cambio di poco o niente. Finalmente poteva farsi notare.

Elliot tamburellò le dita sul ripiano del tavolo. “Non sono sicuro,” disse. “Ancora non hai dimostrato quanto vali. E questo è un compito importante.”

Nina intervenne coraggiosamente dall’altro capo della sala. L’amica lavorava da tempo in quell’industria, e si era guadagnata fiducia e rispetto. Anni come editore in riviste di lusso l’avevano temprata. “Non credo che tu abbia altra scelta.”

Elliot si fermò, come per assimilare quelle parole. Poi il suo cipiglio iniziò a rilassarsi e con una sorta di consenso riluttante disse: “Va bene. Swanson, l’articolo è tuo. Ma solo perché siamo disperati.”

Non era il modo migliore per ricevere una notizia tanto bella, ma a Keira non importava. Aveva ottenuto il pezzo. Era tutto ciò che voleva. Si costrinse a non alzare un pugno in segno di vittoria.

“È un viaggio di quattro settimane,” spiegò Elliot. “Al Festival di Lisdoonvarna, in Irlanda.”

Keira annuì; sapeva già tutto. “Il Festival dell’Amore,” disse sardonica.

Elliot sogghignò. “Quindi sei una cinica?”

Improvvisamente nervosa, Keira temette di aver detto la cosa sbagliata, di aver lasciato trapelare il suo disprezzo per errore. Ma poi notò che l’espressione di Elliot in realtà esprimeva approvazione.

“È esattamente la prospettiva che stavo cercando,” disse lui.

Attorno al tavolo sembrò che tutti avessero mangiato un limone. Lisa le lanciò uno sguardo di aperta gelosia.

“La verità,” aggiunse Elliot, con gli occhi che brillavano per l’eccitazione improvvisa. “è che voglio che smitizzi questa sciocchezza del romanticismo in Irlanda. Sfata il mito che si può trovare la propria anima gemella solamente grazie a un festival smielato. Ho bisogno che tu sia coraggiosa e che dimostri che sono tutte sciocchezze, che l’amore non funziona così nel mondo reale. Voglio tutti i dettagli, nel bene o nel male.”

Keira annuì. Era una cinica newyorkese, e la prospettiva dell’incarico le si adattava bene. Era come se le fosse caduta tra le braccia l’opportunità giusta al momento giusto. Era la sua occasione per dimostrare quanto valeva, di sfoggiare la sua voce e il suo talento, di far vedere che meritava il suo posto al Viatorum.

“La riunione è finita,” annunciò Elliot. Mentre Keira si alzava, aggiunse: “Non per te, signorina Swanson. Dobbiamo discutere i dettagli con la mia assistente. Prego, andiamo nel mio ufficio.”

Mentre gli altri uscivano dalla sala conferenze, Nina colse il suo sguardo e sollevò i pollici in segno di vittoria. Poi Keira attraversò tutto l’ufficio, fianco a fianco con Elliot, seguita dal ticchettio dei tacchi e dagli sguardi invidiosi del resto dello staff.

*

Non appena la porta dell’ufficio di Elliot si richiuse, Keira capì che stava per iniziare il lavoro vero e proprio. L’assistente di Elliot, Heather, si era già accomodata. Si accigliò confusa quando capì che era stata scelta lei per l’incarico, ma non disse niente.

Farò ricredere anche te, pensò Keira.

Si sedette e così fece Elliot. Heather le tese una cartella.

“I tuoi biglietti dell’aereo,” spiegò. “E i dettagli su dove alloggerai.”

“Spero che tu sia mattiniera perché dovrai partire molto presto,” aggiunse Elliot.

Keira sorrise, anche se le vennero in mente tutti gli eventi che aveva in programma, eventi che avrebbe dovuto cancellare o perdersi. Le venne in brivido quando si rese conto che si sarebbe persa il matrimonio di Ruth, la sorella di Zachary, che sarebbe stato proprio il giorno seguente. Il suo fidanzato si sarebbe infuriato!

“Non è un problema,” disse, abbassando lo sguardo sui biglietti nella cartella, che erano per il volo delle 6 del mattino. “Assolutamente nessun problema.”

“Ti abbiamo prenotato una stanza in un caratteristico Bed & Breakfast a Lisdoonvarna,” spiegò Elliot. “Niente fronzoli. Vogliamo che ti godi ogni esperienza.”

“Fantastico,” rispose lei.

“Non fare stupidaggini, va bene?” disse Elliot. “Sto correndo un grosso rischio a fidarmi di te. Se sbagli questo incarico i tuoi giorni qui sono finiti. Hai capito? Ho cento altri scrittori in lizza per il tuo lavoro.”

Keira annuì, cercando di non lasciare trapelare l’ansia nella propria espressione, e di apparire audace, sicura di sé e con i piedi per terra, mentre dentro si sentiva tutta sottosopra.

CAPITOLO DUE

Più tardi quella sera, quando Keira ritornò all’appartamento che condivideva con il suo fidanzato, si ritrovò ancora fremente per l’eccitazione e l’incredulità. Le tremavano le mani mentre cercava di infilare la chiave nella serratura della porta.

Alla fine riuscì ad aprire ed entrò. L’aria era pervasa dai profumi della cucina, insieme all’odore dei detergenti per la casa. Zachary si era dato alle pulizie. Significava che era furioso.

“Lo so, lo so, lo so,” iniziò a dire ancora prima di vederlo. “Sei arrabbiato. E mi dispiace.” Lanciò le chiavi nel vassoio a fianco della porta e la richiuse con una spinta. “Ma, piccolo, ho delle grandi notizie!” Si sfilò le scarpe con il tacco e si massaggiò i piedi doloranti.

Zachary apparve all’ingresso del soggiorno, con le braccia incrociate. I suoi capelli erano scuri quanto la sua espressione.

“Ti sei persa il brunch,” esordi. “Dall’inizio alla fine.”

“Mi dispiace!” lo implorò Keira. Gli gettò le braccia attorno al collo ma si accorse che le resisteva, quindi decise di cambiare tattica. Tirò fuori la sua voce più sensuale. “Che ne dici se ne discutiamo e poi mi faccio perdonare?”

Zachary si scrollò violentemente le sue braccia di dosso e si diresse a passo pesante verso il soggiorno, dove si lasciò cadere sul divano. La stanza era pulita. Persino la Playstation era stata spolverata. Keira si accorse che quella volta doveva essere più arrabbiato del solito.

Si sedette accanto a lui e gli appoggiò delicatamente una mano sul ginocchio, accarezzando la stoffa ruvida sotto la punta delle dita. Zachary puntò lo sguardo sulla televisione spenta.

“Che cosa vuoi che faccia, Zach? ” gli chiese dolcemente. “Devo lavorare. Lo sai.”

Lui sospirò e scosse la testa. “Capisco che tu debba lavorare. Anche io lavoro. Tutto il mondo lavora. Ma non tutti hanno un capo che schiocca le dita e fa accorrere il suo staff come dei robot!”

Non aveva tutti i torti.

“Aspetta, non sarai geloso di Josh, vero?” domandò Keira. La sola idea era ridicola. “Se solo l’avessi visto!”

“Keira,” esplose Zachary, guardandola finalmente. “Non sono geloso del tuo capo. Almeno non in quel senso. Sono geloso di tutto il tempo, dell’energia e della concentrazione che ottiene da te.”

A quel punto fu il turno di Keira di sospirare. Da una parte capiva il punto di vista di Zachary, ma dall’altra desiderava che il suo ragazzo la incoraggiasse di più nella sua scalata verso il successo. Avrebbe voluto che lasciasse correre quel momentaccio in cui si trovava al gradino più basso. Poi le cose sarebbero diventate più semplici, non appena avesse fatto un passo avanti nella sua carriera.

“Anche io preferirei che non fosse così,” concordò Keira. “Ma non smetterò di dedicare tutto il tempo e la mia energia alla carriera. Almeno non nel prossimo mese.”

Zachary si accigliò. “Che cosa vuoi dire?”

Keira avrebbe voluto contenere la sua eccitazione per rispetto verso Zach, ma non riuscì a trattenersi. Quasi strillò annunciando: “Andrò in Irlanda!”

Ci fu una lunga, lunghissima pausa mentre Zach assorbiva la notizia.

“Quando?” chiese con calma.

“È questo il punto,” rispose lei. “È una sostituzione dell’ultimo minuto. Josh si è rotto una gamba. È una lunga storia.”

Lei parlava a ruota libera e Zach la fissava corrucciato, come in attesa del colpo di grazia.

Keira si strinse tra le spalle sul divano, cercando di apparire più piccola possibile. “Parto domani.”

L’espressione di Zachary mutò con la velocità di un cielo estivo. Se prima c’erano state solo le avvisaglie di una tempesta, ora regnavano tuoni e lampi.

“Ma il matrimonio è domani,” disse.

Keira gli strinse le mani tra le proprie. “Il momento non è dei migliori, sono la prima a dirlo. Ma ti giuro che a Ruth non importerà.”

“Non le importerà?” scattò Zach, allontanandosi di colpo da lei. “Fai parte del corteo nuziale!”

Si alzò in piedi all’improvviso, iniziando a camminare avanti e indietro e infilandosi le mani tra i capelli. Keira balzò su e corse da lui, cercando di placarlo con l’affetto fisico. Ma quella volta Zach non volle sentire ragioni.

“Non posso crederci,” esplose. “Ho passato tutta la giornata a un brunch con la tua famiglia, ad ascoltare Bryn che parlava all’infinito di quanto fosse sexy il suo nuovo insegnante di meditazione e tutte le sue opinioni idiote…”

“Ehi!” Lo interruppe Keira. Non era giusto criticare la sua sorellona.

“E invece di ringraziarmi,” continuò Zach, “mi lanci addosso questa bomba! Come diavolo dovrei dirlo a Ruth?”

“Glielo dirò io,” suggerì Keira. “Farò io la parte della cattiva, va bene così.”

“Tu sei la cattiva!” esclamò Zach.

Abbandonò il soggiorno come una furia. Keira lo seguì impotente. Stavano insieme da due anni e non lo aveva mai visto tanto arrabbiato.

Lo rincorse fino alla camera e lo guardò tirare fuori la valigia da sotto il letto.

“Che cosa stai facendo?” gli chiese esasperata.

“Prendo la valigia,” replicò lui altrettanto irritato. “Non puoi partire senza, giusto?”

Keira scosse la testa. “Lo so che sei arrabbiato, ma stai davvero esagerando.”

Gli tolse la valigia dalle mani e la gettò sul letto. Si aprì subito, come invitandola a iniziare a riempirla. Keira dovette lottare contro la tentazione di impilarvi dentro i suoi vestiti.

Zach sembrò perdere momentaneamente la sua energia. Si sgonfiò, sedendosi a un capo del materasso con la testa tra le mani.

“Scegli sempre il lavoro al mio posto.”

“Mi dispiace,” disse Keira, senza guardarlo mentre prendeva il suo maglione preferito da terra e lo lanciava discretamente nella borsa. “Ma questa è l’opportunità di una vita.” Si avvicinò al comodino e frugò tra le sue bottigliette di lozioni e profumi. “Tanto Ruth mi odia comunque. Mi ha messa nel corteo nuziale solo perché glielo hai chiesto tu.”

“Perché è quello che si dovrebbe fare,” rispose tristemente Zach. “Gli eventi di famiglia si dovrebbero vivere tutti insieme.”

Lei si voltò e buttò rapidamente gli oggetti in valigia. Ma Zach notò che cosa stava facendo e la sua espressione cupa divenne persino più tempestosa.

“Stai facendo la valigia?”

Keira si bloccò e si morse il labbro inferiore. “Mi dispiace.”

“No, non è vero,” replicò lui in modo freddo e distaccato. Poi alzò lo sguardo e annunciò: “Se parti, non so se potremo rimanere insieme.”

Keira alzò un sopracciglio, stupefatta dalla minaccia. “Oh, davvero?” Incrociò le braccia. Ora sì che aveva tutta la sua attenzione. “Mi stai dando un ultimatum?”

Zachary alzò le braccia in preda alla frustrazione. “Sei tu che mi stai costringendo! Non riesci a capire quanto sarà imbarazzante presentarmi domani al matrimonio di Ruth senza di te?”

Keira sospirò, ugualmente frustrata. “Non capisco perché non puoi semplicemente dirle che ho avuto una fantastica occasione a lavoro, una che non potevo perdermi.”

“Il matrimonio di mia sorella dovrebbe essere qualcosa che non puoi perderti. Dovrei essere io la tua priorità!”

Ah. Ed eccoli di nuovo al punto della questione. Quella parola. Priorità. Ciò che lui non era, anche se Keira non avrebbe potuto confessarglielo.

“Mi dispiace,” ripeté, sentendo venir meno i suoi propositi. “Ma non è possibile. La mia carriera deve venire prima.”

Chinò il capo, non per la vergogna ma per la tristezza. Non sarebbe dovuta andare in quella maniera. Zach non avrebbe mai dovuto mettere la loro relazione contro la sua carriera. Era una battaglia che avrebbe inevitabilmente perso.

Non sapeva che altro dire. Guardò il volto infuriato di Zachary. Non si scambiarono nessun altra parola. Non rimaneva più niente da dire. Zach si alzò dal letto, si diresse fuori dalla stanza e nel corridoio, afferrò le chiavi dal vaso davanti alla porta prima di aprirla e di richiudersela seccamente alle spalle. Ascoltando il suono della sua auto che si allontanava, Keira capì che quella notte non sarebbe tornato; avrebbe dormito sul divano letto di Ruth come dimostrazione.

Keira aveva vinto la battaglia, ma non c’era gioia nella sua vittoria. Si lasciò cadere sul letto accanto alla valigia aperta e sentì formarsi un groppo alla gola.

Bisognosa d’affetto, prese il cellulare e chiamò sua madre.

“Ciao, cara,” salutò la donna, rispondendo immediatamente, come se la vista del nome della figlia minore sullo schermo del telefono l’avesse spinta subito in azione. “Va tutto bene?”

Keira sospirò. “Ti volevo sentire per raccontarti di un incarico che mi hanno affidato oggi a lavoro. È un articolo da prima pagina. Potrò andare a visitare l’Irlanda.”

“Cara, sono notizie magnifiche. Come è eccitante! Congratulazioni. Ma perché sembri così triste?”

Keira si girò sulla pancia. “Zach. È irritato. Praticamente ha detto che se parto tra noi sarà finita.”

“Sono certa che non dicesse sul serio,” disse gentilmente la madre. “Lo sai come sono gli uomini. Hai solo ferito il suo ego mettendo le tue priorità al di sopra delle sue.”

Keira strapazzò distrattamente l’angolo di un cuscino. “In realtà è per il matrimonio di Ruth di domani,” spiegò. “Pensa che gli stia dando buca, piantandolo in asso in questa maniera. Come se fosse la fine del mondo presentarsi senza la fidanzata.” Rise seccamente, ma dall’altro capo della linea le rispose solo il silenzio.

“Oh,” disse poi la madre.

“Oh, cosa?” chiese Keira, accigliandosi.

La voce della donna aveva perso una parte del suo calore. Aveva assunto un tono che Keira riconobbe subito, avendolo sentito un migliaio di volte da bambina. Disapprovazione.

“Beh, non mi ero resa conto che ti saresti persa il matrimonio di sua sorella,” commentò.

“E questo per te cambia le cose?” disse Keira, irrigidendosi leggermente.

La madre rispose con una voce che Keira riconobbe come il suo “tono diplomatico”. “Se avevi già preso un impegno… E si tratta di sua sorella. Andare da soli a un matrimonio è davvero tremendo. Tutti ti fissano e bisbigliano. Sarà sgradevole per lui.”

“Mamma!” si lagnò Keira. “Non è più il 1950. Il comfort di un uomo non è più importante della carriera di una donna!”

“Non è quello che intendevo, cara,” disse la madre. “Voglio solo dire che Zachary è un bravo ragazzo e non c’è niente di male nel dare la priorità al matrimonio. Non vorrai essere come tua sorella, sempre su quei siti di appuntamenti, a passare serate terribili con uomini che dicono di essere alti un metro e ottanta, e poi si rivelano a malapena un metro e mezzo!”

“Mamma!” gridò di nuovo Keira, mettendo fine al suo sproloquio. “In questo momento ho bisogno che mi supporti.”

Sua madre sospirò. “Lo faccio. Sono molto felice per te. E mi piace la tua… passione. Davvero.”

Keira roteò gli occhi. Sua madre non era affatto brava a sembrare convincente.

“Credo solo che in questa situazione dovresti rimanere con il tuo fidanzato. Voglio dire, davvero, che cosa è più importante? Tanto tra tre anni lascerai il lavoro per iniziare a fare figli.”

“Okay, mamma, adesso basta!” esplose Keira. I figli erano tanto distanti dalla sua realtà da essere un’idea ridicola.

“Cara,” la tranquillizzò la madre. “Ti fa molto onore lavorare con tanto impegno. Ma anche l’amore è importante. Ugualmente importante. Se non addirittura di più. Scrivere questo articolo davvero significa per te più di Zachary?”

Keira si rese conto che stava stringendo convulsamente il telefono. Rilassò leggermente la presa. “Devo andare, mamma.”

“Pensa a quello che ti ho detto.”

“Lo farò.”

Riappese con il cuore pesante. L’euforia che aveva provato prima era completamente evaporata. Ormai c’era solo una persona che avrebbe potuto ridarle il sorriso, ed era Bryn. Trovò rapidamente il numero della sorella maggiore e la chiamò.

“Ehi, ciao sorellina,” disse Bryn non appena rispose. “Ti sei persa il brunch.”

“Stavo lavorando,” replicò Keira. “Joshua ci ha richiamati tutti in ufficio, credo per mettersi in mostra davanti a Elliot per quel pezzo sull’Irlanda che avrebbe dovuto scrivere. Solo che è scivolato e… beh, si è rotto una gamba.”

“Stai scherzando?” esclamò Bryn, scoppiando in una risata isterica. “Ma come si fa?”

Già Keira sentì l’infelicità che iniziava a svanire, tale era il potere di Bryn.

“È stato assurdo,” continuò. “Ho visto l’osso. E poi si è messo a urlare che si era rovinato i suoi pantaloni costosi!”

Le due sorelle risero insieme.

“E poi cosa è successo?” chiese Bryn, il pubblico rapito che Keira avrebbe voluto fossero anche Zachary e sua madre.

“I paramedici lo stavano portando via in barella, io mi sono resa conto la riunione stava per iniziare, e Elliot odia quando la gente è in ritardo, quindi sono andata e mi sono seduta. E così credo di aver catturato la sua attenzione, quindi mi ha affidato l’articolo sull’Irlanda.”

“Incredibile!” esclamò Bryn. “Mi prendi in giro? La mia sorellina scriverà l’articolo di prima pagina?”

Keira sorrise. Sapeva che Bryn non capiva del tutto quanto quella fosse un’opportunità importante per lei, e che stava fingendo almeno un venti percento dell’entusiasmo, ma lo apprezzava. Era il tipo di reazione che avrebbe voluto ricevere da Zach.

“Sì, è fantastico. Ma domani devo già partire per l’Irlanda e mi perderò il matrimonio di Ruth.”

“Oh, pfft. E quindi?” replicò Bryn. “Questo è molto più importante. E comunque non credevo che Ruth ti piacesse.”

“E infatti non mi piace. Ma mi piace Zach,” disse Keira, cercando di farle capire per quale motivo volare in Irlanda da un momento all’altro potesse non essere la cosa più semplice del mondo. “Questa volta l’ho davvero fatto arrabbiare.”

Bryn sospirò. “Senti, sorellina, lo so che è difficile. E mi piace quel ragazzo, credimi, mi piace davvero. Ma tu devi partire! Lo devi fare. Detesto dirlo ma non dovresti stare con un uomo che cerca di limitarti. Ce l’avrai con lui se cederai alle sue richieste.”

“E lui odierà me se non lo farò.”

“Già. È una triste verità, ma a volte la vita e l’amore non vanno d’accordo. Due persone possono essere giuste l’una per l’altra ma il momento può essere quello sbagliato.”

Keira si sentì stringere il cuore al pensiero di lasciare Zach per la sua carriera. Ma forse Bryn aveva ragione. Forse non era il momento giusto per loro.

“Quindi cosa farai?” chiese Bryn, strappandola dalle sue riflessioni.

Keira fece un respiro profondo. “Lo sai, ne ho passate di tutti i colori per fare carriera e non posso arrendermi all’ultima difficoltà. Non posso tirarmi indietro.”

Sentì ritornare la sua energia. Era triste all’idea di lasciarsi indietro Zachary, ma non aveva altre possibilità. Rifiutare quell’opportunità avrebbe significato la fine della sua carriera. Non poteva fare altrimenti.

Doveva partire.

CAPITOLO TRE

Il mattino seguente la svegliò squillò fin troppo presto, rimbombando come una sirena da nebbia. Keira si girò e la spense, poi si rese conto che l’altro lato del letto era vuoto. Zach non aveva dormito lì la notte precedente.

Si alzò, strofinandosi via il sonno dagli occhi, e sbirciò in soggiorno. Niente Zach. Quindi, esattamente come aveva predetto, la notte prima non era tornato. Doveva essere rimasto da Ruth.

Accantonando la delusione e la tristezza, si fece una rapida doccia lottando per evitare che l’acqua calda la facesse riaddormentare, e indossò abiti comodi in previsione del lungo viaggio.

Afferrata la borsa, controllò per accertarsi di avere i biglietti e l’itinerario che le aveva dato Heather. Soddisfatta di scoprire che i documenti e il passaporto erano ancora in suo possesso, uscì di casa e saltò sul sedile posteriore del taxi che l’aspettava.

Mentre sfrecciava per le strade di New York di prima mattina, Keira si prese un istante per fare il punto della situazione. Stava succedendo sul serio. Stava davvero per andare all’estero per lavoro, come aveva sempre sognato di fare. Avrebbe voluto solo che Zach avesse scelto di condividere con lei quel momento, piuttosto che tenersi a distanza.

L’aeroporto di Newark era trafficato come l’ora di punta in metropolitana. Una partenza alle 5:00 del mattino era del tutto nomale per molte persone in carriera, e Keira provò un improvviso slancio d’orgoglio a considerarsi una di loro. Imbarcò i bagagli sull’aereo sentendosi come una super star all’aeroporto di Los Angeles, e tenendo la testa alta allo stesso modo. Poi trovò un baretto per la sua dose mattutina e per perdere un po’ di tempo prima che il suo volo fosse pronto alla partenza.

Seduta nel bar affollato, controllò ripetutamente il telefono. Anche se sapeva che Zachary doveva essere ancora addormentato, desiderava disperatamente qualsiasi genere di comunicazione da lui. Sapeva di aver fatto la cosa giusta accettando l’incarico e sperava che alla fine anche lui sarebbe arrivato alla stessa conclusione. O forse la loro relazione era condannata come pensava Bryn. Forse le loro opposte priorità erano davvero un blocco che non potevano superare.

Inviò un messaggio spensierato a Zachary, evitando qualsiasi riferimento al loro litigio, sperando che se si fosse svegliato con qualche parola dolce si sarebbe sentito più ben disposto nei suoi confronti.

Il suo telefono squillò e lei fece un balzo per l’eccitazione, sicura che fosse la risposta di Zach. Invece era Heather, per controllare che fosse andato tutto secondo i piani e che lei fosse pronta a prendere l’aereo. Delusa, Keira le rispose, rassicurandola che stava andando tutto bene.

Proprio in quel momento sentì la chiamata d’imbarco per il suo volo. Bevuta rapidamente l’ultima sorsata di caffè, Keira si diresse verso il cancello, giurando di chiamare Zachary non appena fosse atterrata. Tra New York e l’Irlanda c’era una differenza di cinque ore che avrebbe dovuto tenere a mente durante il suo soggiorno.

A bordo dell’aereo Keira si accomodò nel suo posto, controllando un’ultima volta se c’erano messaggi da Zach. Ma non aveva ricevuto niente, e l’assistente di volo le lanciò un’occhiataccia di disapprovazione vedendola usare il cellulare dopo la richiesta di spegnere tutti i dispositivi elettronici. Sospirando, Keira spense il telefono e lo infilò in tasca.

Esattamente in quel momento, un gruppo chiaramente in partenza verso una festa di addio al celibato salì sull’aereo, chiacchierando allegramente. Keira mugolò. Sarebbe stato un lungo volo. Sette ore, in effetti, fino a Shannon a County Clare. Sarebbe stato buio quando fosse atterrata, ma il suo corpo sarebbe stato convinto che fosse mezzogiorno. Aveva sperato di riuscire a riposarsi durante il volo, ma quel gruppo di uomini chiassosi sarebbe stato gliel’avrebbe impedito.

L’aereo si mise in moto sulla pista. Tentando di isolarsi dal frastuono dell’addio al celibato, si infilò gli auricolari e chiuse gli occhi. Ma non era neanche lontanamente sufficiente per soffocare le loro rumorose battute.

L’aereo prese il volo e Keira si rassegnò al piano B: la caffeina. Fece un cenno allo steward e ordinò un caffè, sapendo che sarebbe stato il primo di molti. Lo sorseggiò, irritata, sul sottofondo dei rumori dell’addio al celibato.

Mentre attraversava i cieli, Keira si prese il tempo di controllare l’itinerario e gli appunti di Heather.

Non ci sono taxi, quindi nel parcheggio ci sarà un’auto a noleggio ad attenderti. Spero che tu sappia guidare con il cambio manuale. E ricordati anche di tenere la SINISTRA.

Il pensiero di dover guidare mentre era tanto assonnata la preoccupò. Era molto tempo che non prendeva la macchina, dato che di solito usava la metropolitana per muoversi ovunque. Il cambio manuale era una sfida in più. E guidare sulla sinistra sarebbe stato persino più complicato. Se voleva avere qualche possibilità di non schiantarsi, avrebbe avuto bisogno di bere molto più caffè!

Alloggerai in un tradizionale pub e Bed & Breakfast irlandese, quindi non aspettarti un trattamento da Hilton Hotel. Sarà un posto molto semplice.

Keira non ne fu turbata. Era una scrittrice squattrinata da quando si era diplomata al college; erano anni che gli hotel erano fuori dal suo budget! Poteva vivere in un tugurio per un mese senza alcun problema. Finché non fosse stata costretta ad andare al bagno in una latrina all’aperto, era certa che sarebbe sopravvissuta agli alloggi più basilari.

Avrai la serata per acclimatarti prima di iniziare a lavorare. Abbiamo preso accordi con una guida turistica perché ti mostri il posto. Incontrerai il sensale, che si occupa di organizzatore degli incontri romantici, e proprietario del festival il mattino seguente. Il festival inizia la sera stessa.

Man mano che leggeva le informazioni, Keira cominciò a sentirsi sempre più emozionata. Il volo le sembrò più rapido di quanto si fosse aspettata, probabilmente grazie all’adrenalina che le pompava nelle vene. Quella, e alle copiose quantità di caffeina.

Atterrò a Shannon di buon umore, scendendo dall’aereo accolta dalla fredda e frizzante aria settembrina. Si aspettava di vedere dolci colline verdi e campi pieni di mucche e pecore, ma invece l’aeroporto di Shannon non offriva un gran panorama. La zona era piuttosto industrializzata, con grandi edifici grigi privi di qualsiasi bellezza architettonica.

L’autonoleggio era altrettanto tetro. Piuttosto di una calda accoglienza irlandese, incontrò un giovane dal volto impassibile che accettò in silenzio la sua ricevuta di pagamento e le tese le chiavi dell’auto senza pronunciare nemmeno una sillaba.

Keira le accettò e trovò la sua auto nel parcheggio. Era assurdamente piccola. Entrò dal lato destro, ricordando l’appunto di Heather sulla guida a sinistra. Le servì un po’ per riprendere familiarità con il concetto del cambio manuale e del pedale della frizione, e poi partì, usando il navigatore satellitare per uscire da Shannon. Le sarebbe servita un’ora circa per raggiungere la sua destinazione, Lisdoonvarna.

Non appena ebbe lasciato la strada principale, si trovò a guidare lungo strette stradine tortuose senza marciapiedi, segnali stradali né lampioni. Keira strinse ansiosamente il volante e dedicò ogni briciolo della sua energia e concentrazione per superare quelle vie che sembravano farsi sempre più piccole.

Dopo circa quindici minuti, iniziò a rilassarsi leggermente. Non c’era molto traffico, e ciò l’aiutò a calmare i nervi perché non doveva aver paura di andare a sbattere contro qualcuno. Anche l’ambiente era molto rilassante, niente per miglia a parte colline e campi punteggiati di pecore. L’erba era del più puro color verde che Keira avesse mai visto in tutta la sua vita. Abbassò il finestrino per annusare l’aria fresca, ma invece fu colpita dall’odore del letame. Risollevò rapidamente il vetro.

Non c’erano segnali stradali a guidarla, quindi fu grata di avere il navigatore satellitare. Ma non c’erano neanche lampioni, che rendeva la guida più difficile, specialmente con tutte quelle curve strette e ripide. La segnaletica sulla strada era cancellata. Inoltre Keira trovava la guida sulla sinistra disorientante. Il viaggio complicato fu ulteriormente aggravato dai vari trattori che dovette superare!

A un certo punto la strada divenne tanto stretta da lasciare lo spazio solo per un’auto. Keira quasi si schiantò nella corsia opposta e dovette frenare di colpo, slittando sul ciglio della strada e strisciando sulle siepi di bordura. Sollevò una mano per scusarsi con l’autista dell’altra auto, che si limitò a sorridere gentilmente come se non fosse successo niente, e indietreggiò un po’ per lasciarle lo spazio per superarlo. Se fosse stata a New York, un simile incidente si sarebbe concluso in molte imprecazioni nella sua direzione. E invece stava già ricevendo un assaggio della famosa ospitalità irlandese.

Con il cuore che le batteva ancora forte per lo shock dell’incidente schivato di poco, riuscì lentamente a superare l’altra auto.

Continuò ad avanzare con cautela, sentendosi più terrorizzata dalle strade di quanto non lo fosse stata in precedenza. Sperava che il graffio contro i cespugli non si vedesse sulla vernice, non era certa di come avrebbe reagito la società se fosse tornata a casa con un salatissimo conto dell’autonoleggio per danni!

Qualsiasi residuo di eccitazione avesse provato prima di quel viaggio infido aveva iniziato a svanire. L’adrenalina e caffè l’aveva sospinta solo fino a un certo punto. Ormai, invece di ammirare la bellezza della natura, vedeva i suoi dintorni come spogli e vagamente tetri. Le uniche creature viventi che notò erano pecore. Le vecchie fattorie di pietra che apparivano di tanto in tanto erano trascurate e fatiscenti. Sulle colline, Keira intravide un castello in rovina nascosto tra alcuni alberi e si chiese come era possibile che un edificio storico fosse stato abbandonato.

Iniziò a prendere mentalmente appunti per il suo articolo, ricordando la prospettiva cinica che Elliot voleva che assumesse. Invece di godersi la bellezza del panorama costiero, si concentrò sulle nuvole grigie. Piuttosto che apprezzare come miracolosa l’ampia vista sull’oceano, decise di rivolgere lo sguardo sulla desolazione delle lontane montagne rocciose. Anche se da una parte era incredibilmente bello, Keira sentiva che sfatare il mito del romanticismo irlandese non sarebbe stato difficile. Le sarebbe bastato sapere dove guardare e come descrivere i dettagli.

Attraversò alcuni piccoli paesini dalle mura di pietra. Uno si chiamava Killinaboy e lei scoppiò a ridere, mandando rapidamente una foto del nome della città a Zach e sperando che l’avrebbe apprezzata.

Fu tanto distratta da quel buffo cartello stradale che Keira quasi non notò il successivo ostacolo in strada, un gregge di pecore! Pigiò il piede sul freno e si fermò appena in tempo, spegnendo l’auto. Le servì molto tempo perché il suo terrore si acquietasse. Avrebbe potuto sterminare un’intera famiglia di pecore!

Prendendosi un momento per calmare i battiti del suo cuore, Keira afferrò il telefono e scattò una foto ai posteriori del gregge di pecore, mandandola a Zach con il commento: il traffico qui è un incubo.

Ovviamente non ricevette alcuna risposta. Frustrata dalla sua totale mancanza di interesse, inviò la stessa foto a Nina e Bryn. Entrambe risposero quasi immediatamente con emoji ridenti e Keira annuì, soddisfatta di sapere che almeno qualcuno nella sua vita trovasse interessanti le sue avventure.

Riavviò il motore e lentamente superò la colonna di pecore. Le bestie la guardarono passare con espressioni scaltre e lei si ritrovò sul punto di domandar loro scusa. Il cielo stava iniziando a scurirsi, rendendo il viaggio ancora più pericoloso. Non era d’aiuto il fatto che le uniche costruzioni che vide erano chiese, con solenni statue della Vergine Maria a pregare sul ciglio della strada.

Alla fine arrivò a Lisdoonvarna e fu piacevolmente colpita da ciò che trovò. Almeno sembrava un posto dove vivevano delle persone! C’erano strade affiancate da più di una casa, che le dava l’aspetto di una cittadina vera e propria… o qualcosa del genere. Tutti gli edifici, le case e i negozi erano piccoli e ameni, molti a pochi passi di distanza dalla strada, ed erano verniciati allegramente con tutti i colori dell’arcobaleno. Keira fu lieta di essere finalmente giunta a quella che sembrava una comunità, invece che singole dimore collegate da strade.

Rallentò l’auto, seguendo i cartelli in strada fino a quando non trovò l’indirizzo che stava cercando, il St. Paddy’s Inn. Il Bed & Breakfast era proprio all’angolo tra due vie, un edificio a tre piani di scuri mattoni rossi. Dall’esterno a Keira sembrò estremamente irlandese.

Lasciò l’auto nel piccolo parcheggio e saltò fuori, afferrando le sue valige dal bagagliaio. Era esausta e pronta a entrare e rilassarsi.

Ma mentre si avvicinava, si rese conto che il riposo non era nel suo futuro. Perché anche da lì riusciva a sentire i suoni di allegre conversazioni e accesi dialoghi. Udiva anche i rumori della musica dal vivo, di violini, pianoforti e fisarmoniche.

Un campanello sopra la porta tintinnò al suo ingresso, e fu accolta da un piccolo e buio pub con una vecchia carta da parati cremisi e numerosi tavolini rotondi di legno. Traboccava di gente, tutti con una birra in mano. La squadrarono come se avessero capito al volo che non era una di loro, e che non era una semplice turista, ma un’americana.

Keira si sentì un po’ travolta dallo shock culturale.

“Che cosa ti porto?” chiese una voce maschile con un pesante accento che Keira riuscì a malapena a comprendere.

Si voltò verso il bar e vide un uomo anziano dietro al bancone. Aveva un volto rugoso e un ciuffo di capelli grigi spuntava dal centro della sua testa altrimenti completamente calva.

“Sono Keira Swanson,” si presentò lei, avvicinandosi. “Della rivista Viatorum.”

“Non riesco a sentirti! Parla ad alta voce!”

Keira alzò la voce sopra la musica folk che stava suonando dal vivo e ripeté il proprio nome. “Ho prenotato una stanza qui,” aggiunse quando l’uomo si limitò a guardarla con espressione impassibile. “Sono una scrittrice dall’America.”

Alla fine l’uomo sembrò capire chi fosse e perché era lì.

“Ma certo!” esclamò, mentre gli si allargava un sorriso sul volto. “Da quella rivista con il buffo nome latino.”

Trasmetteva un che di caloroso, da nonno, e Keira si sentì di nuovo rilassata.

“Proprio quella,” confermò.

“Io sono Orin,” disse lui. “Il St. Paddy è mio. Ci vivo anche. E questa è per te.” Tutta a d’un tratto una pinta di Guinness apparve sul bancone davanti a Keira. “Un tradizionale benvenuto dal St. Paddy.”

Keira fu presa alla sprovvista. “Non sono una gran bevitrice,” rise.

Orin le lanciò un’occhiata. “Lo sei finché rimani qui a County Clare, ragazza mia! Sei qui per lasciarti andare come noialtri. E comunque dobbiamo fare un brindisi per festeggiare il tuo viaggio sicuro. Sia reso grazie alla Vergine Maria.” Si fece il segno della croce sul petto.

Keira aveva un po’ paura ad accettare la Guinness e a dare il primo sorso di quel forte liquido cremoso. Non aveva mai assaggiato una Guinness prima e il sapore non le piacque molto. Dopo un solo goccio fu certa che non sarebbe riuscita a finire la pinta intera.

“Gente,” gridò Orin ai clienti del pub, “questa è la giornalista americana!”

Keira sussultò quando l’intero pub si voltò verso di lei e iniziò ad applaudire e a festeggiarla come se fosse stata una celebrità.

“Siamo così emozionati che tu sia qui!” esclamò una donna con i capelli ricci e crespi, avvicinandosi e mostrando un sorriso con troppi denti per la tranquillità di Keira. Poi con voce più bassa aggiunse: “Forse vuoi ripulirti il baffo di Guinness.”

Sentendosi le guance bollenti per l’imbarazzo, Keira si asciugò rapidamente la schiuma sopra il labbro superiore. Un secondo più tardi un’altra dei clienti del bar si fece avanti, sgomitando via altre persone senza che nessuno sembrasse prendersela. Caracollando rovesciò qualche goccia del drink. “Non vedo l’ora di leggere l’articolo!”

“Oh, grazie,” rispose Keira, scrollando le spalle. Non aveva pensato che la gente del luogo avrebbe voluto leggere che cosa avrebbe scritto su di loro. Forse così sarebbe stato un po’ più complicato mantenere una prospettiva fredda e cinica.

“Quindi perché sei diventata una giornalista?” domandò l’uomo accanto a lei.

“Sono solo una scrittrice,” rispose Keira arrossendo, “non una giornalista.”

“Solo una scrittrice?” esclamò l’uomo, parlando ad alta voce e attirando l’attenzione degli altri attorno a lui. “L’avete sentita? Dice che è solo una scrittrice. Beh, io quasi non so tenere una biro in mano quindi per quel che mi riguarda tu sei un genio.”

Tutti scoppiarono a ridere. Keira bevve nervosamente piccoli sorsi della Guinness. Era molto grata per l’ospitalità irlandese ma era anche uno shock culturale, e si sentì intimorita, pensando ai diversi modi in cui poteva fare a pezzi quel posto nel suo articolo.

“Ti faccio vedere la tua camera,” disse alla fine Orin, non appena ebbe finito metà della sua pinta di Guinness.

Lei lo seguì su per una scalinata stretta e scricchiolante e lungo un corridoio con un logoro tappeto dal forte odore di polvere. Keira camminò in silenzio e assorbendo tutti i dettagli, costruendo frasi taglienti nella mente mentre osservava l’arredamento antiquato. Le pareti erano decorate con fotografie sbiadite e incorniciate delle squadre di calcio locali del passato e Keira sogghignò notando che la maggior parte dei giocatori condivideva lo stesso cognome, O’Sullivan. Scattò discretamente una foto della squadra di calcio in bianco e nero e la mandò a Zach con la dicitura: Il signor O’Sullivan si deve essere dato da fare.

“Eccola qui,” annunciò Orin, aprendo una porta e mostrandole l’interno.

La stanza era tremenda. Anche se era ampia, con un letto matrimoniale e una grande finestra, l’arredamento era agghiacciante. La carta da parati era di uno strano color pesca, macchiata da anni di manate unte. Il letto era coperto da un piumino, che era trapuntato ma non in un gradevole stile campagnolo, piuttosto come un residuato invenduto di un negozio di seconda mano.

“Questa è la stanza con la scrivania,” disse Orin, sorridendo con orgoglio e indicando il piccolo tavolino di legno sotto la finestra. “Così puoi scrivere.”

Keira arrossì. Dentro di sé era disgustata dall’idea di stare in quella stanzetta sudicia per un mese intero, ma riuscì a emettere un grato: “Grazie.” E lei che era stata certa di riuscire a vivere ovunque per un mese!

“Preferisci ambientarti e riposarti un po’ prima di incontrare Shane?” chiese Orin.

Keira si accigliò, confusa. “Chi è Shane?”

“Shane Lawder. La tua guida turistica. Per il festival,” spiegò Orin.

“Certo,” disse Keira, ricordando che tra gli appunti di Heather c’era scritto che avrebbe avuto una guida. “Sì, grazie, mi farebbe piacere incontrare Shane.” Non aveva alcun desiderio di passare neanche un altro minuto nella stanza, quindi lasciò cadere la borsa sul letto e si diresse di nuovo verso la scalina scricchiolante.

“Shane!” gridò Orin, riprendendo la sua posizione dietro il bancone del bar.

Con grande sorpresa di Keira, fu il violinista a rispondere. Abbassò il suo strumento, anche se il gruppo di musicisti con cui si stava esibendo continuò come se non fosse cambiato niente, e si avvicinò.

Sotto la barba incolta, Keira notò che aveva una mascella scolpita. In effetti, se non fosse stato per i capelli, che dovevano assolutamente essere tagliati, e gli abiti trasandati, Shane si sarebbe potuto definire decisamente attraente. Keira si sentì in colpa a fare un pensiero di quel tipo, specialmente dato che le cose con Zach erano tanto incerte in quel momento, ma poi pensò al motto di Bryn: Non c’è niente di male nel guardare.

“Non sembri un Joshua,” commentò Shane stringendole la mano.

“Oh, non te l’hanno detto?” disse Keira. “C’è stato un cambio di piani e sono stata mandata io al suo posto. Mi spiace.”

Shane le lanciò un’occhiata impudente. “Perché ti scusi? Preferisco di gran lunga passare trenta giorni con una bella ragazza come te. Senza offesa per questo Joshua, sono sicuro che sia un bell’uomo, ma non sembra il mio tipo. Sai, per il fatto che è maschio e quella roba lì.”

Keira deglutì. Non si aspettava che gli uomini irlandesi fossero tanto audaci. Ma ricordò a se stessa di Zach e si ripeté mentalmente che stava solo guardando.

Quando Shane si sedette sullo sgabello accanto a lei, Orin mise una Guinness davanti a entrambi. Keira mugugnò dentro di sé. Come avrebbe fatto a sopportare tutto quell’alcol?

Shane prese una lunga sorsata della sua birra e poi aprì alcuni fogli sul bancone.

“Il Festival dell’Amore dura trenta giorni,” spiegò. “La maggior parte delle attività inizia solo la sera, quindi ho preparato un itinerario di posti che possiamo visitare mentre sei qui, così puoi farti un’idea di tutto il paese. Inizieremo con il Burren per gli scenari montuosi, le Scogliere di Moher per vedere l’oceano, poi andremo nella contea vicina, Kerry, per il palazzo monumentale a Killarney, e infine a Dingle.”

“Pensavo che mi avresti semplicemente fatto da guida nel festival,” disse Keira. “Non per tutto il paese!”

“Andrai fuori di testa se non esci un po’ da Lisdoonvarna durante il giorno,” spiegò Shane. “Tutte quelle comitive di persone che vanno e vengono, dopo un po’ diventano decisamente troppo.”

Keira rise silenziosamente tra sé e sé. Le era difficile credere che Lisdoonvarna fosse anche solo vagamente caotica durate il festival quanto New York durante una giornata qualsiasi.

“Si beve molto,” continuò Shane. “Certe feste durano fino alle prime ore del mattino del giorno seguente. Dico certe, ma praticamente quasi tutte.”

Keira ripensò allo scatenato addio al celibato con cui aveva condiviso il viaggio in aereo e si chiese se nel mese successivo sarebbe mai riuscita a dormire.

“Mi sembra perfetto,” commentò, lanciando uno sguardo all’itinerario. “Ma mi servirà un po’ di tempo ogni giorno per scrivere. Non posso solo divertirmi.”

Shane ghignò. “Sei appena arrivata e già pensi al lavoro?”

“Devo farlo,” spiegò lei. “Per me questo articolo è molto importante. Non voglio fare stupidaggini.”

“E rilassarti un po’ è una stupidaggine?”

Keira non aveva voglia di difendere le sue scelte di vita. Le bastava già doverlo fare con Zach e con sua madre.

“Significa solo che mi prenderò un po’ di tempo per scrivere tutti i giorni,” ribadì, con un’aria piuttosto seccata.

L’espressione di Shane rimase una specie di ghigno divertito. Prese una languida sorsata dalla sua pinta. “Sei una di quei tipi tutti seriosi, vero?” ribatté. “Tutta lavoro e niente divertimento.”

Keira gli scoccò un’occhiata fredda. “Non so come tu possa fare supposizioni su di me,” rispose. “Mi conosci da neanche cinque minuti.”

Shane continuò a ghignare. Non replicò, come se la discussione fosse stata già risolta.

Keira si irrigidì. Era attraente, certo, ma se avesse continuato in quella maniera avrebbe finito per infastidirla. Non sapeva se sarebbe riuscita a sopportare trenta giorni di provocazioni e bevute senza avere lo spazio per scrivere.

Forse l’incarico sarebbe stato più difficile del previsto.

*

Alla fine intorno a mezzanotte Keira riuscì a congedarsi. Aveva perso il conto del numero di Guinness che Orin e Shane avevano ingollato, ma per fortuna avevano smesso di cercare di convincerla a unirsi a loro. E ugualmente le girava la testa mentre saliva le scale fino alla sua camera.

Chiuse la porta, ma il rimbombo della musica e della festa al piano di sotto non si affievolì. Keira si sentiva fragile, come un elastico troppo teso. Controllò il telefono, ma non vi trovò nessun messaggio da parte di Zach. Ormai aveva avuto tutto il tempo di leggere i suoi. Che significava che le stava tenendo il muso. Molto maturo, pensò Keira.

Almeno aveva ricevuto le risposte di Nina e Bryn, che le facevano una miriade di domande. Scrisse a Nina, che si sarebbe occupata dell’editing dell’articolo, per dirle che aveva un itinerario molto impegnativo e di non aspettarsi niente da parte sua per un po’. A Bryn mandò una rapida descrizione delle caratteristiche fisiche di Shane e alcune emoji di fiamme.

Ma è un rompiscatole. Uno di quegli uomini arroganti che crede sia adorabile prenderti in giro.

La risposta di Bryn arrivò rapidamente. In effetti È adorabile.

Keira scoppiò a ridere e mise via il cellulare. La musica proveniente dal piano di sotto l’avrebbe tenuta sveglia per qualche ora ancora, quindi tanto valeva passare un po’ di tempo al computer. Lo prese dalla borsa e iniziò a scrivere una mail a Elliot con alcune delle sue idee iniziali per impostare l’articolo. Grazie a tutta quella Guinness, si ritrovò in grado di assumere un tono persino più sarcastico di quanto avesse anticipato.

Se vi siete mai chiesti che odore hanno decadi di birra stantia assorbita in un tappeto, allora il St. Paddy’s Inn a Lisdoonvarna, nel County Clare, è il posto che fa per voi. La mia esotica presenza americana ha già scatenato un torrente di soffocante ospitalità irlandese. Dico soffocante, perché rifiutare le offerte di copiosi quantitativi d’alcool semplicemente non è un’opzione accettabile, e da ciò deriva il summenzionato odore di Guinness stantia che permea ogni centimetro di questo buco buio e poco pulito. In effetti, il locale è tanto saturato dalla Guinness che i tappeti, le tende e la carta da parati sono appiccicosi sotto le dita. Diciamo solo che non sarò sorpresa se l’acqua della mia doccia mattutina (nel minuscolo e antiquato bagno privato) uscirà nera e spumosa…

Proseguì con lo stesso tono sarcastico. Sapeva che era meschino stroncare il Bed & Breakfast e la gente amichevole che aveva incontrato fino a quel momento, ma non riuscì a trattenersi.

Concluse e premette Invio. Elliot rispose quasi immediatamente con una email di elogi.

Continua così, Keira. È perfetto!

Proprio in quel momento le squillò il telefono. Era Bryn. Keira sospirò, capendo che quella notte non sarebbe riuscita più a lavorare. Richiuse il portatile e rispose alla chiamata, infilandosi a letto allo stesso tempo.

“Che succede?” chiese alla sorella.

“Ho appena avuto un appuntamento orribile,” comunicò Bryn. “Quindi ho pensato di chiamarti per farti il terzo grado su quel fusto della tua guida turistica.”

Keira rise. “Beh, ha troppi capelli. E il suo senso della moda fa schifo. Ma con una ripulita non sarebbe niente male.”

“Credo che dovresti provarci con lui,” disse Bryn.

Keira sussultò, sorpresa dall’audacia della sorella, esagerata persino per i suoi standard. “E Zach?” chiese con un risolino.

“E lui che c’entra?” rispose sprezzante Bryn.

Keira mugugnò. “È il mio fidanzato,” ricordò alla sorella. “E anche se Shane si tagliasse i capelli e comprasse un guardaroba tutto nuovo, non riuscirei a passare più di cinque minuti in sua compagnia senza strangolarlo.”

Bryn rise. “Questo renderà le prossime settimane un po’ complicate, no?”

“Già, e anche il fatto che la mia camera sia sopra un pub che non sembra avere un orario di chiusura e un gruppo folk che suona dal vivo ventiquattro su ventiquattro.”

“Sembra fantastico,” replicò Bryn. “Accidenti, Keira, sei così concentrata sul lavoro che non riesci nemmeno a vedere la situazione favolosa in cui ti trovi! Ti sei appena lamentata di una festa che non finisce mai.”

“Mi sembra di parlare con Shane,” rispose Keira. “Se non voglio bere, ballare e divertirmi allora non sono costretta a farlo!”

Lei e Bryn conclusero la loro conversazione, e Keira scoprì che nonostante il rumore proveniente dal piano di sotto, faceva fatica a tenere gli occhi aperti. Quindi si accomodò sotto le coperte sottili e appoggiò la testa sul cuscino bitorzoluto. Ancora non aveva ricevuto nessuna risposta da parte di Zach ai suoi messaggini divertenti. Provò a chiamarlo, ma il telefono squillò e squillò senza fine.

Andò su Instagram e vide le sue foto al matrimonio di Ruth. Era affascinante nel suo abito elegante, ma aveva un’espressione tanto sola. Sembrava a disagio senza nessuno al suo fianco, e lei si sentì in colpa di non essere lì con lui. Forse sua madre non aveva avuto tutti i torti. Andare ai matrimoni da soli era davvero imbarazzante.

Mentre scivolava nel sonno, Keira iniziò a sognare di essere al matrimonio insieme a Zach. Solo che non era Zach, era Shane, rasato e vestito elegante. Aveva un aspetto ancora più attraente di quanto non avesse creduto.

Keira si svegliò di scatto. La faccenda era già abbastanza complicata senza che lei si facesse venire una cotta per la sua guida!

Allontanò tutti quei pensieri dalla mente e alla fine cadde in un sonno profondo.

CAPITOLO QUATTRO

“Hai dormito bene?” chiese Orin non appena Keira scese dalle scale il mattino presto seguente, entrando nella parte adibita a pub del Bed & Breakfast.

La ragazza si strofinò gli occhi annebbiati. “Sì, grazie,” mentì con facilità. Era molto meglio fingere di adorare il suo letto sgangherato, la coperta lisa e i cuscini pieni di bitorzoli, piuttosto che lamentarsene e dover subire le premure di Orin. Avrebbe potuto scriverne in seguito, dopo tutto, e sfogarsi in maniera catartica.

“Accomodati e fai colazione,” disse Orin, conducendola a un tavolo e mettendole davanti un caffè. Dopodiché apparve una ciotola di porridge. L’uomo si sedette davanti a lei. “L’ho preparato all’irlandese, spero che ti piaccia.”

Aveva sul volto un sorriso molto ampio.

“Come è il modo irlandese?” mormorò sospettosa Keira.

Prese un sorso del caffè e rimase sorpresa da quanto fosse delizioso. Quale fosse il modo irlandese, era ottimo! Poi si mise in bocca una cucchiaiata di porridge e quasi pianse per la felicità. Non aveva mai assaggiato niente di tanto cremoso, di tanto incredibilmente buono.

“Wow, come fai a farlo tanto buono?” chiese Keira, mentre mandava giù un’altra cucchiaiata di porridge. “Date erba biologica alle mucche e delle vergini le mungono a mani nude?” scherzò.

Il sorriso di Orin divenne ancora più ampio. “Baileys nel caffè. E un po’ di whiskey nel latte.”

Keira rimase sconvolta. “Liquori alle otto del mattino?” sussultò. “È una buona idea?”

Orin le fece un occhiolino. “Il miglior modo per iniziare la giornata. Quello e una camminata veloce. Che farai non appena ti accompagnerò al tuo incontro con William Barry, il capo del festival.”

Keira si rese contro che Orin era già pronto a uscire dal Bed & Breakfast. Indossava stivali che gli arrivavano a metà polpaccio come in previsione di pozzanghere. O fango. In ogni caso, Keira non aveva voglia di camminare.

“Non è necessario,” disse. “Ho il navigatore satellitare nell’auto, quindi non mi perderò.”

Orin indicò il suo caffè. “Non è per quello che lo faccio.”

La parte cinica del cervello di Keira si chiese se Orin non le avesse fatto appositamente bere alcolici per accertarsi che non potesse rifiutare la sua offerta di una passeggiata. Ma sapeva che era un’idea folle. Orin era solo un signore anziano e gentile, orgoglioso della sua città. Voleva mostrarla alla cinica newyorkese che gli era stata affibbiata.

“Andiamo,” continuò Orin. “Sei qui per goderti l’autentica Irlanda! Per vivere come una di noi! Non saprai mai come sono veramente le nostre vite se non fai un miglio nelle nostre scarpe!”

La tirò scherzosamente per un braccio, incoraggiandola a unirsi a lui. Il suo entusiasmo si stava trasformando in un’esortazione, e Keira si rese conto che non sarebbe riuscita a resistergli. Orin l’avrebbe fatta camminare fino all’incontro, qualunque cosa avesse detto! Non poteva rifiutarsi.

Arrendendosi, mandò giù il resto del suo caffè corretto, sentendone gli effetti non appena si alzò. Lei e Orin lasciarono il buio Bed & Breakfast ed emersero nella brillante luce del primo mattino. Anche se il cielo era di un tenue color grigio, Keira strizzò gli occhi per il riverbero.

“Fammi strada,” disse a Orin, lanciando uno sguardo all’unico percorso, una tortuosa stradina di campagna che scendeva lungo il lato della collina. Era punteggiata da edifici su entrambi i lati, ma per la maggior parte era circondata da campi verde acceso pieni di pecore.

“È una camminata di due miglia fino al municipio, se prendiamo la strada,” spiegò Orin. “Ma se tagliamo per i campi, sarà lunga la metà. Ovviamente, il contadino avrebbe ogni diritto di spararci dato che avremmo sconfinato, ma da queste parti tutti conoscono tutti, quindi non ci saranno problemi.”

Keira deglutì. “Perché non facciamo la strada panoramica?” propose.

“Se preferisci,” rispose noncurante Orin, senza cogliere le sue paure.

Iniziarono a camminare lungo la via. Nonostante fosse molto presto, tutte le persone che superavano sembravano allegre e amichevoli. Raggiunta la strada principale (se così poteva essere chiamata) trovarono persino una piccola troupe di musicisti che suonava violini e fisarmoniche, e intonava vecchie canzoni folk. La gente ballava e cantava insieme a loro. Keira non riusciva a credere ai suoi occhi. Come poteva quel posto essere così collettivamente felice? Forse aveva avuto torto a dare dei giudizi tanto severi e lapidari.

“Eccoci qui,” disse Orin, una volta che furono arrivati alla loro destinazione.

Come tutti gli edifici a Lisdoonvarna, anche quello era verniciato di un colore brillante, un arancio bruciato in quel caso, che aggiungeva una sfumatura in più alla strada arcobaleno. Un cartello sopra la parta proclamava: La Casa del Sensale di Matrimoni. La porta era ricoperta di immagini di Cupidi.

Keira alzò un sopracciglio davanti alle decorazioni volgari, e poi seguì Orin all’interno. Un anziano gentiluomo si alzò dalla scrivania e si fece avanti.

“William Barry,” si presentò, tendendole la mano. “Lei deve essere la giornalista americana.”

Keira gli strinse la mano. “Sono una scrittrice di viaggio, non una reporter.”

“Quindi questo articolo non è per il New York Times?” domandò accigliato William.

Keira lanciò uno sguardo sconvolto a Orin. William credeva che lei lavorasse per una grossa società? E se Heather avesse manipolato leggermente la verità organizzando quell’evento, sapendo che Josh sarebbe stato disposto a mentire e a adulare quegli sconosciuti per ottenere ciò che voleva?

All’improvviso, Orin scoppiò a ridere. Keira si voltò per guardare William. Anche lui era piegato dalle risate.

“Avresti dovuto vedere l’espressione sulla tua faccia!” esclamò, diventando tutto rossi in faccia.

Keira non riusciva a vedere il lato buffo della cosa. Per lei la posta in gioco era troppo alta, dato che era il suo primo incarico vero e proprio e le prese in giro non erano esattamente le benvenute.

“Accomodati, accomodati,” disse William smettendo poco alla volta di ridacchiare.

Keira obbedì, avvicinando una sedia di legno e sedendosi alla scrivania. Orin si sedette accanto a lei. William si accomodò e in quel momento una donna dai capelli rosso acceso entrò portando un vassoio con una teiera, alcune tazze e una lattiera.

“Questa è la mia segretaria, Maeve,” la presentò William mentre lei appoggiava il vassoio. “Grazie, cara.”

Lei svanì fuori dalla stanza, lasciando William a versare le tazze di tè. Non faceva differenza che Keira non fosse una gran bevitrice di tè, si sentiva impossibilitata a rifiutare, e quindi accettò senza protestare la tazza piena della bevanda fumante.

William giunse le mani sopra il tavolo. “Devo dire che siamo molto emozionati ad averti qui, Keira. Visto il modo in cui sta cambiando il mondo e tutti questi siti di appuntamenti su Internet, sta diventando sempre più difficile trovare dei clienti. Spero che il tuo articolo riaccenda l’interesse.”

Keira coprì la sua espressione colpevole con la tazza. Si sentì male sapendo che doveva scrivere un pezzo sprezzante. William e Orin sembravano persone gentili e genuine, e l’avevano trattata con molta ospitalità. Ma aveva il suo incarico, e le sue istruzioni. Si disse che stroncare uno sciocco festival dall’altra parte del mondo in una rivista che non era nemmeno importata in Irlanda non poteva creare danni al loro giro d’affari.

“Conosci la storia del festival?” continuò William.

“Ho fatto qualche ricerca prima di arrivare,” disse Keira, annuendo.

Ma quando il sensale si lanciò nel suo monologo sul festival, chiuse la bocca. Chiaramente si sarebbe dovuta sorbire la narrazione orale della sua storia, che lo volesse o meno.

“Era l’attività di mio padre e quella di suo padre prima di lui. In effetti, i Barry sono sensali da tempo immemorabile. Tanto tempo fa combinavano gli incontri tra i nobili che venivano a visitare per le acque e qualche bella ragazza locale. Le ragazze irlandesi erano considerate madri molto fertili, sai, che era il principale punto di forza dei sensali.”

Keira fece fatica a nascondere il disgusto che le affiorò sul volto. William comunque non lo notò, e continuò con la sua storia.

“Di solito succedeva dopo il raccolto, quando le ragazze erano più floride e i loro seni particolarmente pieni. Un buon sensale doveva accertarsi che fossero sposate e portate via prima dell’arrivo dell’inverno, dato che c’erano buone possibilità che prendessero la polmonite e morissero per il freddo.”

Keira premette insieme le labbra per contenere una risatina. Non sapeva per certo quanto William stesse ironizzando, anche se aveva la vaga sensazione che l’uomo fosse mortalmente serio. Nonostante avesse già studiato quell’argomento, il modo in cui William lo stava spiegando era davvero ridicolo.

“Poi ovviamente i tempi sono cambiati. In città sono arrivate persone di diverso tipo. La guerra aveva esaurito la popolazione maschile. Per via della minaccia della carestia tutti volevano sposarsi giovani, e si accontentavano di chiunque. Sono stati tempi duri per i sensali. Quando ho rilevato l’attività da mio babbo, ero pagato principalmente da giovani contadini per combinar loro incontri con le ragazze locali.” Diede una pacca su un libro. “Quindi ho fatto una lista con i loro nomi.”

“È legale?” chiese Keira, spezzando finalmente il suo silenzio sbalordito. “A me sembra un po’ da molestatori.”

“Fesserie!” rise William. “Le ragazze ne sono felicissime. Vogliono tutte sposarsi, e gli va bene anche un bracciante senza cervello e una terribile igiene personale.”

Keira scosse la testa. Era materiale eccellente per il suo articolo!

A quel punto la porta si aprì. Keira si aspettava di rivedere i capelli fiammanti di Maeve, ma quando si lanciò un’occhiata dietro la spalla, scoprì che si trattava di Shane. Improvvisamente si sentì pervadere ovunque da uno strano formicolio e si raddrizzò, con la schiena rigida, sulla sedia.

“‘Giorno,” disse Shane, accomodandosi a sedere in un angolo.

William riprese. “Ora, ecco il mio libro delle coppie.” Le tese un grosso tomo rilegato in pelle. “Beh, uno dei libri. Lo faccio da talmente tanti anni che ormai ne ho una collezione.”

Keira iniziò a sfogliare il libro, leggendo tutti i nomi delle coppiette felici. Ad alcuni erano allegate delle foto, altri avevano la data delle nozze. C’erano biglietti spediti a William dalle coppie che aveva fatto incontrare. Sembrava tutto molto dolce. Keira, sempre fredda e calcolatrice, iniziò a formulare mentalmente un paragrafo per l’articolo.

“Sai,” disse William, tendendosi sulla scrivania verso di lei. “Potrei organizzarti un incontro. Magari un bel ragazzo irlandese è proprio quello che farebbe per te.”

Keira si sentì arrossire. “Ho un fidanzato,” chiarì. Forse lo immaginò, ma con la coda dell’occhio le sembrò di vedere Shane che sussultava. “Zach. Lavora con i computer.”

“Sei felice con quest’uomo?” chiese William.

“Sì, molto,” rispose Keira, snocciolando la solita versione ufficiale.

William non apparve convinto. Tamburellò le dita sul libro che Keira aveva riappoggiato sulla scrivania. “Faccio questo lavoro da molto tempo. Sono un esperto in amore e riesco a vederlo negli occhi delle persone. Non sono sicuro che quest’uomo sia giusto per te.”

Keira sapeva che non stava cercando di essere scortese, ma il suo scetticismo la punse sul vivo, specialmente dopo tutte le discussioni che lei e Zach avevano avuto di recente. Ma William era anche una miniera d’oro da un punto di vista giornalistico e lei voleva farlo parlare il più possibile.

“In che modo non sarebbe giusto per me?” insistette.

“Non ti sostiene come vorresti. Non state più crescendo insieme, non seguite più lo stesso percorso.”

Keira si sentì attraversare da un brivido. C’era fin troppa verità nelle sue parole.

“Sei anche un indovino, oltre che un sensale?” scherzò. “Nascondi un mazzo di tarocchi là sotto?”

William emise una grassa risata. “Oh, no, niente del genere. Ma nel corso degli anni ho sviluppato un certo intuito. Non ti hanno brillato gli occhi quando hai detto il suo nome. Non c’era gioia nella tua voce.”

“Credo che quella sia solo la mia cinica personalità da newyorkese,“ disse Keira.

“Forse. O forse è perché non lo ami davvero.”

Keira rifletté su quell’affermazione. Lei e Zach si erano detti raramente la parola con la A. In effetti, non riusciva nemmeno a ricordare l’ultima volta che era successo.

“Non credo che in queste faccende debba necessariamente c’entrare l’amore,” spiegò.

“Ma perché sprecare il tuo tempo con qualcuno che non ami, quando potresti essere là fuori a cercare il Vero Amore?”

Keira incrociò le braccia. “Forse perché il Vero Amore non esiste?”

“Non credi nel Vero Amore?” volle sapere William.

Keira scosse la testa. “No.”

Quella ammissione sembrò eccitare William. “Abbiamo una bastian contrario,” esclamò con una risata. “Che significa che farle cambiare idea sarà la nostra sfida, eh Shane, ragazzo mio?” Fece cenno alla guida turistica di avvicinarsi, che obbedì. Quando gli fu accanto, William gli gettò un braccio sulle spalle. “Sei stato promosso,” scherzò. “Non devi più solo guidare questa giovane donna attraverso il festival, la devi accompagnare fino al Vero Amore. Temo che sarà un’ardua impresa!”

Keira si agitò a disagio sulla sedia. Ma nonostante il suo fastidio nel ritrovarsi al centro di quella strana discussione, sapeva di aver raccolto del materiale eccellente per il suo articolo grazie a quel vecchio scimunito e alle sue antiquate opinioni sulle relazioni. Elliot sarebbe stato al settimo cielo. E per lei scriverlo sarebbe stato quantomeno terapeutico.

Doveva solo arrivare alla fine della prima giornata insieme a Shane e poi avrebbe potuto purificarsi da quelle stupidaggini battendole al computer.

CAPITOLO CINQUE

“Non so quanto dovrebbe durare questo viaggio che stiamo per fare,” disse Keira mentre saliva nel lato passeggero dell’auto di Shane e armeggiava con la cintura. “Ma mi serve un caffè prima di subito. E se riuscissi a riportarmi indietro qualche ora prima dell’inizio del festival, sarebbe fantastico. Devo assolutamente scrivere per qualche ora.” Alla fine riuscì a chiudere la cintura. “Quindi dove stiamo andando?”

Quando non ricevette nessuna risposta da Shane si voltò a guardarlo e lo trovò a fissarla con la sua classica espressione divertita. Incrociò le braccia. “Cosa c’è?”

Lui scrollò le spalle. “Beh, non è esattamente tempo da occhiali da sole, stavo pensando solo questo.”

Keira si spinse risolutamente gli occhiali sul naso. “Il sole del mattino potrebbe fare riverbero,” rispose, sussultando all’arroganza che udì nella propria voce. “E comunque tu sei l’ultimo a poter giudicare l’abbigliamento degli altri. Ti sei almeno guardato allo specchio dopo esserti vestito stamattina?”

Shane reclinò la testa all’indietro e rise con abbandono. Keira sentì nascere un sorriso di soddisfazione sulle proprie labbra, ma poi si controllò. Si era quasi permessa di flirtare con lui, che decisamente andava oltre alla filosofia del non c’è niente di male nel guardare!

“Ho pensato di portarti in un posto vicino, tanto per iniziare,” disse Sloane, mentre accelerava sulla strada principale. “Quindi ho scelto il Burren, che è a soli venti minuti di viaggio di distanza. È un parco nazionale. Lo conosci?”

Keira scosse la testa. “Non vedo l’ora,” disse, creandosi mentalmente l’immagine di un magnifico panorama irlandese.

Non ne fu certa, ma credette di vedere Shane che sogghignava. Quando si fermarono nel parcheggio del Burren venti minuti più tardi, capì il motivo. Non c’era un filo d’erba in vista! Il Burren era una distesa di tetra pietra grigia.

Lei si voltò verso Shane, accigliata. “È uno scherzo? Pensavo che avessi detto che era un parco nazionale.”

Shane iniziò a ridere. “Lo è! Millecinquecento ettari di territorio protetto, costituiti quasi interamente da pietra calcarea.”

Keira emise un sospiro esasperato. “Quindi tra tutti i posti che potevi scegliere per mostrarmi la maestosità dell’Irlanda, hai scelto questo.”

“Ho captato qualche vibrazione arrogante mentre eravamo da William,” disse Shane, alzando un sopracciglio con aria aggressiva. “Ho immaginato che questo potesse essere il miglior posto per farti scendere dal piedistallo. L’Irlanda non è una terra di fantasia piena di leprecauni, anche se alcune località giocano su quello stereotipo per i turisti. Se scavi un po’ sotto la superficie, il nostro è un paese con un cuore vero, un autentico romanticismo. Abbiamo una storia ricca e interessante, se ci lasci la possibilità di dimostrartelo.”

Keira incrociò le braccia. Quello che aveva detto su di lei era vero, ovviamente, ma non aveva intenzione di ammetterlo. “Non sono arrogante,” fu tutto ciò che disse.

Shane si limitò a scrollare le spalle. “Andiamo, da questa parte. La vista dalla cima della collina è incredibile.”

Keira lo seguì. “Non ho esattamente le scarpe adeguate per un’escursione,” si lamentò.

“Non preoccuparti, non ti porterò in una gita in montagna di tre ore, anche se è spettacolare ed è un peccato perderla.” Le lanciò uno sguardo sprezzante. “Credi di poter sopportare un giro di mezz’ora? Attraverseremo alcuni prati e dei boschi meravigliosi.”

“Sì, credo di poter reggere per mezz’ora,” borbottò Keira.

“Intendevo dire senza volermi uccidere,” rise Shane.

Sembrava provare piacere a provocarla.

“Ho l’impressione che abbiamo iniziato con il piede sbagliato,” disse Keira mentre cercava di stare dietro al suo passo rapido. Non era abituata alle passeggiate in collina. “Ho detto qualcosa che ti ha insultato?”

All’inizio, Shane ignorò la sua domanda. Indicò un palo di legno piantato a terra pieno di frecce colorate. “Seguiamo il percorso arancione, va bene?”

Keira annuì. Continuarono a salire su per la collina grigia. Il paesaggio era tanto brullo che Keira si sentiva come se stesse camminando sulla superficie della luna. I crateri spigolosi ai suoi lati aggiungevano realismo all’illusione. Quando vide un ciuffo d’erba, che in qualche modo era riuscito a spuntare da una crepa in una roccia, rimase turbata all’idea che sulla luna potesse crescere della vegetazione. Dovette ricordare a se stessa che in realtà si trovava ancora sulla Terra.

“Beh?” insistette. “Non hai risposto alla mia domanda.”

“Se siamo partiti o meno con il piede sbagliato?” disse Shane. Poi si morse il labbro inferiore mentre rifletteva. “Perché ti importa?”

“Perché dobbiamo passare insieme trenta giorni, quindi sarebbe meglio che andassimo d’accordo.”

Shane si zittì di nuovo. Keira era frustrata dalla difficoltà di ottenere una risposta. Non era a suo agio con i silenzi con cui si ammantava di continuo. La facevano sentire in imbarazzo.

“Mi chiedo,” disse lui alla fine, “se il problema è che ti infastidisce che qualcuno possa non apprezzarti.”

“Chiedo scusa?” Keira si sentì subito insultata da quel commento e si mise sulla difensiva.

“Hai il complesso della brava ragazza. Ti aspetti che tutti trovino adorabile la tua stravagante americanità e invece a me non fa nessun effetto.”

“Io adorabile?” Keira sbuffò. “Ma se tu sei lo stereotipo dell’allegro irlandese impertinente!”

“E ti dà fastidio?”

“È tremendamente irritante.”

Keira capiva che stava diventando aggressiva. Al completo opposto, il tono di Shane non era affatto cambiato. Era neutrale, come se la loro conversazione non lo infastidisse minimamente.

“Credo che tu non trovi irritante solo me,” continuò Shane. “Voglio dire, non sei stata particolarmente gentile con William.”

“E quindi?” sbuffò Keira. “Sono qui per lavorare, non per fare amicizia. E non mi sento obbligata a essere gentile con qualcuno che ha delle idee così antiquate sull’amore. È irritante quando le persone sono convinte di sapere esattamente che cosa vogliono gli uomini e le donne gli uni dalle altre.”

Shane alzò le sopracciglia. “Per qualcuno che dice di essere felice nella sua relazione, sembri molto ostile al concetto dell’amore.”

Keira gli lanciò un’occhiataccia. “Non è l’amore a essere il problema. È l’idea che sia una cosa da cartolina. Che qualche vecchio che non hai mai incontrato in vita tua possa semplicemente metterti insieme a un altro totale sconosciuto, e tu ti innamorerai immediatamente e sarà così per sempre. La vita vera non è un romanzetto.”

Anche mentre parlava, Keira riusciva a capire che Shane si stava godendo la sua reazione. La stava provocando deliberatamente. Anche io posso giocare, pensò lei.

“Quindi sei un romantico?” gli chiese. “È questo che mi stai dicendo? Immagino che tu sia sempre stato con la tua fidanzatina del liceo e che stia progettando di sposarla.”

All’improvviso Shane si zittì, e Keira si accorse di aver parlato per sbaglio a sproposito. Chiuse la bocca di scatto, capendo che era meglio non insistere.

Raggiunsero la cima della montagna e una vista incredibile le si stagliò davanti. Era come guardare la lava fredda di un vulcano, o la superficie di un asteroide. Keira non aveva mai visto niente di simile a quel panorama alieno, e non si era mai sentita tanto piccola e insignificante.

Per la prima volta dal suo arrivo, provo un senso di umiltà. Forse Elliot aveva fatto davvero uno sbaglio mandandola in Irlanda. Joshua non si sarebbe sciolto davanti alla vista di quel panorama bellissimo e mistico. Sarebbe rimasto freddo e cinico come Elliot aveva bisogno che fosse. Ma Keira sentiva che qualcosa nel suo petto si stava addolcendo. Per la prima volta da quando era arrivata in Irlanda si sentì come se qualcosa in quella tetra aridità l’avesse toccata.

“Muoviamoci,” disse Shane, con voce priva della giovialità a cui si era abituata. “Andiamo.”

“Non possiamo rimanere ancora un po’?” chiese Keira.

“Pensavo che ti servisse un caffè.”

“Può aspettare.”

Rimasero fermi fianco a fianco, osservando il mondo. Non c’era nessuno nel raggio di chilometri, nemmeno un’anima. Keira non riusciva a ricordare un altro momento della sua vita in cui si fosse ritrovata in un luogo tanto remoto. A casa, a New York, era sempre circondata da persone, rumori e civilizzazione. Ma lì c’era solo la natura nella sua forma più cruda.

“Ho detto qualcosa che ti ha infastidito?” chiese Keira a Shane.

Erano passati dieci minuti buoni dall’ultima volta che aveva detto una parola. Era così strano non sentirlo mentre la prendeva in giro.

“A dir la verità, sì,” disse alla fine lui.

“Oh.” Keira non si era aspettata una simile sincerità. In un certo modo era quasi piacevole. Ma la brutale verità era così, era brutale. “Mi dispiace per qualsiasi cosa abbia detto.”

Shane la guardò per la prima volta dopo un lungo tempo. “Non sono certo che tu lo sia.”

Iniziò a camminare di nuovo, tornando verso il basso e lasciandosi indietro Keira, in bilico sul precipizio del mondo. Alla fine riuscì a ricomporsi e lo seguì.

“Non è giusto,” disse lei affiancandolo, muovendo le braccia in grandi archi per tenersi in equilibrio.

“Oh?” fu tutto ciò che Shane si degnò di concederle.

Keira provò quell’ormai familiare senso di irritazione. “Non puoi accusarmi di non essere dispiaciuta.”

“Beh, non sai di cosa ti dovresti dispiacere,” rispose Shane. “Quindi come puoi sapere se ti dispiace?”

Keira si accigliò. Shane stava parlando di nuovo per indovinelli. “Posso sapere che mi dispiace aver ferito i tuoi sentimenti, anche se non so come l’ho fatto!”

Shane scrollò le spalle. “Forse.”

“Che cosa dovrebbe significare?” lo sfidò Keira. Poi nel suo miglior accento irlandese, lo imitò: “Forse.”

Shane scoppiò a ridere. “Wow. Sapevo che gli americani sono terribili con gli accenti, ma questo era incredibile. Potresti vincere un premio.”

Keira emise un sospiro frustrato. Almeno Shane era tornato in sé. Nel suo prevedibilmente irritante sé.

Raggiunsero la macchina. Keira aveva le guance calde e aveva iniziato a respirare in rapidi sbuffi.

“Non sei molto in forma, vero?” scherzò Shane aprendo per lei la porta del passeggero.

“È solo che non sono abituata alle colline,” rispose irritata Keira. “Ma fammi indovinare, tu sei una specie di escursionista olimpionico?”

Shane scoppiò in una delle sue profonde risate e Keira si sentì un brivido dentro; le piaceva far ridere Shane in quella maniera, la faceva stare bene con se stessa, e sicura di sé.

“Escursione olimpionica, questa sì che è un’idea,” disse Shane, scuotendo la testa. “No, non proprio. Ma mio padre mi ha insegnato a tirare di boxe. E sono cresciuto vicino a un lago, quindi non me la cavo neanche troppo male con il nuoto.”

Mentre saliva in auto Keira finse indifferenza, ma un’immagine mentale del corpo muscoloso di Shane che emergeva dal lago aveva preso forma nella sua mente, con i suoi bicipiti da pugile lustri d’acqua. Era difficile credere che sotto quella maglietta e jeans della taglia sbagliata ci potesse essere un corpo sodo e muscoloso, ma ora che ci aveva pensato non sembrava poterselo più togliere dalla mente.

Shane entrò e si accomodò sul sedile del guidatore accanto a lei. Keira non si sarebbe mai capacitata di quanto fossero piccole le auto in quella parte del mondo, e quanto la facessero sentire vicina a chiunque fosse in macchina con lei.

“Quindi sei forte?” disse, notando l’inflessione civettuola totalmente involontaria nella propria voce, e sperando non fosse troppo percettibile.

Si aspettava quasi che Shane sollevasse la manica e flettesse il bicipite, ma invece scrollò le spalle con noncuranza. “Possiamo dire così.”

Accese il motore e uscì in retro dal parcheggio del Burren. Keira gli lanciò una lunga occhiata nostalgica mentre si allontanavano, consapevole di aver provato qualcosa di profondo in quel luogo, qualcosa che sarebbe rimasto con lei per sempre.

*

Al loro ritorno trovarono il festival di Lisdoonvarna in pieno svolgimento. Le strade pullulavano di uomini e donne, tutti vestiti con eleganza. I negozi e i bar avevano spalancato le loro porte e acceso le luci, trasformando la città in una palla da discoteca colorata. Ovunque Keira guardasse c’era un altro musicista, un’altra banda, circondati da gruppi di persone che cantavano e ballavano, con bicchieri pieni di birra alzati verso il cielo.

Sembrava molto divertente, ma Keira aveva degli ordini da seguire, quindi quando estrasse il taccuino dalla borsetta e iniziò a buttar giù qualche descrizione, furono tutte spietate: luci pacchiane, una Las Vegas da poveracci, niente più di un nightclub riversato per le strade.

“Che cosa stai scrivendo lì?” chiese Shane mentre parcheggiava.

Keira chiuse di colpo il taccuino, sentendosi in colpa. “Niente.”

Shane sembrava sospettoso. Ma non insistette. “Tanto vale andare a cercare da mangiare,” disse. “Da questa parte.”

Keira seguì Shane attraverso la folla di gente gaudente, alcuni con indosso corone e fasce, tutti estremamente ubriachi nonostante non fosse ancora calata la sera.

Si fermarono a un lungo tavolo da picnic che era stato piazzato al centro della strada, accanto a un barbecue fumante. Piatti di pollo smangiucchiato e hamburger erano sparsi per tutto il tavolo.

“Mangiamo qui?” domandò Keira, alzando un sopracciglio verso Shane.

“Che c’è di male? Troppo disordine per te, principessa?”

Keira non aveva intenzione di accettare l’insulto. Tentando di dimostrare il contrario, si sedette sulla panca, allontanando da sé un piatto coperto di briciole e ketchup. “Prendo un hamburger, grazie,” disse a Shane. “Ben cotto.”

Lui sogghignò e andò a ordinare.

Mentre era via, un gruppo di giovani donne arrivò e si accomodò al tavolo, circondando Keira. Erano molto rumorose. Lei intuì che era l’occasione perfetta per fare qualche intervista. Si voltò verso la ragazza accanto a lei.

“Ciao, scusa se ti interrompo,” iniziò. “Sono una scrittrice, e sto lavorando a un articolo sul Festival dell’Amore di Lisdoonvarna. Ti dispiace se ti faccio qualche domanda?”

“Fai pure,” disse la donna con una risata e un singulto. Era chiaramente ubriaca. “Io sono una professionista ormai, quindi sono la persona migliore a cui chiedere.”

“Oh?” disse Keira. “Una professionista? Significa che sei già stata qui?”

La donna si avvicinò e sussurrò ad alta voce: “Vengo tutti gli anni!”

“Quindi non hai mai avuto un incontro che ti soddisfacesse?” insistette Keira, felice di avere una prova che confermasse la sua posizione.

“Oh, sì che ho avuto un incontro soddisfacente. Ho un incontro che mi soddisfa con un tizio nuovo ogni anno.” Fece l’occhiolino e sgomitò Keira. “Per me funziona davvero alla grande.”

Keira iniziò a prendere rapidamente appunti. Il fatto che qualcuno usasse il festival come un’applicazione per appuntamenti era molto interessante per i suoi scopi.

“Quindi vieni ogni anno solo per divertirti?” specificò Keira.

“È un buon modo per dirlo,” rispose la donna.

“Quindi non credi nel Vero Amore?” continuò. “In un matrimonio di vero amore?”

“Certo che no,” esclamò la donna. “È il ventesimo secolo, non esiste più niente del genere. Per come la vedo io, siamo in sette miliardi su questo pianeta. Quante sono le probabilità di trovare il Vero Amore, ammettendo che esista? Meglio averne uno, due, tre, quattro… capisci cosa voglio dire.” La donna iniziò di nuovo a ridere.

È perfetto, pensò Keira. Se anche i partecipanti del festival erano critici, il pezzo si scriveva praticamente da solo!

Proprio allora Shane ritornò con due hamburger e una caraffa di birra.

“Non dell’altra birra,” gemette Keira. “Non posso sopportare tutto questo alcool.”

Shane sorrise. “Presto ci farai l’abitudine. Scommetto che per la fine del mese berrai più di me.”

A quel punto, la donna con cui Keira stava parlando si chinò verso di lei.

“Non mi presenti al tuo amico?” disse, lanciando occhiate seducenti verso Shane.

Keira non riuscì a capire del tutto l’ondata di gelosia che provò. Fu quasi animalesca, istintiva. Tanto potente da fare paura.

Shane si allungò e offrì la mano alla donna. “Shane Lawder,” disse stringendogliela, con gli occhi che brillavano.

“Io sono Tessa,” rispose lei. “Molto piacere di conoscerti.”

“Anche per me,” disse Shane facendo l’occhiolino.

Per la prima volta, Keira intravide un lato di Shane a cui ancora non era stata esposta, quello del playboy. Glielo vedeva negli occhi, nel modo in cui gli si dilatavano le pupille. Shane non si godeva il festival meno degli altri. Probabilmente aveva una storia una volta all’anno proprio come quella donna.

Si appoggiò all’indietro mentre i due flirtavano su di lei, provando un’intera gamma di emozioni inquietanti, dal disgusto puro e semplice alla rabbia incandescente. Afferrò il telefono alla ricerca di una distrazione.

Su Instagram trovò altre foto del matrimonio di Ruth. Per la prima volta si sentì sola e nostalgica. Mentre scorreva le bellissime immagini, si fermò con una scatto sorpreso. Lì sullo sfondo, c’era Zachary che ballava con Julia, l’amica di Ruth. E non stava solamente ballando, ma ballavano. Il suo fidanzato aveva le mani poggiate sul fondo della sua schiena, che era nuda per via dell’aderente vestito sexy che la donna indossava. Julia era tesa verso di lui con un’espressione civettuola sul volto. Sembravano una coppietta, piuttosto che un paio di persone che ballavano.

Keira si infuriò subito. Zach sapeva che lei avrebbe visto quelle foto. Lo aveva fatto apposta per farla arrabbiare.

Gli mandò un messaggio, allegando la foto con il titolo: Fidanzato geloso recupera la prima sciacquetta disponibile.

Poi prese la caraffa della birra e riempì il bicchiere. Bevve una lunga sorsata. Sarebbe diventata la prima di molte, in quella serata.

*

Keira barcollò per la strada verso il bed & breakfast. Aveva perso il conto del numero di birre che aveva bevuto e del numero di caraffe che erano state acquistate. Erano state molte, e tuttavia non abbastanza per calmare la sua rabbia verso Zach.

“Ehi, aspetta!” la chiamò Shane, seguendola in strada. “È il mio lavoro accertarmi che torni a casa tutta intera.”

Sembrava incredibilmente sobrio per qualcuno che aveva continuato a bere birra tutta la notte.

“Sto bene,” borbottò Keira. “Non è come se rischiassi di perdermi. C’è solo una strada.”

“Oh, è così, eh?” rise lui, prendendola per il gomito per aiutarla a sorreggersi. “Non ci sono abbastanza strade a Lisdoonvarna per soddisfare la Principessa Keira?”

“Non ho voglia di essere presa in giro,” rispose lei. L’immagine di Zach e Julia era impressa a fuoco nella sua mente, e la turbava ancora.

Shane fece marcia indietro. “Okay,” disse, con voce più seria. “Beh, in ogni caso eccoci qui.”

Avevano raggiunto la porta del Bed & Breakfast. Keira annaspò con la serratura.

“Ci vediamo domani mattina,” le disse Shane mentre entrava.

Lei non rispose e attraversò a fatica il pub ondeggiante e la scalinata sgangherata fino alla sua stanza. Non appena fu dentro, si lasciò cadere sul letto e sospirò rumorosamente. Si tolse le scarpe con un calcio e si strofinò le caviglie gonfie. Era stata una lunga giornata. Ma era stata stimolante. Dal suo incontro con il sensale e il panorama grigio del Burren, allo spettacolo amoroso di Shane e Tessa al festival e gli sfacciati tentativi di Zach di ingelosirla al matrimonio, Keira non aveva carenza di argomenti da trattare con sarcasmo. Elliot avrebbe adorato quell’articolo.

Doveva solo sopravvivere al resto del festival.

CAPITOLO SEI

Keira si svegliò con un mal di testa lancinante e uno schiacciante senso di imbarazzo. Si alzò a sedere e si toccò la testa, sussultando per via dei raggi di luce solare che entravano tra le tende. Non sarebbe mai riuscita a sopravvivere al resto del mese se avesse continuato a ripetere quel ciclo di bevute eccessive.

Ricordando all’improvviso il messaggio sarcastico che aveva mandato a Zachary, afferrò il telefono, aspettandosi di trovare una risposta altrettanto irritata. Ma non ce n’erano, che in qualche modo peggiorava ancora la situazione. Era come se Zach l’avesse completamente tagliata fuori, come se l’avesse lasciata senza dirglielo in faccia. Keira non poté fare altro che riconsiderare la loro relazione, chiedendosi se esistesse ancora.

Si accorse allora che aveva dormito fino a tardi e che Shane sarebbe arrivato da un momento all’altro. Fu attraversata da un senso di panico mentre ricordi sparsi dell’ubriachezza della sera prima le ritornavano alla mente, come la sua gelosia nei confronti di Tessa. Ne aveva parlato a Shane? Gli aveva detto qualcosa che aveva tradito la sua attrazione per lui? I suoi ricordi erano troppo intermittenti perché si fidasse di loro.

Balzata giù dal letto nervosa, Keira afferrò l’asciugamano prima di rendersi conto che non aveva il tempo di farsi una doccia. Avrebbe dovuto passare tutta la giornata sentendosi sporca, oltre che con i postumi della sbornia.

Si vestì rapidamente, attanagliata da fitte di mal di testa a ogni movimento frettoloso, e poi corse al piano di sotto.

“‘Giorno,” salutò allegramente Orin da dietro il bancone del bar, quando Keira emerse nel pub in fondo alla scalinata. “Che cosa posso portarti per colazione?”

“Mi dispiace moltissimo, ma sono di fretta,” disse lei, buttandosi addosso la giacca. “Dovrò perdermela.”

In quel momento che la porta si aprì e Shane entrò. Sorrideva soddisfatto e Keira si chiese se lui e Tessa si fossero goduti più di un ballo dopo che l’aveva riaccompagnata al Bed & Breakfast.

“Accertati di portare questa signorina a fare colazione,” raccomandò Orin a Shane. “Sta saltando il pasto più importante della giornata.”

“Davvero, sto bene,” disse Keira. Il pensiero del cibo le faceva venire la nausea. “Ieri sera ho fatto una cena abbondante.”

Orin fece un verso di disapprovazione e scosse la testa.

“Tanto abbiamo tempo,” rispose Shane con un sorrisetto impudente, prendendo uno sgabello del bar e sedendosi.

Era come se avesse capito che il motivo per cui Keira stava rifiutando la colazione erano i postumi della sbronza. Era certo che adorava metterla in situazioni imbarazzanti.

“Pensavo che dovessimo fare un’altra escursione giornaliera,” disse Keira tra i denti stretti.

“È così, ma è qui lungo la strada,” rispose Shane. “Non ci rallenta troppo partire mezz’ora più tardi.”

Keira non poteva più ribattere, quindi prese uno sgabello e si sedette di fianco a Shane.

“Eccellente,” disse Orin, battendo le mani. “Che cosa vi posso portare? Uova? Toast? Salsicce? Bacon? Frittelle di patate?”

“Un toast, grazie,” replicò Keira, scegliendo il cibo più semplice tra quelli proposti, che forse il suo stomaco avrebbe potuto sopportare.

Shane si tese verso di lei. “Intende dire tutto quanto insieme,” spiegò. “Lo chiama il fritto misto. È un’ottima cura per i postumi.”

Keira lanciò le braccia per aria. Aveva la sensazione che non avesse senso discutere con quei due. Insieme l’avrebbero fatta diventare obesa per la fine del mese. “Va bene.”

Orin svanì in cucina per preparare il fritto misto.

“Perché tu non hai i postumi?” chiese Keira a Shane, appoggiando i gomiti sul bancone e sostenendosi la testa appesantita su una mano. La domanda venne fuori come un’accusa.

“Gli uomini irlandesi non hanno i postumi,” rispose Shane. Quando Keira gli lanciò un’occhiataccia, lui scoppiò a ridere. “Non è quello che scriverai nel tuo articolo? Che siamo tutti stereotipi con le pance gonfie di birra?”

Keira si limitò a scuotere la testa. Forse di lì a un’ora, quando il suo cervello avesse smesso di pulsare, avrebbe avuto voglia di affrontare Shane e le sue provocazioni costanti.

Un profumo delizioso iniziò a emergere dalla cucina e lo stomaco di Keira brontolò per l’anticipazione. Orin uscì con due enormi piatti colmi di cibo: salsicce fritte, funghi fritti, pomodori fitti.

“È una colazione seria,” disse Keira guardando il piatto davanti a sé. Era ben distante dal tè verde ghiacciato e il succo di spinaci che consumava di solito mentre andava a lavoro.

“È questo il segreto per tollerare l’alcool,” disse Shane con una risata. “Inizia la giornata nel modo giusto e potrai andare avanti tutta la notte.”

Keira si tese subito, chiedendosi se Shane si stesse riferendo a una notte tra le lenzuola insieme a Tessa. Avrebbe voluto indagare, ma sapeva che non ne aveva alcun diritto. In più, non voleva sapere che genere di emozioni avrebbe potuto scatenare in lei.

Finirono la loro colazione e andarono a prendere l’auto. Incredibilmente, Keira si sentiva nettamente meglio. La testa non le pulsava più come prima.

“Quindi oggi dove mi porti?” chiese, mentre percorrevano la strada in quella zona ormai familiare, oltre i rifiuti lasciati dalla festa della notte precedente.

“Le Scogliere di Moher,” rispose Shane. “Ne hai mai sentito parlare?”

Keira scosse la testa. “Fammi indovinare,” disse, ripensando al Burren visitato il giorno prima, “non sono veramente delle scogliere.”

“Oh, sì che sono scogliere,” disse Shane. “Lì hanno filmato anche qualche scena di Harry Potter.”

“Che classe,” rispose sarcastica Keira.

Uscirono da Lisdoonvarna e imboccarono una strada stretta, superando campi e colline durante il loro viaggio. Keira era ancora troppo malconcia per fare conversazione, quindi Shane accese la radio, dove una conduttrice parlava in gaelico.

“Tu sai parlare gaelico?” chiese Keira.

Shane le lanciò uno sguardo stranito. “Certo che so farlo. È come chiedere a uno spagnolo se sa parlare lo spagnolo!”

Keira arrossì e tornò nella sua posizione raggomitolata, spostando gli occhi sulla campagna collinosa.

La strada era molto sconnessa, e a volte affondava in un modo che le faceva ribaltare lo stomaco. Salirono, curvarono e zigzagarono tra le colline alberate. Keira era felice di non essere stata costretta a guidare un simile territorio appena uscita dall’aeroporto di Shannon; le sarebbe venuto un colpo per la strada. Shane, d’altra parte, sembrava molto sicuro di sé in quelle vie e le affrontava con abilità, cosa che aiutò a calmare i nervi di Keira, anche se si sentiva ancora sul punto di rimettere la colazione da un momento all’altro.

Alla fine raggiunsero la cima della collina e si fermarono in un parcheggio. Scesa dalla macchina, Keira notò una costruzione insolita che emergeva dal lato della montagna, con un tetto coperto d’erba. Somigliava vagamente a una casa degli Hobbit.

Il vento le agitò i capelli e gli abiti mentre camminava accanto a Shane su per la collina, usando la sottile ringhiera lungo i bordi della scogliera per farsi guidare nel tragitto che dava sulle spiagge al di sotto.

Nel cammino, Keira pensò che fosse uno spettacolo mozzafiato, con una vista che si estendeva per miglia e miglia.

Si fermarono per riprendere fiato e lei si strinse alla ringhiera per supporto mentre guardava l’oceano che imperversava.

“Questo è l’Atlantico,” spiegò Shane al suo fianco. “Quelle sono le Isole Aran,” aggiunse, indicando in mezzo alla vasta distesa blu. “E dall’altro lato, laggiù, quelle sono le montagne.” Si chinò leggermente e le si avvicinò molto, puntando il dito verso una fila di vette che si intravedeva in lontananza. “Il complesso montagnoso dei Twelve Pins.”

Keira sentì il cuore che batteva forte per la vicinanza di Shane. Si allontanò di un passo, da una parte sollevata di interrompere quel momento, ma dall’altra sentendone subito la mancanza e desiderandola ancora.

“Vuoi andare a esplorare le montagne?” chiese Shane.

“Sarebbe a dire andare a nuotargli sotto?” domandò Keira, sollevando un sopracciglio. “Credo che passerò, grazie.”

“Non sei molto avventurosa, vero?” l’accusò Shane.

“Ehi,” rispose Keira con finto oltraggio. “Sono un’americana all’estero. Sai quanti di noi non hanno nemmeno il passaporto?”

“Okay, ti concedo un punto per essere venuta all’estero. Ma scommetto che non hai mai scalato una scogliera così.”

“Né ho il desiderio di farlo,” ribadì Keira.

“Mi prendi in giro?” esclamò Shane. “Scalare una simile bellezza è incredibile! Tutto quanto si restringe. Rimanete solo tu e la scogliera. Tu e la natura.” Gli brillavano gli occhi mentre parlava.

“Hai scalato questa scogliera?” chiese Keira, senza credergli del tutto.

Shane annuì. “E i Twelve Pins. Snowden. Ben Nevis.”

Keira fu segretamente colpita di scoprire quell’hobby di Shane. Ma non glielo voleva far capire. “Mi sembra una roba da macho. L’uomo che rischia la vita e la salute per conquistare la natura, piuttosto che essere tutt’uno con essa.”

Shane incrociò le braccia. “E questa saresti tu? Tutt’uno con la natura, signorina New York City?”

Keira distolse lo sguardo, ignorandolo. Entrambi si ammutolirono, guardando verso il mare fianco a fianco.

Alla fine Shane si mise le mani in tasca e ondeggiò sui talloni.

“I tramonti qui sono i migliori che vedrai mai,” disse con una certa timidezza. “Se non dovessi tornare al festival ogni notte ti porterei a vederne uno.”

Keira spostò lo sguardo su di lui, accigliata. “Questo mi puzza di appuntamento.”

Shane si esibì in una smorfia di finto disgusto. “Sei completamente fuori strada, ragazza, te lo dico.”

Le guance di Keira si colorarono mentre sorrideva tra sé e sé.

“Quindi,” disse Shane. “Che cosa dirai nel tuo articolo sulle scogliere?”

Keira riportò lo sguardo sul magnifico panorama. Proprio come in precedenza al Burren, sentì un cambiamento dentro di sé, leggero ma certamente percettibile. L’aria era tanto fresca in confronto a quella inquinata di New York che aveva conosciuto per tutta la sua vita che le sembrava di respirare ossigeno puro, e che le stesse dando alla testa. Invece di alzare gli occhi per vedere la cima dei grattacieli, stava guardando miglia di incontenibile bellezza naturale, di natura incontaminata dall’uomo. Stava perdendo tutta la voglia di distruggere quel posto con il suo articolo.

“Ancora non lo so,” rispose. “Ho un po’ di blocco dello scrittore.” Era quanto più vicino alla verità poteva andare senza rivelare il fatto che nel suo pezzo avrebbe dovuto deridere quel luogo e chi ci viveva. “Spero di fare delle belle interviste questa sera. L’incarico dovrebbe essere incentrato sui resoconti in prima persona, a dir la verità. Le esperienze della gente al festival. Se hanno trovato o meno l’amore a lungo termine. Il matrimonio. Quel genere di cosa.”

Shane ghignò. “Non credi che troverai quello che stai cercando?”

Ancora una volta la domanda di Shane conteneva un certo giudizio sotteso. Keira aveva iniziato ad accorgersi che aveva la tendenza a farlo. Era quasi come se pronunciasse affermazioni e opinioni come domande, costringendola a rifiutarle o a concordare con lui. Si chiese se fosse un tratto irlandese, o fosse specifico di Shane.

Scrollò le spalle e appoggiò i gomiti alla ringhiera. “Ancora non lo so. Finora ho visto molta gente che si diverte. Non so se qualcuno qui sta cercando l’amore.”

“Che cosa ti ha dato quest’impressione?”

“Beh, è tutto alcool e cibo, musica e giochi. È come un grande addio al nubilato.”

Shane scoppiò a ridere. “Sembri molto sprezzante.”

“Perché lo sono,” rispose Keira. “Come credono di trovare il Vero Amore se finiscono ubriachi persi di Guinness tutte le notti? Avrebbero più fortuna venendo qua fuori nel mondo reale. È un vero peccato, dato che siamo circondati da una simile bellezza naturale.”

Si fermò e notò con la coda dell’occhio che Shane la stava fissando. Non voleva girarsi verso di lui e subire il pieno impatto della sua espressione tronfia.

“Credo che il nostro paese stia iniziando a piacerti,” commentò lui.

Keira lo ignorò. Aveva ragione, ma di certo non gli avrebbe dato la soddisfazione di ammetterlo.

“In ogni caso,” disse Shane dopo una pausa sgradevolmente lunga. “Questa notte avrai ogni possibilità di parlare con la gente al festival, perché non mi avrai tra i piedi.”

“Non ci sarai?” ripeté Keira, guardandolo per la prima volta dopo un po’. Si accorse all’improvviso di quanto lo volesse insieme a lei e di quanto avrebbe sentito la sua mancanza. Quella sensazione la sconvolse con la sua ferocia.

Shane scosse la testa. “Non posso. Ho altre cose da fare. E ormai conosci le strade. Non hai bisogno che ti tenga per mano.”

Keira non riuscì a evitare di chiedersi che cosa fosse che doveva fare. C’entrava Tessa? Si sarebbero rivisti quella notte? Il pensiero l’accese di gelosia.

“Pensavo che avessi il compito di tenermi al sicuro,” rispose. “E non lasciarmi da sola nel bel mezzo di festaioli ubriachi e in cerca d’amore. Che cosa devi fare di così importante?”

Il volto di Shane si fece serio. Non rispose alla sua domanda. “Credevo che fossi stufa di me e che ti avrebbe fatto piacere un po’ di tempo da sola.”

“È il tuo modo per dirmi che ti sei stufato di me?”

Ci fu una pausa e poi Shane rispose con: “Forse un po’.”

Keira rimase a bocca spalancata per lo shock. Non riusciva a capire se Shane stesse scherzando o meno, ma di certo sembrava serio.

“Ho detto qualcosa che ti ha offeso?” gli domandò.

Lui scrollò le spalle con noncuranza. “Forse.”

Keira ripensò al modo in cui Shane si era ritirato in se stesso durante la loro gita al Burren. Doveva aver fatto una gaffe allora, lo aveva offeso in qualche modo, ma lui non le aveva spiegato come. E sembrava che lo avesse appena rifatto.

“Mi vuoi dire cosa è?” chiese Keira. “Perché sembra che continui a farlo e non so perché.”

Shane si appoggiò sui gomiti alla balaustra. Fece un lungo sospiro, poi guardò Keira. “Se proprio vuoi saperlo, devo porgere i miei rispetti alla tomba di una persona,” disse.

“Oh,” replicò Keira, rattristandosi. La sua voce si fece più dolce. “Ne vuoi parlare?”

Shane scosse la testa. “Non con te.”

Dopodiché si girò per riprendere il percorso, lasciando lì Keira sconvolta e confusa. Senza altra scelta, la donna lo seguì, sentendosi ferita, incerta di cosa avesse detto o fatto per provocare un rifiuto tanto forte da parte sua. Fece il resto del sentiero a testa china.

*

Più tardi, tornata nella sua stanza, Keira si sedette alla scrivania con il portatile aperto davanti a sé. Doveva mandare qualcosa di scritto a Elliot e Nina ma faceva fatica a trovare qualsiasi cosa da dire sul suo viaggio alle Scogliere di Moher. Senza contare che era ancora stordita dalle offese che in qualche modo aveva recato a Shane.

Fuori per le strade, il festival stava iniziando di nuovo. Sentiva la musica dal vivo di un menestrello all’angolo della strada. Iniziò a scrivere al computer.

Spero di non dover mai più sentire il suono di una fisarmonica per tutto il resto della mia vita. Durante la seconda serata, il triste lamento di un menestrello solitario filtra tra le crepe della finestra della mia camera. Mi chiedo che cosa abbia fatto per alienarsi il resto della comunità musicale, perché abbia deciso di stare da solo quando a Lisdoonvarna chiunque suoni il violino, il flauto o il banjo coglie ogni occasione per riunirsi in gruppo e dare spettacolo. Forse il menestrello sa qualcosa che il resto di noi disgraziati romantici ignoriamo, o rifiutiamo di vedere: siamo soli e così sarà per sempre.

Si interruppe. Era perfido. Non c’era alcuna creatività nella distruzione di quel posto e stava iniziando a farla sentire in colpa. Ma era il tipo di tono che sembrava piacere a Elliot e quindi continuò su quella falsariga prima di spedirlo.

Elliot rispose qualche istante più tardi.

È fantastico, Keira. Fai in modo di intervistare qualcun altro questa notte. Ci servono altri resoconti in prima persona.

Keira si appoggiò allo schienale della sedia assorbendo le sue parole. Erano proprio i resoconti in prima persona che la stavano mettendo in difficoltà. Le sembrava troppo crudele parlare con delle persone con l’unico scopo di farle a pezzi in seguito. Ma era quello che doveva fare.

Con un sospiro raccolse la sua borsetta, infilandovi dentro la biro e il taccuino. Quella sera avrebbe sentito la mancanza della presenza di Shane al suo fianco, e l’entusiasmo per il suo lavoro stava iniziando a scemare.

Mentre usciva dalla camera e scendeva le scale, Keira si chiese che cosa le stesse facendo quel paese.

CAPITOLO SETTE

Quella notte il festival era chiassoso come la sera precedente. Di più, in effetti, dato che quel giorno segnava l’inizio delle attività e delle gare organizzate. La città non sembrava dormire mai quando era aperto il Festival dell’Amore.

Keira scelse un pub ed entrò. Era ancora presto ma il posto era già affollato. Trovò un tavolino in un angolo e prese posto, tirando il taccuino e la penna fuori dalla borsetta, per poi scrutare tra la folla alla ricerca di qualcuno da approcciare. Voleva ogni genere di persona, non solo giovani donne come Tessa che erano lì solo per incontri senza impegno. Ciò che voleva era qualcuno che fosse lì per trovare sinceramente l’amore, qualcuno che credesse veramente di poter trovare la propria anima gemella al festival.

Proprio allora, un uomo al bar catturò la sua attenzione. Era più anziano della media dei partecipanti al festival e aveva i capelli grigi. Stimò fosse sulla cinquantina. Era solo, seduto su uno sgabello a guardare i festeggiamenti come se non ne facesse davvero parte.

Keira si alzò e si mosse a fatica tra la folla fino a quando non lo raggiunse. Lui sembrò sorpreso dall’avvicinarsi di una giovane donna.

“Posso aiutarti?” chiese con un pesante accento irlandese che Keira faticò a decifrare sopra il rumore.

Lei gli spiegò chi era, perché era lì, e gli chiese se era disposto a parlare con lei delle sue esperienze al festival.

“Certo, non ho niente di meglio da fare,” rispose lui. “Io sono Patrick.”

“Piacere di conoscerti,” disse Keira. “Spero che non ti dispiaccia, ma non ho potuto evitare di notare che hai qualche anno più della media qua dentro. Mi chiedevo che cosa ti avesse spinto a venire qui oggi.”

Patrick rise. “Vuoi dire che sono un matusalemme circondato da belle ragazze?”

Keira sorrise e scrollò le spalle. “Sei stato tu a dirlo, non io.”

“Puoi metterlo nel tuo articolo,” aggiunse Patrick, toccando dove aveva scritto la parola matusalemme nel suo taccuino. Bevve un sorso della sua birra. “Okay, quindi vuoi la mia storia. Eccola qui. Ho più anni della media, sì, ma non perché sono un orribile porco a caccia di una giovane moglie. Ci sono molti uomini come me che si ritrovano senza una compagna in questo momento della vita.” Si mise una mano in tasca ed estrasse il portafoglio, poi lo sfogliò fino a estrarne una fotografia. “Questa è Susan. Mia moglie per trent’anni. Fino a quando non mi ha lasciato.”

Keira scrisse velocemente, cercando di decifrare l’accento di Patrick.

“Che cosa è successo?” chiese.

“Niente, a essere sincero. I figli sono cresciuti e sono andati a vivere da soli. Siamo invecchiati tutti e due. Mi sono messo comodo, sai, mi sono lasciato andare e l’ho data per scontata. Poi la nostra attività ha avuto un brutto momento e quindi la vita che le avevo promesso non si è mai materializzata. Lei semplicemente è andata a cercare qualcuno che potesse garantirgliela.” Mise via la foto.

“Quindi stai cercando del divertimento?” chiese Keira. “O vendetta?”

Patrick scoppiò a ridere. “Sono qui per cercare una moglie!”

“Davvero?” esclamò Keira, sgranando gli occhi. “Non sei, ecco, stanco di tutta questa faccenda del matrimonio? Amareggiato? Logorato?”

“Certo che no!” disse Patrick. “Non sono amareggiato e non sono ancora da buttare. Ciò che ho da offrire non sarà stato abbastanza per Susan ma ci sarà una ragazza qua fuori per cui basterà. Probabilmente un’altra divorziata.” Rise. “Ce ne sono molte qui. E anche di vedove. Sono la mia migliore possibilità.”

Keira rimase sorpresa. Il matrimonio dei suoi genitori si era dissolto quando era molto piccola, e sua madre se ne era lamentata per anni. Guardarla l’aveva convinta di certe idee, come che il divorzio fosse la cosa peggiore che potesse capitare. Era uno shock incontrare qualcuno che non solo lo aveva subito, ma gli era sopravvissuto ed era emerso dall’altra parte con la fiducia nell’amore ancora intatta.

“Quindi hai in programma di incontrarti con il sensale?” chiese Keira.

Patrick annuì. “L’ho già fatto. Nel suo libro aveva una signora che secondo lui sarebbe perfetta per me. Eileen. Ha quarantasei anni, credo, e ha anche divorziato da poco. Che significa che abbiamo già molto in comune.” Sorrise.

“La incontrerai?” domandò Keira.

“È per questo che sono qui!” esclamò Patrick. Si raddrizzò la camicia e i suoi occhi brillarono per l’anticipazione. “Sono arrivato in anticipo per prendere posto.”

Per la seconda volta, Keira rimase sconvolta. Credeva di aver individuato un uomo solitario tra la folla, che guardava ma non poteva partecipare. Invece aveva interrotto un uomo divorziato che aspettava la donna con cui aveva un nuovo appuntamento! Patrick non era stato felice di avere un po’ di compagnia; Keira non lo aveva salvato dalla sua solitudine. Era solo stata un modo per far passare il tempo mentre aspettava l’inizio del suo appuntamento.

Fu in quel momento che la porta si aprì e una donna in un bellissimo vestito color smeraldo entrò. Aveva circa la stessa età di Patrick, con capelli grigi coperti da mèche bionde e un fisico un po’ più robusto di quanto non sarebbe stato ideale. Ma era affascinante, sfruttava al meglio le sue doti ed era molto attraente per la sua età. Notò Patrick e sorrise.

“Vi lascio soli,” disse Keira allontanandosi, sentendosi usurpata per la prima volta nella sua vita da una donna più anziana.

L’attenzione di Patrick si era già concentrata sulla nuova arrivata. Si alzò e la baciò su entrambe le guance, poi entrambi si accomodarono al bar, la donna sullo sgabello da cui si era appena alzata Keira.

Lei tornò al suo tavolo e guardò Patrick e la divorziata con cui aveva appuntamento mentre chiacchieravano e ridevano insieme. Notò il modo in cui lei gli toccava la mano mentre parlava, e il luccichio negli occhi dell’uomo mentre Eileen rideva a una delle sue battute. Ancora una volta Keira sentì un’altra crepa formarsi nel suo muro di cinismo. Forse in fondo c’era qualcosa di autentico. Forse c’erano persone per cui funzionava. Non qualcuno come lei, ovviamente, ma per le generazioni precedenti, che avevano già amato e perduto ed erano pronte a risalire in sella al cavallo.

Mise via il taccuino, rendendosi conto che l’intervista con Patrick non avrebbe fatto parte dell’articolo finito. L’unico modo in cui avrebbe potuto farcela stare sarebbe stata trasformando l’uomo in una caricatura disperata, che era una cosa che non era disposta a fare.

Avrebbe dovuto trovare qualcun altro da intervistare, qualcuno la cui storia si allineasse di più con il tono cinico dell’articolo che avrebbe dovuto scrivere. Ma ovunque guardasse vedeva solo gente che si divertiva, persone felici di avere nuova compagnia e che sembravano sul punto di innamorarsi. Non era affatto la scena nuda e cruda che avrebbe dovuto ispirarla. Invece le trasmetteva una scomoda sensazione, calda e tenera dentro.

Keira si alzò rapidamente prima di correre fuori dal pub e di allontanarsi da quella claustrofobia atmosfera romantica.

*

Più tardi quella notte Keira ricevette una gradita chiamata da Nina. Era bello sentire un assaggio di casa, anche se era solo per lavoro.

“Dunque, Elliot adora quello che hai scritto finora,” disse Nina. “E anche io. La tua scrittura è migliorata moltissimo per questo articolo. Il tono che hai scelto è perfetto. È molto evocativo. Mi sento come se fossi lì.”

“Grazie,” disse Keira, sorridendo tra sé e sé.

“C’è una cosa, però,” aggiunse Nina. “Joshua è uscito dall’ospedale e vuole ributtarsi nel lavoro. Ma i dottori lo hanno costretto a mettersi in malattia e non può tornare in ufficio. Quindi Elliot ha pensato che avesse più senso che lui, Elliot, si occupi delle questioni quotidiane al Viatorum e che Joshua supervisioni il pezzo sull’Irlanda. Dato che sta prendendo un sacco di antidolorifici che gli hanno completamente confuso i cicli di sonno e veglia, significa che sarà più disponibile per te. Quindi in pratica Elliot non supervisionerà più il tuo articolo.”

Keira rimase delusa. Era Elliot la persona su cui voleva fare colpo, era lui che aveva le chiavi del suo futuro lavoro. Joshua si sarebbe comportato come al solito, sarebbe stato sarcastico, sprezzante e critico.

All’improvviso capì che il rischio che aveva corso andando lì forse non avrebbe dato risultati. Quanto era probabile ora che facesse carriera? E se avesse finito per perdere Zachary per niente?

Concluse la chiamata con Nina e lo chiamò immediatamente. Quello stupido gioco del silenzio era durato abbastanza. Dovevano discutere della faccenda come delle persone adulte.

Con sorpresa di Keira, i fusi orari si dovevano essere allineati perché dopo diversi squilli Zachary rispose.

“Mi chiedevo quanto tempo ci avresti messo a chiamare,” disse Zach.

Keira si accigliò. “Sono stata costantemente in contatto. Sei tu che mi stai ignorando.”

Aveva già assunto un tono aggressivo. Sarebbe finita male e ancora non aveva detto quasi niente!

Zach sbuffò. “Non credevo che le foto dei sederi delle pecore e di squadre di calcio incestuose richiedessero risposta.”

“Non ti ho mandato solo quelle,” rispose Keira con circospezione, sentendo la necessità di difendersi.

“Oh, dimenticavo, c’è stata anche la filippica da ubriaca. Grazie per avermelo ricordato.” Il suo tono era secco, acido, pieno di veleno. “Lo sai, sono il tipo di cazzate che fanno gli adolescenti, Keira. Mandare messaggi da sbronzi e immagini stupide. È infantile. Questa è la prima volta che provi a parlarmi come una persona matura.”

“Se parlare era così importante per te, perché non mi hai chiamata tu stesso?” rispose Keira. Non aveva intenzione di assumersi tutta la colpa per la loro mancanza di comunicazione degli ultimi giorni. Almeno lei ci aveva provato. E l’atteggiamento condiscendente di Zach la stava irritando.

“Forse perché mi stavo divertendo troppo senza di te,” rispose freddamente Zach.

Keira fu attraversata da un brivido improvviso. Qualcosa nel suo tono, nel modo in cui l’aveva detto, la rese sospettosa. “Intendi con Julia?”

L’altro capo della linea si fece silenzioso.

“Zach?”

Keira sentì il gelo prendere il sopravvento. Il suo silenzio parlava chiaro.

“Zach, sei andato a letto con lei?”

Lo sentì sospirare. E poi, alla fine: “Sì.”

Fu come se avesse incassato un pugno allo stomaco. Non riusciva a riprendere fiato, tanto era sopraffatta dalla sua confessione. Si sedette sul letto, sentendo il bisogno del supporto del materasso sotto di sé, per convincersi che il mondo non le stesse crollando sotto i piedi.

“Non riesco a credere che tu mi abbia fatto una cosa del genere,” balbettò.

Zach sospirò. “Sei partita e mi hai lasciato solo. Pensavo di aver chiarito che se fossi andata in Irlanda non ti avrei aspettata.”

“No, non lo avevi chiarito!” esplose Keira. “Abbiamo litigato, è vero. Eri arrabbiato. Lo capisco. Ma non pensavo che mi stessi lasciando!”

“Non lo stavo facendo,” rispose Zach. “Sei tu che hai lasciato me. Ricordi? Ti ho detto che se fossi partita non sapevo se saremmo rimasti insieme. E poi tu te ne sei andata. Per quel che ne sapevo, era il tuo modo di farla finita.”

Keira cercò di riprendere fiato. Tutto quello che stava sentendo era folle. Zach stava cercando di darle la colpa di tutto. Stava cercando di giustificare le sue azioni, facendo sembrare come se fosse stata lei a lasciarlo. Ma lei sapeva che non erano state pronunciate parole che specificassero che era davvero finita.

“Anche se pensavi che ci fossimo lasciati, non è il gesto più elegante del mondo saltare a letto con la prima donna disponibile,” sibilò Keira. La sua voce emerse roca, il suo tono accusatorio.

“Sai che c’è Keira?” rispose Zach, egualmente furioso. “Hai ragione. Julia era disponibile. Era presente. Ed è molto di più di quanto tu non abbia mai fatto.”

Chiuse di colpo la chiamata.

Keira rimase seduta lì con il telefono in mano, lottando per respirare. Odiava piangere ma sentiva le lacrime che le scendevano sulle guance. Deglutì a fatica e si ritrovò la gola totalmente chiusa.

Era successo davvero? Non avrebbe mai pensato di sentire un tale vetriolo uscire dalle labbra di Zach. Che fosse diretto a lei la feriva fin dentro il cuore.

Capì che Bryn aveva avuto ragione su di lei e Zach. Non era che lei e Zach fossero stati le persone giuste al momento sbagliato, era sempre stato tutto sbagliato! Zach le aveva appena mostrato un lato di sé che lei non aveva avuto idea esistesse, e che non era di sostegno alla sua carriera. Non l’aveva mai sostenuta, non lo aveva mai fatto. Aveva solo voluto una ragazza che fosse presente, che lo mettesse al primo posto, che soddisfarsi le sue necessità a discapito delle proprie.

Si accorse allora che Zach era un bastardo. Perché non l’aveva capito prima?

Si infilò a letto e si tirò la coperta sopra la testa. Fuori, nelle strade, sentiva il rumore dei single che continuavano la loro costante ricerca di compagnia. Per la prima volta dopo due anni, Keira ritornò una di loro.

CAPITOLO OTTO

Il mattino seguente di buon’ora, Keira era pronta e in attesa fuori dal Bed & Breakfast di Orin. L’ultima cosa che serviva al suo cuore spezzato era una colazione all’irlandese, quindi si era accertata di non averne il tempo, svegliandosi tardi per potersi fare solo una doccia, vestirsi e uscire al volo.

Era ferma all’angolo della strada, stringendosi le braccia attorno al corpo, ancora ferita per il tradimento di Zach. Non era certa di come avrebbe superato quella giornata; voleva solo raggomitolarsi a letto e dormire. Ma quando vide la macchina di Shane che si avvicinava, sentì un improvviso senso di sollievo, come se la sua solitudine si stesse sciogliendo.

L’auto si fermò, salendo sul marciapiede accanto al Bed & Breakfast, e Keira entrò dal lato del passeggero.

“Buongiorno,” disse Shane, rigido.

Keira guardò la sua guida, la sua espressione tirata, e improvvisamente si ricordò di ciò che le aveva detto il giorno prima sul fatto che doveva andare a porgere i suoi rispetti alla tomba di una persona, e che non ne voleva con lei. Il suo istinto le diceva di chiedergli come stava, controllare se aveva bisogno di qualcosa, ma la rottura del suo rapporto aveva distrutto la sua sicurezza in sé, e come risultato il rifiuto del suo supporto a Shane del giorno prima la feriva ancora di più. Quindi invece di tentare di creare un legame con lui, si limitò a fissare con aria assente fuori dal finestrino.

“‘Giorno.”

Shane si allontanò dal marciapiede e iniziarono il viaggio. Keira si crogiolò nella sua miseria, guardando i desolati verdi e grigi che sfrecciavano davanti al finestrino.

Non sapeva quanto tempo fosse passato quando Shane parlò.

“Sei silenziosa,” notò.

“Anche tu,” rispose lei, con lo sguardo ancora fisso sul vetro.

“Immagino di sì.”

Ricadde il silenzio. Keira lo odiava, il modo in cui le loro battute allegre erano state sostituite da un enorme e rigonfio nulla.

“Ho passato la serata in un cimitero,” replicò Shane a mo’ di spiegazione. “E tu?”

“Sono solo stanca.”

“C’è qualcos’altro.”

Alla fine lei lo guardò. “Non sono affari tuoi,” disse, riecheggiando le sue parole del giorno prima.

Non aveva avuto l’intenzione di essere aggressiva, ma parlare della fine della sua relazione era l’ultima cosa che voleva fare in quel momento. Ciò che le serviva davvero era una lunga chiacchierata con Bryn o sua madre. Di solito erano le prime persone a cui si rivolgeva quando aveva bisogno di supporto ma quando l’aveva chiamata, Bryn stava facendo jogging e aveva detto di non avere tempo di parlare, quindi non aveva nemmeno avuto l’occasione di dirle di Zach. E con sua madre c’erano altissime probabilità che usasse l’evento per ribadire che lei glielo aveva detto. Keira non era dell’umore. E parlare con chiunque altro a New York era impossibile perché là era notte inoltrata. Non si era mai sentita tanto sola da quando era in Irlanda come in quel momento. Le avrebbe fatto bene sfogarsi con Shane ma chiaramente non era giornata per nessuno dei due.

Riportò l’attenzione sul panorama dall’altra parte del finestrino e sentì lo sguardo di Shane su di sé. L’uomo non insistette, comunque, e ricaddero nel loro teso silenzio.

A differenza degli altri due viaggi, quello fu molto più lungo, e diede a Keira tutto il tempo per rimuginare sulle sue sfortune. Decise che Shane stava rispettando il suo desiderio di non parlare, o forse era solo troppo arrabbiato con lei per provarci. Anche se le sue solite battute erano vistosamente assenti, la guida continuò a guardarla con un’espressione angosciata.

Alla fine parlò.

“Keira, sei arrabbiata con me perché ti ho lasciata da sola al festival?” domandò.

Lei gli lanciò uno sguardo assassino. “Non sono una bambina, Shane. Non sto usando la tattica del silenzio perché mi hai allontanata.” Dicendolo, si rese conto che in effetti era metà del motivo per cui non gli stava parlando. Quella realizzazione la prese alla sprovvista. Incrociò le braccia. “E comunque perché non c’eri?”

“Te l’ho detto,” rispose Shane. Strinse le mani sul volante. “Dovevo porgere omaggio a qualcuno. A diverse persone, a dir la verità.”

Keira non riuscì a trattenere la sua curiosità. “Chi?”

Shane trattenne il respiro e poi sospirò lentamente. “Non voglio intristirti con i miei problemi.”

“Non mi dà fastidio,” replicò Keira. Poi, tirandosi il bordo della camicia, aggiunse: “Mi distrarrebbe dai miei.”

Shane la guardò. “Facciamo un patto. Io mi sfogo se ti sfoghi anche tu.”

Keira si ripiegò su se stessa. Non era pronta a parlare della rottura. Ma d’altra parte voleva sapere che cosa stava succedendo a Shane. Forse valeva la pena fare quel sacrificio.

“Va bene,” accettò alla fine.

Shane guardò fuori oltre il parabrezza. La strada davanti a loro era stretta, ma lunga e vuota. Era come se fossero le uniche persone al mondo.

Con le mani ancora strette sul volante, Shane lanciò un’occhiata a Keira nel sedile del passeggero. “Niente di tutto questo finirà nel tuo articolo, giusto?”

Keira sollevò le braccia, a indicare la tregua. “In via assolutamente confidenziale,” confermò, pensando ancora una volta quanto Joshua sarebbe stato più adatto a quel lavoro. Non ci sarebbe stato niente di confidenziale per lui. “Quindi deve avere a che fare con l’amore,” disse ad alta voce, non appena lo capì.

Shane annuì. “Questo non ti piacerà. È contrario a tutto ciò in cui credi.”

“Tutto ciò in cui credo?” domandò Keira accigliata. “Che cosa vuoi dire?”

Shane si schiarì la gola e fissò davanti a sé attraverso il parabrezza. “Hai fatto un commento sui giovani innamorati l’altro giorno.”

“Su come finisce sempre male? È quello che ti ha offeso?”

Lui annuì. “È stato più per l’assoluto disprezzo nella tua voce. Lo sdegno. Come se non credessi che potrebbe funzionare tra due persone.”

“Questo perché non lo credo,” ribadì Keira. “Nella mia esperienza, in ogni caso. Voglio dire, le uniche persone che conosco che si sono sposate da giovani hanno anche divorziato presto. E se sono rimaste insieme è solo perché la loro religione è contraria alla separazione.” Si interruppe. “Stai per dirmi che stai con la tua fidanzata dei tempi del liceo?”

Keira fu colpita da quanto quel pensiero la infastidiva. Non aveva mai chiesto a Shane se avesse una relazione. Aveva semplicemente dato per scontato, visto il suo atteggiamento, che non fosse così. Non aveva nemmeno un anello al dito, quindi non era impegnato in quel modo, ma se avesse avuto una dolce ragazza che lo aspettava a casa? Una che lasciava ogni anno per andare al festival e alle feste? Il pensiero le fece stringere lo stomaco.

“Più o meno,” rispose Shane.

La sensazione che colpì Keira fu molto simile al panico. Tutti gli uomini erano traditori? Tradivano non appena la loro ragazza si allontanava? E comunque come si faceva a stare ‘più o meno’ con qualcuno?”

Accanto a lei, Shane sembrò rimpicciolire.

“È morta,” aggiunse semplicemente.

Un enorme senso di colpa si abbatté su Keira per aver dubitato di lui, per aver lasciato che il proprio dolore e paranoia prendessero il sopravvento.

“Mi dispiace così tanto,” bisbigliò. “Di recente?”

Lui scosse la testa. “No. È stato molto tempo fa.”

“Che cosa è successo?”

“Ci siamo conosciuti a scuola,” iniziò Shane. “Ci siamo innamorati subito, anche se quando avevamo dodici anni nessuno dei due capì che cosa fosse.” Un sorriso nostalgico gli apparve sulle labbra. “Siamo cresciuti, abbiamo iniziato a uscire insieme. Perfetto è l’unico modo per descrivere quel periodo. Le ho chiesto di sposarmi persino prima di finire la scuola. Quella notte è rimasta incinta.” Un altro sorriso, quella volta accompagnato da un rossore sulle guance. “Ci siamo sposati a diciotto anni. Poi una notte, quando era incinta di otto mesi, il bambino ha smesso di muoversi. Siamo andati in ospedale. Era morto.” Strinse con ancora più forza il volante dell’auto. “Mentre dava alla luce il nostro bambino defunto, anche lei è morta. Li ho persi entrambi in una sola notte.” La guardò tristemente. “È questo che significa ‘più o meno’. Fino a che morte non ci separi. Solo che è arrivata molto prima di quanto ci aspettassimo. Ma lei è ancora qui.” Si toccò il cuore.

Keira si sentì gelare. Non aveva mai sentito una storia tanto tragica. “Come si chiamava?” chiese gentilmente, “se non ti disturba dirmelo.”

“Deirdre,” rispose Shane. “E ho chiamato il bambino John, come suo padre. Sono certo che avrebbe voluto così.”

Keira non sapeva più cosa dire. Si sentiva malissimo, così piena di dolore e compassione che era come se stesse per esplodere. Che esperienza orribile da subire a quell’età. Non c’era da sorprendersi se il suo commento sui fidanzati del liceo lo aveva infastidito.

“Sono loro le tombe che sei andato a vedere l’altro giorno?” chiese, con la stessa gentilezza.

Shane annuì.

“Perché era l’anniversario?” domandò Keira. Il pensiero che le sue parole avessero potuto essere sale sulla ferita di Shane la inorridì.

“No,” rispose. “Vado solo quando ne sento il bisogno. Di solito succede diverse volte all’anno, anche adesso. Ieri ne avevo bisogno.”

“C’è stato qualcosa che ti ha spinto?”

Lui allora la fissò. “Senso di colpa.”

“Colpa?” ripeté Keira. Poi capì che cosa voleva dire. La sua uscita con Tessa. Stare con un’altra donna doveva aver risvegliato emozioni di ogni tipo dentro di lui. O almeno così pensò che fosse, anche se c’era qualcos’altro di imperscrutabile nei suoi occhi.

“Siamo arrivati,” disse Shane all’improvviso.

Keira sobbalzò. Si era quasi totalmente dimenticata di essere in auto, in viaggio verso un altro sito da visitare, tanto si era concentrata sulla storia di Shane.

Si fermarono nel parcheggio di una magnifica casa imponente. Era un bellissimo edificio di vecchi mattoni rossi coperti di edera rampicante. Non era affatto ciò che si era aspettata, anche se si rese conto di non aver controllato l’itinerario, né chiesto a Shane dove la stesse portando quel giorno. Era stata così presa da Zach che lo aveva totalmente dimenticato.

“È molto raffinata,” commentò.

“Muckross House,” le disse Shane. “Ci sono giardini, laghi, e i suoi terreni attualmente fanno parte del Killarney National Park.”

Keira guardò le montagne tutte intorno fuori dal parabrezza. Sembravano blu nella delicata luce del mattino, come lo sfondo di un dipinto ad acquerello.

“Vuoi andare a fare due passi?” chiese Shane.

Il suo tono era molto più gentile di quanto Keira lo avesse sentito finora. Non voleva ammetterlo, ma le diede molta pace. Forse non era il conforto da parte di Bryn o di sua madre quello che cercava per superare la fine della sua relazione. Forse non voleva le attenzioni di una confidente, quanto invece il tocco di qualcuno di nuovo ed eccitante.

Allontanò subito da sé quei pensieri. Non aveva appena detto a Zach quanto fosse poco elegante saltare subito a letto con una nuova persona, non appena la relazione era finita? Come poteva avere simili desideri? E Shane non le aveva appena raccontato quanto dolore e senso di colpa provava stando con altre donne? Senza contare che era la sua guida turistica, pagata dalla sua compagnia! Era assolutamente inappropriato pensare di provarci con lui. Ma era comunque un’idea interessante, doveva ammetterlo.

Uscirono dall’auto. Keira notò qualcosa sul prato e strinse gli occhi.

“Quella è un’anatra?” chiese, e una risatina le emerse dalla gola.

“Sembra di sì,” rispose Shane, sorridendo in reazione alla gioia che finalmente manifestava. “Deve essere arrivata fin qui dal lago.”

“Oh, guarda, degli anatroccoli!” gridò Keira, quando una fila di soffici pulcini gialli seguì la madre, correndo in mezzo all’erba.

Keira stava emettendo versi deliziati a quella vista, quando si accorse che Shane la stava guardando. Quella volta la sua espressione non era una che gli avesse già visto sul volto. C’era qualcosa nei suoi occhi, una luce. No, era più un fuoco. Si chiese che cosa avrebbe detto William Barry di uno sguardo del genere.

“Stamattina volevo dirti quanto sei bella,” disse Shane all’improvviso. “Ma sembravi così triste.”

Keira fu sconvolta all’udire quelle parole. Lui pensava che fosse bella?

“Ero triste,” confermò. “Lo sono ancora.”

Shane annuì. “Lo vedo. Abbiamo fatto un patto, ricordi?”

Keira esitò. Le sembrava pericoloso parlare di romanticismo e relazioni, perché sapeva che cosa avrebbe iniziato a pensare e quali desideri avrebbe scatenato non appena avesse ammesso a se stessa di essere di nuovo single e in cerca. Ma d’altra parte si sentiva attirata da quella decisione, quella ammissione leggermente pericolosa e dall’eccitazione che avrebbe potuto derivarne.

“Zach,” iniziò. “Il mio fidanzato. Non stiamo più insieme.”

Shane apparve sinceramente triste per lei. Keira percepì quanto avrebbe voluto confortarla, toccarla e dimostrarle gentilezza. Ma si trattenne e lei gli fu grata.

Iniziarono di nuovo a camminare, passeggiando nei magnifici giardini dell’antica villa vittoriana.

“Mi ha tradita,” disse Keira dopo un lungo momento di silenzio. “Sarei dovuta andare con lui al matrimonio di sua sorella, ma mi hanno affidato questo incarico. Quindi è andato a letto con una delle damigelle d’onore.”

Shane le lanciò uno sguardo compassionevole. “Mi dispiace, è uno schifo.”

Keira strinse con ancora più forza le braccia attorno a sé, come se stesse cercando di racchiudere il proprio dolore dietro le costole.

“Se ti fa sentire meglio,” continuò Shane, “sono felice che tu sia venuta qui per scrivere l’articolo.”

Allora Keira si bloccò. Che cosa stava dicendo? Fino a quel momento si era comportato come se lei fosse la persona più irritante che avesse mai conosciuto. Se n’era andato con Tessa al festival. Non era così che avrebbe dovuto comportarsi qualcuno di felice di conoscerla!

“È divertente avere un po’ di compagnia,” aggiunse lui rapidamente. Poi scrollando le spalle, spiegò: “Anche io sono lontano da casa. Durante il festival sento sempre un po’ di nostalgia, quindi è piacevole vedere un volto familiare.”

Keira si rese conto così di non sapere niente di lui come persona. Tutto ciò che conosceva era la sua opinione sull’amore, e che in generale aveva una visione della vita molto diversa dalla sua. Avevano iniziato subito a dibattere, a discutere di argomenti impegnativi, e non avevano mai fatto una semplice chiacchierata su casa, famiglia, amici o le cose che a cui tenevano.

“Non so cosa dirti per farti stare meglio,” disse Shane. “Ma so che andrà tutto bene.”

Lei annuì e le venne un groppo alla gola. Era già stata attratta da Shane, anche quando si era comportato come un bastardo irritante. Ora era come se un magnete lo stesse attirando a lui, costringendola ad avvicinarsi alla sua orbita.

“Suggerirei una pinta di birra,” commentò Shane con un sorriso imbarazzato. “Ma temo che non ti piacerebbe.”

Lei rise e scosse la testa. “Mi sta già venendo la pancia da bevitore,” dichiarò allegramente, toccandosi lo stomaco.

“Che ne dici di un brunch, allora?” propose, e indicò un cartello che segnalava la presenza di una sala da tè nel terreno.

“Mi sembra una buona idea,” concordò Keira. Non aveva fatto colazione e ormai era affamata.

Si avviarono con calma lungo il sentiero, seguendo il cartello fino alla sala da tè, ed entrarono. Era un piccolo edificio incantevole, probabilmente il vecchio cottage del custode che era stato convertito in un bar pittoresco.

Si accomodarono a un piccolo tavolo rotondo, con le ginocchia tanto vicine da toccarsi. Keira si chiese all’improvviso se fare brunch con Shane non fosse un’idea poco saggia. Era quasi come un appuntamento, solo molto più complicato.

Entrambi ordinarono uova in camicia su pane di segale, con caffè e succo di frutta. Keira cercò di immaginarsi Joshua lì, in quella rustica sala da tè, con la sua porcellana delicata. Sarebbe stato un pesce fuor d’acqua! Si rese conto invece di essere molto più adatta del previsto.

Il cibo arrivò e iniziarono a mangiare in silenzio. Keira notò che l’espressione di Shane era sconfortata, e le venne improvvisamente in mente che si era lamentata della sua rottura quando invece lui era rimasto vedovo a diciotto anni. Conosceva molto più dell’amore e della perdita di quanto non fosse per lei, e aveva subito molte più tragedie. Probabilmente la riteneva una bambina viziata.

“Mi dispiace di essere tanto triste,” disse senza pensare.

Shane scosse la testa. “Non devi. Stai passando un brutto momento.”

Keira si agitò sulla sedia. “Ma ti deve sembrare così infantile. Dopo tutto quello che hai passato.”

“Vuoi dire dopo Deirdre?” chiarì lui. C’era un sorrisetto sulle sue labbra. “Puoi dire il suo nome, lo sai. Non te ne avrei parlato se non avessi voluto sentirlo.”

Keira annuì, sentendosi subito privilegiata, come se lui le avesse confessato uno dei più oscuri segreti e si fosse accorta solo allora della sua rilevanza. “Sì, volevo dire dopo Deirdre.”

“Forse hai notato che non sono diventato esattamente un eremita,” disse Shane. “Non sono stato solo con lei nella mia vita. Ho avuto delle altre ragazze, alcune in delle relazioni stabili, altre brevi. Caroline è stata il mio grande amore successivo.”

“Oh, Dio, e che cosa le è successo?” chiese Keira, temendo il peggio. Tubercolosi o qualcosa del genere.

“Mi ha tradito,” rispose Shane.

Non era la risposta che si era aspettata. Il fatto che lei e Shane condividessero quell’esperienza sembrava l’ennesima spinta ad avvicinarli. “Anche se sapeva che cosa avevi passato con Deirdre?”

Shane annuì. “Certa gente non riesce davvero a capire come le loro azioni si ripercuotano sugli altri.”

“È un modo molto diplomatico per metterla,” notò Keira.

Shane si limitò a scrollare le spalle. “Beh, credo che tutti lo abbiamo fatto, in un modo o nell’altro.”

Keira non pensava che Shane si stesse riferendo a lei, ma di certo quelle parole erano applicabili alla sua situazione. Zach aveva compromesso tutta la loro relazione andando a letto con Julia ma nemmeno lei era completamente innocente. Non aveva voluto vedere le cose dal suo punto di vista a proposito del lavoro e della sua tendenza a scappare e dare la priorità ad altro. Le azioni del suo ex fidanzato avevano segnato la fine del loro rapporto, ma le sue lo avevano minato fin dall’inizio.

“Prima hai detto che senti nostalgia di casa,” disse Keira. “Perché non vai a trovare la tua famiglia?”

“Vivono piuttosto lontano da Lisdoonvarna,” rispose Shane. “A dir la verità, stanno da queste parti.”

“Dovresti prenderti la giornata libera,” suggerì Keira. “Vai a salutarli!”

Shane scosse la testa. “Non credo che verrei riassunto l’anno prossimo se si venisse a sapere che mi sono sottratto ai miei doveri. E i soldi mi servono davvero.”

Keira si sentì male per lui. Era tremendo avere nostalgia di casa pur essendo tanto vicino. Per molti versi si sentiva allo stesso modo con Bryn, che era solo a una telefonata di distanza ma il fuso orario impediva loro di parlare.

“Ho un’idea,” dichiarò all’improvviso, sollevando le sopracciglia. “Il tuo lavoro è di mostrarmi la vera vita irlandese, giusto? Beh, perché non mi mostri da dove vieni e la tua famiglia.”

Shane quasi sputò la sorsata di caffè che aveva in bocca. “Non so se sono pronto a presentarti ai miei genitori,” scherzò.

Keira roteò gli occhi. “Andiamo, Shane. Ti sto dando un’occasione qui, ho trovato una scappatoia.”

Lui non sembrò convinto. “È a un’ora di macchina da qui. Non so se riusciremo a tornare in tempo per il festival, questa sera.”

Keira pensò al numero tristemente inadeguato di interviste sul suo taccuino, alla bozza che doveva ancora mandare a Nina, alle pagine di Word che avrebbe cancellato perché non voleva più parlare male delle persone che intervistava. Perdersi una notte del festival era piuttosto imprudente. A meno che…

“I tuoi genitori sono ancora sposati?” chiese.

“Da più di quarant’anni,” rispose con un sorriso Shane.

“Credi che mi lascerebbero intervistarli?”

Shane sembrò sorpreso. “Beh, tutti e due adorano parlare, quindi immagino di sì.”

“Ecco,” disse trionfante Keira. “Per oggi intervisterò loro. Ho abbastanza materiale per descrivere il festival e l’Irlanda in generale, sono gli intervistati che mi mancano.”

Shane sembrò illuminarsi all’improvviso, capendo che era seria, che stava succedendo davvero.

“Okay. Fantastico! Li chiamo subito e gli dico che stiamo arrivando.”

Keira sorrise mentre lui si alzava dal tavolo e usciva per telefonare. L’unico problema con quel piano era che la sua missione era di smontare il mito dell’amore e del romanticismo. Ma qualcosa aveva iniziato a cambiare dentro di lei. I suo muri stavano iniziando a crollare. Si stava addolcendo nei confronti dell’Irlanda, della gente, del romanticismo che la pervadeva. Specialmente ora che Zach l’aveva lasciata.

Allora le venne in mente un’idea. Elliot voleva che l’articolo fosse in prima persona, narrativo, ma se avesse preso una nuova direzione, quella della cinica newyorkese che viene lasciata nel bel mezzo del festival dell’amore? E se avesse messo la sua vita personale, piuttosto che le sue opinioni, al centro dell’articolo?

Proprio allora Shane riapparve alla porta. “Sei pronta? La mia famiglia è molto felice di conoscerti.”

“Davvero?” chiese lei, alzandosi e afferrando la borsetta.

Andò alla porta e lo seguì fuori.

“Sono sempre felici quando c’è un’altra donna in casa,” disse lui al di sopra di una spalla mentre tornavano all’auto.

“Che cosa intendi dire con un’altra donna?” chiese, curiosa.

Shane sorrise. “Oh, lo scoprirai presto.”

CAPITOLO NOVE

Il viaggio fino alla città natale di Shane li portò più a fondo nel cuore dell’Irlanda. A Keira sembrò di tornare indietro nel tempo, o come se stesse attraversando un tunnel per arrivare in un altro universo in cui l’erba era di un verde più acceso e l’aria più ricca di ossigeno.

“Questo è il mio paese,” disse Shane, voltando in una stradina sempre più stretta.

Keira si guardò intorno, strizzando gli occhi per la confusione. “Ma qui non c’è niente.”

“Certo che c’è,” rise Shane. Indicò una cassetta delle lettere circondata da siepi, rimaste selvatiche per così tanti anni che sembravano sul punto di inghiottirla. “Ecco l’ufficio postale.”

Keira rise. Shane indicò ancora avanti verso una piccola struttura di legno che sembrava essere stata una fermata dell’autobus, ma che non doveva essere in uso da anni.

“Il nightclub locale,” aggiunse. “Dove i giovani si incontrano per bere, ballare e pomiciare. O almeno lo farebbero, se ce ne fosse più di uno.”

Keira non riuscì a trattenere una risatina. Shane era un’eccellente compagnia e la sua arguzia era una boccata d’aria fresca, specialmente in confronto alla serietà di Zach. Si sgridò: non avrebbe dovuto paragonare la sua guida turistica all’ex fidanzato.

“Che cos’altro c’è da vedere in questa frenetica città?” chiese.

“Sono felice che tu l’abbia chiesto,” scherzò Shane. “In quel campo laggiù abbiamo l’asino Doris. È più vecchia di me, che tu ci creda o no. Una celebrità locale. E qui alla tua destra c’è un vero e proprio negozio di alcolici.”

“Quindi l’unico negozio nel tuo paese che vende solo sigarette e alcol?”

“Esatto,” confermò lui.

Rallentò l’auto e Keira vide cosa stava indicando. Dalla stradina stretta in cui erano svoltarono in quella che poteva essere descritta solamente come una sterrata. L’auto sobbalzò sulla superficie accidentata.

“Uhm, solo per essere sicura, non mi stai portando nel bel mezzo del nulla per uccidermi, vero?” disse Keira, per la prima volta un po’ a disagio.

Shane scoppiò a ridere. “Certo che no. Non con Doris qui come testimone!”

Proprio allora le siepi che crescevano su entrambi i lati della sterrata si fecero meno fitte. Keira notò che i campi tutto intorno erano pieni di animali e fienili, mangiatoie, trattori e aratri.

“Aspetta,” disse lei, corrugando le sopracciglia. “Non è che vivi in una fattoria, vero?”

“Già,” rispose Shane, apparentemente emozionato dalla vicinanza con casa sua.

Keira trovò contagiosa la sua eccitazione e divenne ugualmente curiosa di vedere dove viveva e di incontrare la sua famiglia.

“Non te l’aspettavi?” chiese lui.

“Immagino che avrei dovuto,” rise Keira, studiando i campi pieni di mucche, pecore e maiali. “È solo che non trasmetti vibrazioni particolarmente campagnole.”

“No?” ridacchiò lui. “Beh, ancora non mi hai visto tosare una pecora.”

Keira sollevò divertita un sopracciglio. “E non vedo l’ora di farlo!”

Superarono una fila di fienili e silos, e si fermarono davanti a un grande casolare di pietra. Sembrava antico, come se avesse avuto centinaia d’anni, era leggermente sbilenco e le finestre erano incurvate dagli elementi. La pietra era la stessa che aveva visto ovunque, grigia scura, rendendo l’edificio tutt’uno con il paesaggio circostante.

Mentre Shane rallentava l’auto fino a fermarsi, diverse giovani donne emersero di corsa dalla porta d’ingresso e iniziarono a saltare su e giù, salutando, festeggiando e applaudendo.

“Uhm…” iniziò Keira, piuttosto confusa da quel comitato di benvenuto. “Hai un fan club?”

“Già,” disse Shane, sorridendo. “Sono le mie sorelle.”

Lei sgranò gli occhi per la sorpresa. “Tutte quante?”

“Tutte e sei,” confermò Shane.

Così divenne chiaro che cosa aveva voluto dire a proposito di altre donne in casa.

Spense il motore e aprì la portiera, uscendo in fretta. Le donne gli saltarono addosso, coprendolo di baci, spintonandosi per poterlo abbracciare. Shane rise allegramente, allontanandole e giocando con loro come ci si sarebbe aspettato tra fratelli. Keira non riusciva a immaginare di essere tanto amata, o di avere tante persone così felici di vederla.

Alla fine, Shane emerse dalla presa delle sorelle. “Keira, queste sono le mie sorelline. Te le presento in ordine di età, ma non preoccuparti di ricordare tutti i loro nomi, tendono a fondersi in un’unica.”

Sogghignò e una delle sorelle lo colpì sul petto.

“Bada a quel che dici, Shane,” lo sfidò.

Shane fece un cenno verso la donna che lo aveva colpito. “Neala, la mia prima sorella, la mia complice.”

Neala strinse la mano di Keira. “Sono più giovane di Shane ma tutti pensano che sia la maggiore perché, a differenza di mio fratello, ho un briciolo di maturità.”

Tutti risero. Shane indicò le altre donne attorno a sé. “Mary, Siobhan, Aisling, Elaine.” Poi strinse le braccia attorno alla ragazza più minuta. “E la piccola della famiglia, Hannah.”

Keira pensò che Hannah dovesse avere circa sedici anni. Aveva un volto fresco che mostrava ancora una certa rotondità infantile. I suoi capelli erano di un bellissimo biondo dorato, lunghi e he ricadevano sulla sua schiena in onde. Tutte le sorelle erano attraenti, ma Hannah era incredibilmente bella.

“Siete tantissime,” rise Keira.

“Come è giusto che sia,” rispose Neala, “in una brava famiglia cattolica.” Si fece il segno della croce. Tutte le altre scoppiarono in risatine.

Keira vide chiaramente che quella famiglia si amava molto. E tutte ammiravano il loro fratellone, che con la sua altezza svettava su di loro e si stagliava come una figura da imitare. Gli brillavano praticamente gli occhi per il rispetto.

A quel punto un uomo e una donna più anziani uscirono dalla porta del casolare: i genitori di Shane. Keira lo vide nei tratti di entrambi, negli occhi del padre, nei colori della madre. Era un’unione perfetta di due persone.

I loro occhi si accesero alla vista del loro figlio maggiore e unico maschio. A Keira si strinse il cuore per l’amore che trasmettevano per lui. Anche se voleva molto bene a sua sorella e a sua madre, suo padre non era altro che un’ombra del passato, che ricordava a malapena. Si chiese quanto sarebbe stata diversa se fosse cresciuta in un’ambiente simile, circondata da così tanto amore. Le sue opinioni sugli affetti sarebbero state diverse? Sarebbe stata una romantica come Shane?

Il padre di Shane le si avvicinò, con la mano tesa e un sorriso di benvenuto sul volto.

“Sono Calum,” disse. “Tu devi essere la giovane donna con cui sta lavorando Shane in questo momento.”

Keira arrossì. “Oh, lavorare è una parola un po’ forte. Mi fa da guida mentre cerco di scrivere un articolo sul festival di Lisdoonvarna.”

“Keira è una giornalista,” spiegò Shane.

Lei scosse la testa, sentendosi un po’ in imbarazzo. “Non è così sofisticato come sembra.”

“Beh, per un contadino del centro di County Clare è piuttosto notevole,” disse Calum.

Il gruppo delle ragazze ridacchiò.

“Andiamo, vieni pure dentro,” la accolse la madre di Shane, sospingendola con un braccio amichevole. Parlava in fretta, con un accento pesante e cantilenante. “Neala, tesoro, metti su la teiera? Keira vorrà di certo un po’ di tè.”

“Oh, non si disturbi,” disse lei.

Shane le parlò dall’angolo della bocca. “Lascia che ti faccia un tè. Sennò non la finirà più.”

Keira allora annuì. “Okay, il tè mi sembra perfetto.”

La madre di Shane la prese per un braccio e la guidò dentro la casa. “A proposito, io mi chiamo Eve. Shane mi ha detto tutto di te.”

“Davvero?”

“Oh, sì. Ha detto di essere stato molto sorpreso che la rivista avesse mandato una donna. Si aspettava un Joshua!”

“Ah, sì,” commentò Keira. “Joshua si è rotto una gamba scivolando su un caffè macchiato.”

Tutti esplosero in una fragorosa risata. Il suono fu gioiosamente travolgente per Keira. La gente di solito non la trovata tanto divertente e le diede una sensazione di sicurezza. Si sentiva già così a suo agio che non voleva più andarsene quando fosse arrivato il momento.

Eve guidò Keira attraverso stretti corridoi dai soffitti bassi, oltre scale di legno e porte tanto piccole che Shane dovette chinarsi per passare.

“La sua casa è bellissima, signora Lawder,” disse Keira.

“Grazie, cara,” rispose Eve, dandole delle pacche sul braccio. “Calum è cresciuto qui, non vero, amore?”

Calum annuì per confermare. “Eve viveva in una casa giù, lungo la strada. Ci siamo incontrati in chiesa quando avevamo tre anni. Anche allora sapevo che un giorno l’avrei sposata.”

“Papà,” si lamentò Shane. “Potresti almeno far sedere Keira prima di cominciare con la storia della tua vita?”

Entrarono in cucina, che era il tipo di ambiente tradizionale da vecchio casolare di campagna che Keira aveva visto in alcune serie storiche in televisione, con ripiani di lavoro in legno, piastrelle scheggiate color rosso mattone sul pavimento, travi sul soffitto a vista (con una gamma di pentole di rame appese a ganci che erano stati scavati nel legno), e un’accozzaglia disordinata di piante ed erbe coltivate in teiere e tazze rotte sul davanzale. Era tanto bella che Keira rimase senza fiato.

Neala, la sorella maggiore, si diresse verso il bollitore per fare il tè come le era stato chiesto. La sorella minore, Hannah, tirò fuori come per magia una torta da una credenza, e iniziò a tagliarla a fette.

“Vuoi un po’ di torta, vero, Keira?” chiese.

“Per me no,” rispose educatamente lei.

Eve le strinse il braccio. “Non starai facendo la dieta, vero? Una ragazza come te dovrebbe mangiare una fetta di torta ogni giorno. Ti tiene i fianchi rotondi.”

A Keira sfuggì un’incontrollabile risatina.

“Ma!” gridò Shane, con aria imbarazzata.

Tutti si sedettero al tavolo. Neala portò una teiera su un ammaccato vassoio d’argento con dieci tazzine di porcellana spaiate su cui appariva l’immagine di animali o un design floreale. Sembravano il risultato di una collezione durata decenni.

“In qualità di nostra ospite d’onore, Keira, puoi avere la speciale tazza del cigno,” annunciò Neala.

A Keira non fu chiaro perché a quella frase risero tutti e diede per scontato che fosse una battuta di famiglia che non capiva. Desiderò con forza poter far parte di una simile unità. Non aveva mai compreso quanto si era persa fino a quel momento in cui lo vedeva con i suoi occhi. In confronto alla sua vita, era completamente differente. Anche in confronto a quella di Zach. Era un bel cambiamento dalla faccia arrogante di Ruth e dal suo importantissimo matrimonio.

Ciò che era ancora più clamoroso era che sembrava piacere a tutti. La famiglia appariva molto colpita dalla sua carriera, dai suoi successi, e ammirati dal fatto che venisse da New York. Le fecero mille domande, specialmente Hannah, che tra tutte le sorelle sembrava la più conquistata dello stile di vita di Keira.

“Voglio fare la modella,” spiegò la ragazza.

Eve accarezzò i lunghi capelli biondi della figlia più giovane. “Preferiremmo che rimanesse in Irlanda ma è decisa a trasferirsi all’estero, in futuro.”

Hannah sembrò illuminarsi all’improvviso. “Keira potrebbe accompagnarmi!”

La scrittrice sgranò gli occhi per la sorpresa. Aveva solo preso una tazza di tè con una fetta di torta e sembrava che l’avessero già accolta in famiglia.

“Hannah, dai,” disse Shane, roteando gli occhi. “Potresti non saltare addosso a questa povera donna? La metti in imbarazzo!”

Hannah si esibì in una finta espressione offesa. “A Keira non dispiace, vero?”

E con sua sorpresa lei si accorse che Hannah aveva ragione. Non le dava fastidio essere inclusa da quella gente tanto gioiosa e felice, e di certo non le dispiaceva sentirsi tanto rispettata e accudita. Non riusciva a ricordare l’ultima volta che si era sentita tanto interessante, o quando le guance le avevano fatto male per i troppi sorrisi. Il pensiero della brillante e vivace Hannah sotto la sua ala a New York era un’idea che si ritrovò ad apprezzare. Voleva fare parte di quella famiglia. Non voleva andarsene mai più.

Si era innamorata di quel posto, di quella sensazione. Forse esisteva davvero l’amore a prima vista.

A quel punto Eve si tese dall’altra parte del tavolo e prese le mani di Shane tra le proprie.

“Devo farti una domanda molto importante,” disse.

Shane apparve subito pallido e spaventato, come se si stesse preparando per qualcosa di tremendo.

Il volto di Eve si aprì in un ampio sorriso. “Che cosa hai fatto ai capelli?”

Tutti scoppiarono a ridere.

“Sono felice che sia stata tu a dirlo!” esclamò Mary. “Sembri uno spaventapasseri, fratellone.”

“Stavo pensando la stessa cosa,” disse Neala. “Andiamo, fatti dare una sistemata.”

Lo afferrò e lo strattonò per farlo alzare. Shane assunse un’accesa sfumatura rossa.

Eve fece un verso di disapprovazione e scosse la testa verso Keira. “È terribile. Troppo abituato ad avere una donna che lo tenga in riga. Se non una madre, una sorella, e se non una sorella allora deve essere una moglie.” Rise.

Anche Keira rise, e aspettò con trepidazione il suo ritorno.

*

Mentre Shane era via a farsi fare bello, Keira colse l’opportunità per parlare con Eve e Calum della loro storia d’amore. Tirò fuori il taccuino e la penna.

“Quindi vi siete incontrati che avevate tre anni, giusto?” iniziò.

Calum annuì. “Amore a prima vita, per lo meno per me.”

“E tu cosa dici, Eve?” domandò Keira.

“Santo Cielo, no. Pensavo che tutti i maschi attaccassero i germi,” rispose la donna con una risatina. “E ho continuato a pensarlo fino a quando non ho compiuto quindici anni.”

“E a quindici anni cosa è successo?” chiese Keira.

“Sono stata baciata da un ragazzo,” rispose. Si tese e toccò la mano di Calum. “Questo ragazzo!”

Keira prese appunti sulla loro storia, che trovò assolutamente deliziosa. “Quindi siete sempre stati insieme? Non avete mai avuto occhi per nessun altro?”

Entrambi annuirono. Una volta aveva trovato sospette quelle storie, ma stava iniziando ad accettare che erano vere, che certe coppie non mentivano sul loro amore né fingevano che i loro matrimoni fossero più felici di altri.

Keira prese un sorso del suo tè appena fatto. “Quindi, quale è il vostro segreto? Come avete fatto a farlo durare tanto a lungo?”

Fu Calum a parlare. “Aiuta il fatto che abbiamo molte cose in comune. La nostra fede, per esempio. Entrambi abbiamo molti fratelli quindi abbiamo sempre saputo che volevamo avere tutti i figli che Dio ci avrebbe mandato.”

Eve intervenne. “E siamo stati entrambi cresciuti a carne e patate, quindi non abbiamo mai discusso su cosa mangiare per cena!”

Keira rise. Li trovava rinfrescanti. Era gente pratica, piena di senso dell’umorismo e allegria.

“Ma nessuno dei due ha mai voluto vedere di più del mondo? Magari provando a vivere in una città per un po’?”

Calum scosse la testa. “Quando siamo cresciuti non era una cosa prevista, quindi non ci è mai venuto in mente. Le vacanze all’estero erano per i ricchi. Per noi c’era la gita annuale al campeggio di Kerry! Se eravamo fortunati.”

Keira scrisse la loro storia e rifletté sulle loro parole. Era stato più facile in passato trovare l’amore vero, senza tutte le influenze culturali e le opportunità tentatrici che aveva la gente negli ultimi anni? Era quello il compromesso che aveva accettato la sua generazione, in cambio di un mondo più accessibile grazie alla tecnologia? Eve e Calum non avevano mai dovuto discutere di quanti bambini avrebbero voluto, men che meno se ne volevano! Non avevano mai dovuto scegliere se sradicare o meno la famiglia per un’opportunità di lavoro lontana da casa. Per volti versi il loro percorso era già stata deciso. Seguendo quel percorso, l’amore vero era quasi inevitabile.

Keira era alla sua terza tazza di tè quando udì il suono di passi che scendevano pesantemente le scale, a indicare che la seduta di bellezza di Shane era conclusa. Mise via il taccuino e si girò sulla sedia, guardando sopra la spalla verso la porta della cucina. Eve alzò lo sguardo dalla sua tazza di tè.

“Oh, santo Cielo!” esclamò quando Shane emerse dal corridoio in ombra per entrare nella stanza.

Keira sgranò gli occhi e trattenne un sussulto. Senza i peli incolti sul mente, la mascella forte e scolpita era in bella mostra. Dopo gli occhi era probabilmente la sua caratteristica più attraente e Keira si chiese perché l’avesse nascosta sotto una barba. I capelli erano stati tagliati corti, quasi allo scalpo. O le sorelle avevano un gran talento come parrucchiere o Shane aveva il tipo di faccia che poteva portar bene ogni stile.

Keira sentì uno sfarfallio dentro di sé. La allarmò tanto che dovette distogliere lo sguardo da Shane.

“Non è bellissimo?” esclamò Eve, sgomitandola al tavolo. “Dagli un’occhiata!”

Keira alzò timidamente lo sguardo e sorrise. “Sta bene.”

“Che vuole dire, bene?” gridò Eve con un entusiasmo incontenibile. “Sembra un attore del cinema!” Saltò su dalla sedia e corse verso Shane, per baciarlo su entrambe le guance.

Le sorelle si affollarono dietro di lui, ridendo con aria molo compiaciuta.

“Che cosa ne pensi, Keira?” domandò Neala. “Qualcuno si innamorerà di lui in un batter d’occhio con il suo nuovo taglio di capelli.”

Shane divenne tutto rosso in faccia. Keira si sentì subito a disagio, capendo che Neala aveva ragione. Lo Shane sbarbato era ancora più bello dello Shane trasandato. Le donne avrebbero fatto la fila per uscire con lui, al suo ritorno a Lisdoonvarna.

Shane fece un lungo passo in avanti e Keira si accorse che una delle sorelle lo aveva spintonato verso di lei.

“Shane, non mostri la fattoria a Keira?” chiese una ragazza, con tono urgente.

Shane si grattò nervosamente dietro il collo. “Beh, non so se Keira è interessata,” disse, all’improvviso timido.

“Certo che sì,” disse la stessa sorella. “Non è vero, Keira?”

“Certo,” rispose lei. “Mi sembra carina.”

“Va bene,” accettò un po’ rigido Shane. “Perché non andiamo ora?”

Fece cenno a Keira di andare per prima in corridoio e la seguì. Mentre si allontanavano, sentì i rumorosi bisbigli delle sue sorelle.

“Mi dispiace che siano tanto scatenate,” disse Shane.

“Non esserlo,” rispose Keira. “Mi sono piaciute moltissimo. Non mi sono mai sentita tanto benvenuta.”

Shane sorrise timidamente. “L’ospitalità è certo uno dei loro punti forti. Quante tazze di tè sei stata costretta a ingollare mentre le mie sorelle mi tagliavano i capelli?”

“Solo tre,” confessò Keira.

Shane rise. “Grazie per la deviazione, e per averci fatto passare di qui,” disse. “Non mi ero reso conto di quanto mi mancasse casa.”

“Nessun problema,” rispose Keira, certa che i benefici fossero stati maggiori per lei.

Si incamminarono per il sentiero, superando campi di mais e grano, barbabietole da zucchero e lattuga.

“La vostra fattoria è incredibile,” commentò Keira. “Non riesco a credere che tu sia cresciuto in un posto come questo.”

“Un po’ diverso da New York, eh?” la stuzzicò Shane.

Era la prima volta in tutta la giornata che la prendeva in giro, e Keira si accorse che aveva mantenuto ai minimi le provocazioni. Si chiese se fosse in segno di rispetto per il suo cuore ferito. Non ne era certa ma di sicuro aveva apprezzato la pausa dalla raffica costante di battutacce!

“Di qua, seguimi,” disse Shane, afferrandola all’improvviso per mano.

Keira non aveva alcuna intenzione di lasciarlo andare. In effetti la mano sulla sua era piacevole, come se quella fosse la posizione a cui erano destinate. Quella di Shane era grande, ruvida e calda, e la sua liscia e delicata. Una dentro l’altra erano perfette.

La attirò gentilmente dietro di sé, improvvisamente carico di energia. Lei lo seguì, saltellando per stargli dietro, fino a quando non si misero entrambi a correre nei campi. Il vento soffiava tra i capelli di Keira e le guance le pizzicavano per il freddo. Non si era mai sentita tanto sveglia e viva.

Shane la condusse fino a piccolo ruscello sotto a un salice piangente. Erano circondati da foglie, che creavano un’ambiente simile a una tenda. Lui si sedette, facendola accomodare accanto a sé.

“È un punto perfetto per guardare l’alba,” spiegò Shane.

Solo allora Keira si accorse di quanto si fosse fatto buio. Era passato un intero giorno e lei non se ne era accorta. Era stata tanto presa dall’eccitazione e dal divertimento che le ore erano svanite.

Controllò il telefono e vide che c’erano diverse chiamate perse di Bryn. La sorella le aveva anche mandato numerose foto di uomini attraenti per tirarla su di morale. Scoppiò a ridere, quasi stupefatta di scoprire che dopo tutto non le era servita lei per rallegrarla, che la compagnia di una bella famiglia irlandese e le loro copiose quantità di tè erano riuscite a tirarla fuori dalla sua depressione.

Attraverso le foglie del salice guardò il cielo che diventava viola e rosa. Era davvero magnifico.

“I miei genitori ti hanno dato del buon materiale per il tuo articolo?” chiese Shane, distraendola dai suoi sogni a occhi aperti.

Prima che Keira riuscisse a rispondere, sentì il telefono vibrarle in tasca. Lo guardò e vide che le era arrivata una mail da Joshua. Il cuore le sprofondò subito nel petto.

Lesse immediatamente il messaggio.

Nina mi ha detto che vuoi cambiare rotta all’articolo, che vuoi incentrarlo sulla rottura con il tuo fidanzato. Secondo me è un’idea stupida. Mi ha mostrato quello che hai scritto finora e anche se è pochissimo è meglio di questa tua proposta. A nessuno interessano i tuoi problemi. È questo che hai fatto lì in tutto questo tempo, ti stai piangendo addosso perché il ragazzo ti ha lasciata? Voglio una nuova bozza nella mia posta in arrivo per domani mattina!

Keira avrebbe voluto scrivergli e dirgli chiaro e semplice che aveva ricevuto un incarico impossibile, ma mandò giù le sue frustrazioni e si rinfilò il telefono in tasca.

L’email aveva mandato in pezzi la sua felicità. Come poteva distruggere quel posto? Era impossibile trasformare la storia d’amore di Eve e Calum in una stupidaggine melensa. Non sarebbe riuscita a parlare male di un festival che aveva riunito così tante persone sole e disperate, dando loro una seconda possibilità di trovare l’amore che gli era stato portato via.

Ma non aveva scelta. Doveva scrivere l’articolo perfido che aveva promesso a Elliot e Joshua. Quello verso cui Nina la stava spingendo. Era una prospettiva che le fece odiare se stessa.

“Non so se la loro storia finirà nella bozza finale,” borbottò.

“Perché no?” volle sapere Shane. “È fantastica, roba da film di Hollywood.”

Keira si agitò a disagio, da una parte desiderando rivelare a Shane il vero tono del suo articolo, ma sapendo dall’altra che farlo avrebbe distrutto la fiducia che aveva in lei.

“Beh, la prossima volta che mando un copione a Hollywood ci penserò,” disse, cercando di fare del suo meglio per nascondere il disagio con una battuta.

Shane rise e lasciò perdere l’argomento. Girò il volto, guardando le foglie del salice al tramonto. Lei lo studiò, ammirando i lineamenti che il taglio della barba aveva rivelato, e sentendosi all’improvviso come se lo stesse ingannando, come un infido serpente.

CAPITOLO DIECI

“Sei sicuro che dovete tornare indietro stanotte?” chiese Eve, stringendo le mani di Shane. “È così buio ormai.”

Shane annuì. “Andrà tutto bene, ma. Non ti preoccupare.”

Aprì la portiera del guidatore ma non riuscì a entrare perché le sue sorelle gli saltarono addosso da dietro.

“Rimani!” gridarono.

“Vogliamo fare un pigiama party con Keira,” si lamentò Hannah.

Keira avrebbe voluto rimanere con tutto il cuore, anche per il resto della vita se doveva essere sincera con se stessa, ma la sua ansia per l’articolo stava iniziando a farsi sentire, in parte per colpa della mail di Joshua. Solo che la pressione era ancora peggiore, perché in aggiunta doveva lottare contro una sensazione di disprezzo per se stessa.

“Mi dispiace,” disse Shane alla sorella minore. “Ma vi riporterò Keira un altro giorno, okay? In fondo rimarrà qui per tutto il mese.”

“Davvero, Keira?” strillò Hannah, più eccitata che mai. “Tornerai il fine settimana prossimo?”

“Non ne sono sicura,” disse Keira. “Potrò venire se sarò a buon punto con il lavoro. Per ora sono un po’ indietro.” Dirlo ad alta voce lo rese ancora più vero, e le si strinse lo stomaco.

“Non tutti passano le loro giornate a saltellare nei campi in fiore, sorellina.” Shane lo puntualizzò ad Hannah con tono sarcastico. “Qualcuno deve lavorare.”

La sua sorellina si imbronciò. Shane la attirò in un abbraccio. “Vedrò se riesco a convincerla a fare un altro viaggio.”

Il pensiero di perdersi un’altra visita a quella famiglia intristì Keira. Avrebbe voluto conoscerli in circostanze del tutto diverse, magari come viaggiatrice o come una nomade errante, e allora avrebbe potuto rimanere nella loro bella fattoria senza alcun senso di colpa per tutto il tempo che voleva. Invece in quella situazione provava uno schiacciante rimorso per l’articolo che avrebbe dovuto scrivere. Come poteva insultare quel magnifico luogo che aveva creato degli essere umani tanto adorabili come Shane e la sua famiglia? E quanto sarebbero stati delusi quando avessero letto le sue parole stampate, che li insultavano per essere gente semplice? Le venne la nausea per l’ansia.

Alla fine riuscirono a rientrare in auto e Shane salutò la sua famiglia per l’ultima volta. Uscì in retro dal loro vialetto e si girò nella stretta sterrata. Non c’erano lampioni e Keira trovò l’oscurità soffocante. Anche quando Shane rimboccò la strada principale, che almeno era asfaltata, si sentì stretta dalla notta.

“Stai bene?” domandò Shane.

Keira annuì.

“Sei arrabbiata perché ti ho tenuto lontana dal tuo articolo troppo a lungo?” disse lui. “Non saremo di ritorno prima di mezzanotte.”

“Non è quello,” rispose Keira.

Shane tacque e spostò la sua attenzione fuori dal parabrezza.

“È per Zach?” chiese dopo un lungo momento.

Il baratro che Keira sentiva al posto dello stomaco si fece ancora più profondo. Non aveva più pensato a Zach per tutto il pomeriggio. Si era lasciata avvolgere dalla magia della famiglia di Shane, ma sembrava che la realtà stesse furiosamente avendo la meglio.

“È per il lavoro,” rispose sbrigativa.

“Il blocco dello scrittore?”

“Qualcosa del genere.”

Shane si arrese e smise di provare a farla parlare. Lei sprofondò nel sedile, appoggiando il mento su un pugno e guardando le siepi che sfrecciavano al loro fianco fuori dal finestrino. Aveva la sensazione di aver rovinato tutto, la sua scrittura e le cosa con Shane. Che casino che era.

“Sono sicuro che stanotte troverai qualcuno con cui parlare,” disse speranzoso Shane. “Magari la gara dei cavalli ti darà l’ispirazione che ti serve.”

“Gara di cavalli?” chiese Keira.

Shane la guardò e ghignò, tornando apparentemente impudente come al solito. “Non ne hai sentito parlare? È da matti. E molto divertente. La organizza il sensale. Forma delle coppie e le fa correre su un carro trainato da cavalli.”

“Come dei gladiatori?”

“Certo, solo che è lentissimo. È davvero spassoso. Ti piacerà.”

Keira pensò che probabilmente sarebbe stato così, proprio come sembrava piacerle qualsiasi altra cosa in quel paese. Ed era quello il problema.

*

Quando riuscirono a tornare al festival, in effetti era molto tardi. Parcheggiarono e si immersero tra la folla.

Una band suonava musica country mentre Shane guidava Keira fino a una delle bancarelle. Sopra vi erano appoggiate due piñatas a forma di trifoglio, una rosa e una blu.

“Un bel mix di culture,” commentò Keira. “Che cosa è? Una specie di gara pre-maman?”

“Si paga un euro per mettere il proprio nome dentro la piñatas e alla fine del festival un uomo e una donna vincono un premio,” spiegò Shane.

“Un viaggio romantico per due,” annunciò la donna alla bancarella.

Keira roteò gli occhi. “Sono a posto così, grazie.”

Shane estrasse qualche euro da una delle tasche e pagò per due pezzi di carta, scrivendo il proprio nome su uno e quello di Keira sull’altro.

“Buona fortuna!” disse la donna dietro la bancarella quando lui li infilò dentro le piñatas.

Keira sbuffò e scosse la testa. “Che spreco di denaro,” commentò a Shane.

Lui si limitò a scrollare la testa. “Devi partecipare per vincere.”

Lei lo guardò accigliata. “Chi vorrebbe andare in vacanza con uno sconosciuto?” disse sarcastica.

Se lo sentiva nella voce. La pressione diventava sempre più forte e stava iniziando a esplodere sotto forma di irritazione. Il povero Shane era solo sulla traiettoria del suo malumore.

Seguirono una folla di persone fino a un lato della strada dove era stata eretta una barricata. Sull’altro lato aspettavano diversi cavalli con dei carretti attaccati alle loro spalle, il tipo su cui la gente poteva salire in piedi. C’era uno striscione appeso al centro della strada.

“Sembra che inizi tra poco,” disse Shane. “Vuoi partecipare?”

“Io e te?” esclamò Keira. “Assolutamente no. Devo fare delle altre interviste. Come ieri. Quel bastardo del mio capo mi sta con il fiato sul collo.”

“Potrei aiutarti io,” disse Shane. “Ti cerco delle persone?”

Keira scosse la testa. Shane non aveva idea di che tipo di gente le serviva per le interviste. Probabilmente avrebbe scelto la coppietta più carina e innamorata, senza rendersi conto che ciò che voleva lei erano due persone malamente accoppiate in un rapporto tremendo.

Invece si frugò nella borsetta e tirò fuori qualche soldo. “Perché non vai tu?”

“Da solo?” disse Shane, sorpreso.

“Chiedi a una delle single di salire con te,” insistette Keira. “Non ti sarà difficile trovare una interessata con il tuo nuovo taglio di capelli.” Poi sottovoce aggiunse: “Trovati un’altra Tessa.”

Shane sembrò inorridito. “Non voglio farlo,” balbettò.

Keira si chiese che cosa avesse provocato quella reazione. Non volle permettersi di credere che potesse c’entrare lei. Ma anche così, il rifiuto di Shane le provocò una forte emozione. Di certo le cose era cambiate da quella prima serata con Tessa.

“Beh, scommetti per me, allora,” disse lei, tendendogli il denaro.

“Su chi?” chiese Shane perplesso, accettando i suoi soldi.

“Sul cavallo con il nome più sciocco,” disse. “Lo sentirò all’altoparlante.”

Prima che avesse il tempo per discutere, Keira si allontanò tra la folla, strappandosi da lui come un cerotto dalla pelle sensibile. L’abbandono scatenò un desiderio dentro di lei, che odiò e amò in egual misura.

Alla disperata ricerca di qualcuno che facesse al caso del suo articolo, Keira entrò nel pub più vicino. Ma all’interno trovò la stessa situazione che c’era fuori, altra felicità, altro romanticismo, altra gioia. Sapeva di non potersi fidare degli uomini soli al bancone del bar, dopo la sua esperienza con Patrick. Fino a quella sera l’intervista di Tessa era l’unica che calzava con il tema del suo pezzo.

Uscì alla ricerca di un’altra festa di addio al nubilato, di giovani donne sbronze che erano lì solo per spassarsela. Ma sembrava che il sensale avesse fatto fin troppo bene il suo lavoro. Ovunque guardasse vide solo coppie felici, uomini e donne che sembravano compresi nella reciproca compagnia.

All’altoparlante annunciarono che la corsa dei cavalli stava per iniziare. L’attenzione di tutti sembrò spostarsi su quella e Keira si rese conto in quel momento che l’unico posto dove avrebbe voluto essere era accanto a Shane, a guardare insieme a tutti gli altri. Nessuno avrebbe pensato che lavoravano solo insieme, sarebbero sembrati come tutte le altre coppie. Quel pensiero le riscaldò il cuore.

Si rinfilò tra la folla. Quando vide la sua nuca si precipitò verso di lui, poi gli si strinse contro.

“Sei stata veloce,” disse lui, abbassando lo sguardo per vedere chi lo stava spintonando.

Keira scosse la testa. “Non riesco a trovare nessuno per il mio articolo. Non so che cosa fare.”

“Non trovi nessuno?” la prese in giro Shane. “Sei circondata da coppie innamorate.”

Keira sospirò. Non poteva fargli sapere che il suo articolo avrebbe dovuto smontare quel posto. Odiava pensare quanto l’avrebbe ritenuta orribile se l’avesse scoperto. E oltretutto, avrebbe dovuto cambiare tattica. Non poteva completare l’articolo nel modo in cui volevano Joshua e Elliot.

“Beh, allora forse volevo vedere la gara più di quanto volessi lavorare,” disse lei. “Su chi abbiamo scommesso?”

“Ho deciso per quei due,” disse Shane, indicando un carretto su cui erano saliti un uomo e una donna anziani, che sembravano entrambi sull’ottantina. “Il loro anniversario è durante il festival, quindi vengono qui a festeggiare ogni volta che possono. Non è tenero?”

Keira scoppiò a ridere. Non si sorprendeva più di niente. Era circondata da storie d’amore fiabesche.

La gara iniziò e i cavalli presero a trotterellare lungo la strada. Non era il Grand National ma era decisamente divertente. Keira saltò su e giù, incoraggiandoli, applaudendo insieme a Shane. Non riusciva a togliersi il sorriso dal volto, nonostante l’ansia che provava per l’articolo e per tutta la sua carriera.

Il suo telefono vibrò, strappandola dalle sue fantasticherie e ricordandole, proprio quando stava tornando a suo agio, che aveva del lavoro da fare. Fortunatamente quella volta non era Joshua, ma un messaggio di Nina.

Scusa se Joshua ti mangerà viva per l’articolo, potrei essermi lasciata sfuggire che stavi avendo dei problemi con le direttive.

Keira le scrisse rapidamente che andava tutto bene, che non si sarebbe aspettata niente di diverso da Joshua, e che avrebbe trovato un modo per rendere l’articolo di suo gusto.

Non appena ebbe spedito la mail, ritornò allo stato di calma temporaneo che aveva trovato stando insieme a Shane. Che cosa c’era in quel posto che la cambiava tanto drasticamente? In nessun altro momento della sua vita la visione della corsa di cavalli più lenta del mondo l’avrebbe fatta ridere di cuore, né un costante rifornimento di tè e torta da parte di una calorosa famiglia cattolica l’avrebbe spinta a provare un simile affetto. Qualcosa nell’Irlanda la faceva sentire più genuina, meno cinica e presuntuosa, più viva ed entusiasta di quanto non fosse stata in anni.

La coppia anziana su cui Shane aveva scommesso non vinse. Invece ad arrivare prima fu un’attraente coppia di mezza età. William Barry arrivò per consegnare loro trofeo e corone, tutti gonfiabili.

Keira si chiese se quello potesse essere un buon approccio per il suo articolo, e decise di cogliere l’occasione di parlare con loro. Spintonò la folla fino ad arrivare davanti a tutti.

“Potrei intervistarvi?” chiese.

La donna la guardò leggermente perplessa. “Per cosa?”

Aveva un accento europeo, pensò Keira. Polacca, forse.

“Sono una scrittrice di viaggi per una rivista americana. Sto scrivendo un articolo sull’amore e sul romanticismo.”

“State attenti alla ragazza,” scherzò William. “È una cinica.”

La coppia si scambiò uno sguardo, poi scrollò le spalle per segnalare il proprio assenso. Keira li guidò verso un tavolo da picnic lì vicino.

“Quindi la domanda ovvia è da dove venite?” chiese Keira. “Capisco dall’accento che non siete del posto.”

La donna rise. “Vengo da Cracovia.”

“E sei venuta in Irlanda apposta per il festival?”

La donna annuì seriamente. “Per trovare un marito.”

Dritta al punto allora, pensò Keira. Prese rapidamente appunti. “Quindi siete stati accoppiati per la serata, nello specifico per la corsa dei cavalli?”

Lei annuì. “Sono al festival sin dall’inizio. William stava aspettando il compagno giusto per me. Ho dovuto essere paziente. Poi oggi è successo.”

L’uomo accanto a lei sorrise. Keira notò che si stavano tenendo per mano sotto il tavolo.

“Pensate che William abbia fatto la scelta giusta?” chiese Keira. “Siete felici del risultato?”

“Molto.” La donna fece un segno di assenso, con aria entusiasta.

L’uomo sembrò altrettanto compiaciuto. “Non sarei venuto se non lo avessi creduto in grado di fare un buon lavoro.”

“Quindi credete in tutto questo? Nelle romanticherie? Nell’amore?”

La donna annuì e lanciò uno sguardo affettuoso al suo nuovo fidanzato. Alle loro spalle, Keira notò la coppia anziana, quella su cui Shane aveva scommesso. Sembravano persi l’uno nell’altra, quasi incuranti del caos intorno a loro, mentre passeggiavano mano nella mano per la strada. Si chiese quante delle coppie che erano state riunite quell’anno sarebbero diventate un giorno come loro due. Prima di arrivare lì avrebbe detto che si trattava di meno dell’un percento. Ma ormai non ne era più certa. Magari un giorno lo sarebbe diventata anche la coppia seduta davanti a lei! Keira stava iniziando a pensare che tutto fosse possibile.

“Quando partirete?” chiese Keira.

“Questa notte,” rispose l’uomo. “Ora che ci siamo trovati non abbiamo più motivo di rimanere.”

“E poi cosa succede? Rimarrete in contatto?”

“La porto a casa con me,” replicò lui. “A Dublino.”

Keira rise, pensando che stesse scherzando. Ma quando guardò la donna capì dalla sua espressione che era assolutamente serio. Se avesse incontrato quella coppia all’inizio della sua visita si sarebbe fatta beffe di loro, li avrebbe giudicati illogici, irrazionali. Ma dopo tutti quelli con cui aveva parlato e ciò che aveva visto, si ritrovò a fare il tifo per loro, a desiderare che gli andasse tutto bene.

Chiuse di colpo il taccuino. Era inutile. Non avrebbe mai ottenuto il materiale che le serviva per l’articolo.

“Grazie, ragazzi,” disse alla coppia. “Vi auguro ogni fortuna.”

Ma entrambi sembravano già essersi dimenticati di lei, i loro occhi solo il compagno.

Keira ritornò al Bed & Breakfast. La deviazione a casa di Shane era stata una pessima idea. Aveva rubato molto tempo che avrebbe dovuto dedicare al festival, e non si era praticamente lasciata nessun margine per scrivere.

Il suo telefono iniziò a squillare e vide che Bryn la stava chiamando.

“Ehi, sorellina,” disse quando Keira rispose. “Mi dispiace così tanto per Zach.”

Le sembrava di essere stata lasciata una vita prima. Era davvero passato solo un giorno?

“Credo di averlo già superato,” disse Keira.

Bryn iniziò a sghignazzare. “Bene. Vuoi che vada all’appartamento a prendere un po’ delle tue cose?”

Keira non aveva ancora pensato che non era solo single, ma era anche senza casa. Quando fosse tornata a New York avrebbe dovuto cercare un nuovo posto dove vivere.

“Sarebbe fantastico se ci riuscissi,” disse Keira.

“Non sembri turbata quanto mi aspettavo,” disse Bryn sospettosa. “Sta succedendo qualcosa?”

Keira si lasciò cadere sul letto e sospirò. Non aveva senso nasconderglielo. “È Shane. Credo di essermi innamorata di lui.”

“Oh. Wow. Davvero?”

“Già.”

“Vuoi dire che vuoi andare a letto con lui, giusto?”

“No, voglio dire che voglio stare con lui. Essere la sua compagna. Abbiamo passato la giornata con la sua famiglia ed è stato così divertente. Mi sono innamorata del posto, di loro. Ha sei sorelle. Sei! E sono tutte fantastiche. Ma quella più giovane ha sedici anni. Si chiama Hannah. Credo che ci siamo davvero capite, sai. Abbiamo legato molto.”

Bryn rimase in silenzio. Poi: “Keira, lo conosci da meno di una settimana. E nel frattempo lui è già uscito con un’altra donna. Non puoi fidarti di quest’uomo.”

“Cosa?” scattò Keira. “Avrei pensato che tra tutti tu mi avresti incoraggiata.”

“Sì, ad avere una storia come rimpiazzo,” disse Bryn. “Non di passare da una storia fissa con un bastardo a un’altra. Non vivete nemmeno nello stesso continente. Non funzionerebbe mai.”

Keira sospirò, irritata.

“Non voglio essere sempre la portatrice di cattive notizie,” aggiunse. “Ma essendo tua sorella è il mio dovere puntualizzare queste cose. Ti piace Shane perché è un uomo sexy, irlandese, bravo a scalare le montagne e a suonare la fisarmonica. È materiale da storiella. Ecco tutto. Probabilmente è buono per un paio di salti a letto e niente di più. E mi dispiace se credi che lui voglia qualcosa di diverso da te, Keira, perché non è così. Lui conosce questo gioco. Lo hai detto tu stessa.”

Keira capì che Bryn aveva ragione. Si stava facendo trasportare. Conosceva uomini come Shane in America. Erano il tipo di persone con cui usciva Bryn. Era rimasta scottata moltissime volte pensando che un uomo fosse interessato a lei, quando invece era solo interessato a portarsela a letto. Anche Shane era un seduttore, lo aveva visto con i suoi occhi.

“Keira?” chiese Bryn.

“Scusa, è solo che… immagino che tu abbia ragione. Forse mi sembra tanto fantastico solo perché Zach è stato uno stronzo.”

“Vedi?” disse Bryn. “Flirta con lui, sorellina. Divertiti. Solo non credere che sia più di quello che è.”

Con il saggio consiglio della sorella che le riempiva la mente, Keira concluse la chiamata e si mise a lavoro sul pezzo. Cercò di imitare il tono sarcastico che aveva assunto con tanta facilità la sua prima notte lì, ma mentre leggeva la prima bozza non riuscì a riconciliare se stessa con la persona che era stata allora. Chiuse gli occhi e pensò a Zach, a quanto era arrabbiata con lui, e cercò di incanalare quelle emozioni nella sua scrittura, ma inutilmente.

Le arrivò una mail da Joshua, con una sola parola: Novità?

La pressione non la aiutava affatto. Si avvicinò alla finestra e cercò di origliare le conversazioni che stavano avendo luogo nelle strade al di sotto, provò a rievocare la sua irritazione durante le prime serate senza sonno, quando il rumore l’aveva tenuta sveglia. Ma era inutile. Anche l’orrenda carta da parati ormai le sembrava pittoresca. Le chiacchiere erano più un rilassante rumore bianco piuttosto che un’irritazione.

Chiuse gli occhi e subito il volto di Shane le apparve nella mente. Poi udì un rumore proveniente dalla finestra accanto a lei. Aprì gli occhi di scatto e guardò sulla destra giusto in tempo per vedere un sassolino che colpiva il vetro. Giù in strada, immerso nella luce della luna, c’era Shane.

Scioccata, Keira aprì la finestra.

“Sei scappata via senza salutare,” le gridò.

“Mi dispiace,” gridò a sua volta lei, acutamente consapevole della velocità del battito del suo cuore. Come poteva dirgli che le serviva spazio? Che stava facendo fatica ad allontanarsi da lui, ma aveva un disperato bisogno di concludere il lavoro?

“Beh, mi saluti adesso o scendi per la prossima corsa di cavalli?” urlò Shane.

Con la sua barba tagliata di fresco e i capelli in ordine, tutti i suoi magnifici lineamenti erano in bella vista. L’avvertimento di Bryn le risuonò nella mente, di non avvicinarsi, di divertirsi ma di non innamorarsi di lui.

Divertimento. Se lo meritava, no?

Keira saltò su dalla sedia. “Arrivo,” gridò alla finestra.

La richiuse in fretta, eccitata di riunirsi a Shane. Poi spense il portatile, cancellando la mail esigente di Joshua.

CAPITOLO UNDICI

Keira passò il resto della serata in preda a un piacevole stordimento. C’era qualcosa nella compagnia di Shane che la faceva sentire spensierata e rilassata. Era eccitante avere qualcuno con cui flirtare, sentire quei brividi di desiderio, anche se sapeva che come risultato il suo lavoro ne stava soffrendo.

Il giorno seguente Shane la portò al Campionato annuale di Barbecue Irlandese, un evento che si rivelò molto utile alla sua scrittura, dato che era pieno di uomini competitivi che cercavano di impressionare giovani donne grazie solamente alla loro abilità a infilarsi copiose quantità di carne in bocca.

Dopo alcune ore al Campionato di Barbecue, diventa impossibile distinguere gli uomini con le loro facce arrossate, le bocche unte e le pance rotonde dai maiali che stanno divorando. Se una donna tornasse a casa con le braccia strette attorno a un arrosto di maiale dichiarando il loro eterno amore, non credo che ne rimarrei sorpresa.

Quando Nina ricevette l’email con l’aggiornamento, insieme a certe fotografie che Keira aveva scattato a un gruppo di uomini paffuti e ubriachi che stringevano cosce di pollo grigliate, con un aspetto tra l’allegro e il minaccioso, ne fu deliziata.

Vai avanti su questa strada, Keira! E voglio anche vedere che cosa succederebbe se provassi a uscire con uno di loro. È il momento di sporcarsi le mani!

Il pensiero di un appuntamento con uno di quei balordi disgustò Keira. Quindi trovò la migliore alternativa possibile: l’Evento di Speed Dating di Lisdoonvarna! Non aveva mai fatto niente di simile allo speed dating. Il pensiero la inorridiva. E quello era speed dating su larghissima scala. Cinquanta partecipanti! Le servirono due bicchieri colmi di Sauvignon Blanc per farsi abbastanza coraggio e andare oltre alla semplice osservazione. Ma non appena si fu tuffata, scoprì che era una strada molto rapida per procurarsi informazioni utili. Nina aveva avuto ragione, sporcarsi le mani era un buon approccio.

Keira aveva tre minuti per parlare con ogni uomo, prima che una campanella squillasse per segnalare che dovevano passare a un altro partecipante. Verso la fine riuscì a ridurre la sua frase d’apertura a un semplice: “Sono una giornalista. Questo è un registrato, per te va bene?”

Si rivelarono ore estenuanti passate ad ascoltare uomini che blateravano delle loro varie carriere, speranze e sogni.

Ogni volto si confonde con il seguente. Sono sicura di aver già parlato con Craig, l’idraulico di Dublino. Ma no, Craig è quello seduto dall’altra parte della sala, probabilmente impegnato a ripetere la sua tiritera su quanto è bravo con le mani a una donna che sembra indifferente al suo fascino quanto lo sono stata io. Che significa che questo con cui sto parlato è un altro uomo. “Mi dispiace, non mi ricordo il tuo nome,” ammetto. Lui è Carl. Anche lui è un idraulico di Dublino. Ed è solo uno delle decine di idraulici che ho incontrato questa sera…

Nina reagì positivamente anche a quel pezzo. Bryn, d’altra parte, rispose con: Avresti dovuto provarci, sorellina. Scommetto che quel Craig era davvero bravo con le mani.

Quando l’evento di speed dating si concluse, Keira avrebbe dovuto partecipare a un ballo mentre gli organizzatori calcolavano gli incontri conclusi favorevolmente, ma quella parte la saltò. Non aveva voglia di ballare con nessun Craig o Carl, né con un idraulico, che vivesse a Dublino o altrove. Perché c’era qualcun altro con cui avrebbe voluto passare la serata, e non solo ballando. E anche se finse che il motivo per cui aveva deciso di non aspettare le offerte degli uomini era che aveva paura di non essere piaciuta a nessuno, in realtà era perché era interessata solo un’unica opinione.

*

Mentre guardava dall’altra parte del bancone verso Orin, Keira si domandò se fosse così che era avere un padre. Era la fine della seconda settimana della sua permanenza e stavano mangiando insieme la loro colazione a base di toast, uova e salsiccia; era diventata una specie di tradizione per entrambi. Dato che gli altri ospiti del Bed & Breakfast andavano e venivano, la costanza di Keira aveva permesso a una relazione familiare di sbocciare tra di loro. Il suo stesso padre se ne era andato quando era ancora troppo piccola per capire come fosse.

“Dove ve ne andate tu e Shane, oggi?” chiese Orin, appoggiando la tazza di caffè sul piattino.

Sentendo il suo nome, Keira fu pervasa da un calore. Tra di loro non era successo niente, non esternamente, comunque. Emotivamente le cose sembravano essere diventate più profonde. La loro connessione diventava più forte ogni volta che si vedevano. Ogni giorno si ritrovava ad attendere con ansia il momento del loro incontro, anticipando con entusiasmo le loro escursioni. Era come se ogni istante la allontanasse sempre di più da Zachary e la spingesse più vicina a Shane.

Keira controllò i suoi appunti. “Andiamo a Dingle,” disse. Poi alzò lo sguardo, aggiungendo: “A meno che non sia un nome inventato?” Non era mai certa di niente, quando si trattava di Shane.

Orin ridacchiò. “Esiste davvero un posto che si chiama Dingle. Magnifico, ti piacerà.”

Keira non avrebbe mai smesso di trovare buffi quei nomi. Si era riempita il telefono con le foto di nomi di strade e cartelli segnaletici di città, e le mandava indiscriminatamente a Nina e Bryn.

Proprio in quel momento sentì il telefono che vibrava e lo controllò, scoprendo che aveva ricevuto una mail da Joshua. Mugugnò tra sé e sé. I suo continui richiami stavano diventando insopportabili. A quell’ora non avrebbe nemmeno dovuto essere sveglio; erano le prime ore del mattino a New York! Probabilmente erano i ritmi folli di sonno-veglia causati dagli antidolorifici.

Keira, sei in Irlanda da due settimane e non mi hai praticamente mandato niente. Solo pochi paragrafi. Semplici frasi. Dove è la storia?!? Non mi interessa quanto sono buoni i tuoi schemini secondi Nina se non riesci a trasformarli in una storia avvincente. Se potessi licenziarti e prendere il tuo posto, finirei questo incarico in pochi giorni. Stai solo sfruttando il fatto che mi trovo nella posizione di farlo scrivere a te. Ma non dimenticarti che ci sono sempre incarichi futuri, Keira. Presto saremo di nuovo insieme in quella sala conferenze e farò tutto ciò che è in mio potere per farti cacciare via dal Viatorum. Non troverai mai più lavoro come scrittrice!

Keira mise via il telefono in fretta. Aveva iniziato ad abituarsi a quei messaggi ingiuriosi da parte sua, e il loro impatto era sempre meno pesante. Inoltre Joshua era molto meno spaventoso dall’altro capo del computer di quanto non lo fosse di persona. Non essere faccia a faccia con lui durante le sue sfuriate lo rendeva molto più facile da ignorare. Ma non sarebbe riuscita ad andare avanti così all’infinito. Ignorare il suo capo era una soluzione a breve termine al problema estremamente reale e a lungo termine di aver scritto molto poco di utile fino a quel momento. Aveva paura che un giorno avrebbe deciso di usare il telefono per insultarla. E poteva succedere da un momento all’altro…

“Dovrei riuscire a scrivere un po’ prima dell’arrivo di Shane,” disse a Orin.

Anche quello era diventato uno dei loro rituali. Facevano colazione e poi Keira tornava al piano di sopra per “scrivere un po’”, prima di uscire con Shane per un altro tour dell’Irlanda. Solo che ciò che faceva veramente dopo la colazione era sedersi nella sua camera a fissare lo schermo del portatile fino all’arrivo di Shane per quello che a tutti gli effetti era un appuntamento.

Orin annuì, premuroso come sempre. Keira salì in camera.

Si sedette accanto alla finestra, guardando la strada lastricata al di sotto e i residui della festa della sera precedente che ancora volteggiavano nel vento, con il portatile chiuso sulla scrivania al suo fianco. Per essere una donna lasciata da poco e a un soffio dal licenziamento era incredibilmente felice del modo in cui la sua vita stava andando in quel periodo.

Keira aprì il documento, quello che conteneva l’invettiva iniziale che aveva scritto, seguita da appunti e interviste inutilizzabili. C’era anche un lungo passaggio sul dolore della perdita di Zachary, anche se ormai quasi non si riconosceva più in quel brano. Le sensazioni che lo avevano causato erano già svanite. Per quanto detestava ammetterlo, Joshua aveva avuto ragione quando aveva rifiutato la sua idea di incorporare la fine della relazione nell’articolo.

E tuttavia pretendeva ugualmente che fosse un racconto personale. Che significava che Keira doveva fingere di detestare l’Irlanda, di credere ancora che il romanticismo era morto e l’amore era solo il relitto di secoli passati. Ma mentire non era tanto semplice. Con le dita sulla tastiera, non riusciva a farsi venire in mente una sola parola. Tutto ciò a cui pensava era la coppia che aveva vinto la corsa dei cavalli con il carretto, l’uomo divorziato al bar, i genitori di Shane e il loro infinito affetto. Passione. Amore. Era ovunque. E lei si stava lasciando conquistare.

Ciò che le serviva davvero era trovare qualcuno di solo attraverso il quale avrebbe potuto incanalare le sue parole. Fu così che trovò improvvisamente l’ispirazione. Abbandonato il portatile, corse giù per le scale alla ricerca di Orin. L’uomo stava leggendo il giornale al bancone del bar, davanti ai piatti vuoti della loro colazione.

“Sei stata veloce,” scherzò quando alzò lo sguardo e vide Keira che si avvicinava a grandi passi. “Non sei riuscita a concludere molto, quindi?”

Keira si sedette sullo sgabello di fronte a lui. “A dir la verità mi chiedevo se potessi domandarti quale è la tua storia.”

Orin si accigliò e spostò il giornale. “La mia storia? Che storia?”

“La tua storia amorosa,” spiegò Keira. “Lavori qui da solo. Niente moglie, giusto?”

“Quindi l’hai notato,” commentò Orin.

“Beh, come mai?” insistette lei. “Come è la tua storia? Voglio dire, tutti gli anni sei invaso dai partecipanti al Festival dell’Amore. Eppure non hai nessuno qui con te.”

L’espressione di Orin si fece triste all’improvviso; era chiaro che la sua mancanza di fortuna in amore era un problema per lui.

Keira sentì una scintilla di sollievo scoprendo che almeno qualcuno in quella città era sfortunato in amore. Forse aveva ancora l’opportunità di cambiare la sua situazione. Se si fosse messa nei panni di Orin, che era stato dimenticato dall’amore, forse sarebbe riuscita a catturare la voce che Joshua voleva da lei per l’articolo. Avrebbe potuto interpretare un personaggio. Almeno così sarebbe riuscita ad alleviare il senso di colpa che provava dovendo fare a pezzi quel posto.

“Non mi sono mai sposato,” disse tetro Orin. “Non ho mai trovato la ragazza giusta.”

Keira soppresse il suo sorriso, ma era segretamente felice di aver trovato finalmente del materiale.

“William non è mai riuscito a trovare la persona che faceva per te?” domandò.

Orin scosse il capo. “Ci ha provato, davvero. Ma io sono un uomo esigente, Keira. Ho incontrato delle brave ragazze mai poi c’era sempre qualcosa che rovinava tutto, qualcosa di stupido che iniziava a infastidirmi. Le lasciavo e poi tornavo da William e gli dicevo: ‘sì, ci siamo quasi, ma puoi accertarti che la prossima non si mangi le unghie?’. Allora William me ne trovava una che non si mangiava le unghie e io gli dicevo: ‘quasi perfetta, ma me ne puoi trovare una che non si tinga i capelli?’ E avanti così fino a ritrovarmi a sessant’anni da solo.”

Keira annuì, mantenendo la sua espressione tra il neutrale e il compassionevole. Scribacchiò la storia di Orin nel suo taccuino e cercò di trovare un modo di infilare il suo racconto in quello che doveva creare.

“Quindi il concetto del ‘Vero Amore’ per te non si è mai materializzato,” sottolineò lei. “Quando hai deciso che non sarebbe mai successo?”

Orin sembrò perplesso. “Non mi sono mica arreso.” Apparve persino offeso da quel suggerimento. “Ho ancora la speranza.” Poi la sua espressione si fece ancora più triste e aggiunse: “Pensi che sia sciocco da parte mia?”

Keira lo guardò, divisa tra il bisogno di essere ispirata dalle sue sventure e quello di consolare un amico. Sospirò e mise giù il taccuino. “Non è sciocco, non lo è per niente.”

“Non credi che forse l’amore non sia per tutti?” chiese Orin, con una luce speranzosa negli occhi. “Che forse non tutti possono essere felici?”

Keira scosse la testa e lo guardò comprensiva. “Io penso che William possa fare miracoli se solo gliene si dà l’occasione.” Si rese conto, mentre lo diceva, che lo credeva davvero. I successi del sensale erano ovunque. Ne aveva fatto un mestiere. E più importate ancora, aveva reso felici e soddisfatte centinaia di persone. “Penso che ci sia qualcuno per tutti,” aggiunse. “Magari a volte si tratta solo di aspettare il momento giusto di incontrarli.”

Proprio allora la porta si aprì e Shane entrò. Keira si raddrizzò di colpo, quasi sorpresa dalla sua apparizione in quel preciso istante. Sembrava un po’ troppo fortuito.

Indossava una maglietta bianca con sopra un orso disegnato come un cartone animato e dei jeans. Semplice, ma bellissimo. Keira non riuscì a impedirsi di guardarlo in estasi. Aveva preso l’abitudine di usare un fondotinta più coprente solo per nascondere il suo rossore quando lui era nei paraggi.

“Sei pronta?” chiese Shane a Keira, avvicinandosi e prendendo un pezzo di toast scartato dal suo piatto.

Keira annuì.

“Keira stava provando a tirarmi su di morale,” spiegò Orin.

“Oh?” domandò lui. “Perché devi farti tirare su di morale?”

“Perché sono un vecchio sciocco e solo,” disse.

A quella battuta Keira si sentì in colpa. Non avrebbe mai dovuto usare Orin in quella maniera, cercando di farlo sentire male per la sua situazione e mancanza di fortuna in amore per il proprio tornaconto. Quell’articolo era tossico per lei. Tutto il lavoro lo era. Si sentì più che mai un impostore.

Scese dallo sgabello e si chinò in avanti, baciando Orin al centro della fronte. Lui sembrò perplesso.

“Per che cosa era?” volle sapere, arrossendo.

“Non sei un vecchio sciocco,” disse. “Sei un uomo gentile e molto caro. C’è qualcuno là fuori per te. Basta che continui a tenere la mente e gli occhi aperti. La troverai presto.”

Orin sorrise. Poi Keira prese Shane sottobraccio e uscirono insieme dal pub.

*

“Mi prendi in giro?” disse Keira, ridendo. Stava guardando il fianco di un enorme cavallo color cioccolato che secondo Shane avrebbe dovuto cavalcare per tutta la campagna intorno a Dingle.

“Perché no?” chiese Shane. “Non sei mai andata a cavallo prima? Pensavo che l’America fosse la patria dei cowboy! Cowgirl, nel tuo caso.”

Keira gli lanciò uno sguardo di ghiaccio. “Non vengo dal Midwest. Sono di New York. Siamo molto acculturati lì, per tua informazione.”

Shane incrociò le braccia. “Senti, se vuoi fare la pappamolle…”

“Non sono una codarda!” protestò Keira, abboccando subito. “Posso andare a cavallo bene come chiunque altro. Forse.”

Shane ghignò. “Allora fatti dare una mano a salire.”

Keira sospirò, scuotendo la testa. Come faceva a infilarsi sempre in quelle situazioni? Shane si inginocchiò e intrecciò le mani su un ginocchio per farle da gradino. Keira appoggiò il piede sulla staffa di fortuna e mise le mani sulla schiena del cavallo.

“Pronta?” disse lui. “Al mio tre. Uno, due, tre.”

Keira si sentì lanciare per aria. Gettò la gamba dall’altra parte, piegandosi fino a quando non fu sulla schiena del cavallo. Emise un gridolino deliziato.

“Ce l’ho fatta!” esclamò.

“Molto bene,” rispose Shane. Si avvicinò alla propria cavalla, una grigia e pezzata, e le montò sopra rapidamente.

“Hai un talento naturale,” commentò Keira.

“Certo che sì,” replicò Shane. “Sono cresciuto in una fattoria. Vado a cavallo da tutta la vita.”

Keira sorrise, aggiungendo quel talento alla lista degli altri che Shane possedeva. Trovava la sua compagnia particolarmente emozionante perché aveva vissuto una vita completamente diversa dalla propria. La vita di quell’uomo era stata piena di avventure in mezzo alla natura. La sua era stata tutta strade affollate e grattacieli. Non che avrebbe voluto scambiarle, non sarebbe mai sopravvissuta crescendo in un posto come quello, ma era felice che le loro esperienze passate fossero così differenti. Significava che avevano diverse capacità e caratteristiche.

“Va bene, allora seguimi,” disse lui.

Spinse i talloni nei fianchi del cavallo e quello iniziò a trottare in avanti. Keira fece lo stesso, imitandolo.

Partirono lentamente e i loro cavalli avanzarono delicatamente tra i campi, lungo sentieri battuti unicamente da zoccoli. Gli alberi si stagliavano ai loro lati, creando ombre screziate sul terreno.

“È davvero bello qui,” disse Keira, spezzando il silenzio per la prima volta.

“Pacifico, vero?” concordò Shane. “Non c’è niente come una cavalcata per la campagna per schiarirsi la mente.”

“Hai bisogno di schiarirti la mente?” chiese Keira, cogliendo un che di triste nella sua voce. Si domandò se sentisse di nuovo nostalgia di casa. O se stesse pensando a Deirdre e John.

“Parlavo di te,” rispose Shane ridendo.

Keira si accigliò, confusa. “Che cosa ti fa pensare che io abbia bisogno di schiarirmi la mente?”

Shane esplose in una risata. “Stai scherzando, vero? Cammini con la testa tra le nuvole in questi giorni. Si vede che l’Irlanda ti è entrata sotto la pelle.”

Keira si sentì arrossire. Non era solo l’Irlanda a esserle entrata sotto la pelle.

“Voglio dire, che cosa è successo alla stressata principessa newyorkese che ho conosciuto due settimane fa?” continuò Shane. “Dovresti scrivere l’articolo ma ti comporti come se fossi in vacanza! No, non è esatto. Ti comporti come una di quelle hippie che passano tutto il tempo a meditare e non hanno bisogno di un lavoro perché coltivano le loro verdure nel giardino.”

Keira fece un verso di finta disapprovazione. “Non è assolutamente vero.”

“Non mi credi?” la prese in giro Shane. “Guardati allo specchio la prossima volta che ci passi vicino. Non ti riconoscerai.”

Keira non disse niente. Shane probabilmente era più vicino alla verità di quanto si rendesse conto.

Raggiunsero un ruscello e i cavalli lo attraversarono rumorosamente, schizzando acqua al loro passaggio. Le scarpe di Keira si infradiciarono. Erano un paio di costose scarpe scozzesi di pelle ma sorprendentemente a lei non importò. Le scarpe bagnate erano un piccolo prezzo da pagare per un’esperienza tanto magica, e anche se la pelle si sarebbe rovinata e macchiata di fango, le avrebbe ricordato per sempre quel momento.

“Quindi quando ti farai coraggio e chiederai a William di trovare la persona giusta per te?” le chiese Shane.

Lei corrugò le sopracciglia. “Pensi che dovrei?”

La sua domanda l’aveva confusa. Aveva creduto che si stessero avvicinando, o aveva solo visto quello che aveva voluto vedere?

“Per ispirare il tuo articolo,” chiarì Shane. “Non è per questo che sei qui? Per vedere se funziona?”

“Oh,” disse Keira, cercando di non mostrare troppo apertamente il suo sollievo.

Rifletté sul suggerimento di Shane. Forse era quello che avrebbe dovuto fare. Se William le avesse trovato la persona giusta per lei sarebbe stato inevitabilmente un disastro perché era Shane l’uomo che voleva. Forse un pessimo appuntamento le avrebbe dato materiale a sufficienza da mettere nell’articolo. Ma allo stesso tempo, l’idea di uscire con qualcuno la faceva sentire strana. Era come se tradisse Shane, anche se non erano davvero una coppia.

“Perché non vai tu per primo?” Fu la sua proposta, distogliendo l’attenzione da sé e dai propri sentimenti confusi. “Vai a un appuntamento organizzato dal sensale e fammi prendere appunti.”

Shane scoppiò a ridere. “Sarebbe strano. E comunque non voglio avere appuntamenti in questo periodo.”

“Ah, no?” chiese Keira, provando una stretta allo stomaco. “Non stai cercando un’altra Tessa?”

“Chi?” replicò Shane.

La sensazione di delusione cocente dentro Keira crebbe. Ripensò a come Bryn l’avesse avvisata che Shane era un seduttore e come lei avesse subito deciso di ignorare il suo consiglio e avvicinarsi ugualmente a lui. Ma lo era, era ovvio; non ricordava nemmeno il nome delle sue conquiste!

“Fa niente,” disse lei.

Continuarono a cavalcare in silenzio.

“Oh, accidenti,” esclamò all’improvviso lei.

“Che c’è?”

Shane indicò verso l’alto. Keira guardò il cielo. Era grigio e le nuvole stavano avanzando rapidamente verso di loro.

“Sta per piovere,” dichiarò Shane. “Vuoi tornare indietro? Potremmo dover andare al galoppo.”

“Non so galoppare!” gridò Keira. “Sei matto?”

“O così o ci bagniamo tutti,” rispose Shane.

Keira sospirò. “Allora sarò costretta a bagnarmi.”

Fecero voltare i cavalli e ripresero la strada di casa, allo stesso passo lento con cui si erano mossi all’andata. In pochi istanti il cielo si aprì e un acquazzone iniziò a infradiciarli.

“Cosa pensi del galoppo adesso?” gridò Shane sopra il suono della pioggia che batteva sulle foglie degli alberi.

Keira gli lanciò un’occhiataccia. Tremava, già bagnata fino alle ossa. I cavalli presero a scuotere le criniere, schizzandoli ancora di più. Gli zoccoli alzavano fango freddo e umido sui loro vestiti.

Quando raggiunsero il ruscello che avevano superato in precedenza scoprirono che si era trasformato in un fiume, profondo almeno trenta centimetri quando prima era stato solo poche dita d’acqua. Scorreva molto in fretta.

“I cavalli non vorranno guadarlo,” urlò Shane sopra il rombo della forte pioggia.

“Che cosa vuoi dire?” gridò Keira. Si spinse ciocche di capelli bagnate via dal volto.

“È troppo veloce. Scapperanno via e rimarremo bloccati qui.”

“Allora cosa dobbiamo fare?” chiese lei in mezzo all’acqua.

“Dovremo solo aspettare che spiova,” disse Shane.

Keira non era felice. Il suo umore peggiorò quando vide dove si stava dirigendo Shane: verso un grande fienile diroccato di legno marcio. In qualche punto il tetto era bucato, lasciando entrare l’acqua. Solo la parte centrale della struttura gli avrebbe fornito qualcosa di vagamente simile a un riparo. Il calore era assolutamente fuori questione.

Shane l’aiutò a scendere da cavallo. Lei atterrò in una pozzanghera fangosa. Poi l’uomo legò gli animali.

“Non è un po’ crudele?” domandò Keira. “Lasciarli così sotto la pioggia?”

“Non è che possono entrare qui con noi,” rispose Shane, indicando la stretta sezione di tetto e il terreno asciutto al di sotto. Era largo meno di mezzo metro. I cavalli in ogni caso sarebbero stati solo mezzi coperti. “E comunque il loro pelo è impermeabile,” aggiunse lui. “Siamo noi quelli che si devono preoccupare.”

Le fece cenno di entrare. Keira rabbrividì mentre superava rami, foglie marce e rottami del tetto rotto. Non sembrava una mossa particolarmente furba, dava l’idea che l’edificio avrebbe potuto cadergli in testa se solo il vento fosse stato un po’ troppo forte.

Si fermò nell’area asciutta, stringendosi forte le braccia attorno al corpo per tenerle lontane dall’acquazzone che cadeva ai suoi lati. Una volta fuori dalla pioggia, si accorse di essere fradicia ovunque, fino alle mutande.

“Non riuscirò mai a scrivere il mio articolo bloccata qua,” si lamentò.

Almeno era di nuovo di cattivo umore, il tipo di stato d’animo in cui Joshua voleva che fosse per scrivere il pezzo. Se fosse riuscita a mantenere quella sensazione fino al ritorno a casa, forse avrebbe avuto l’occasione di produrre qualcosa di quantomeno decente. Una pagina di lagne perché smettesse di darle il tormento.

Ma Keira scoprì che quell’umore non era destinato a durare. Perché Shane la stava guardando con una luce particolare negli occhi.

“Che c’è?” disse lei. “Perché mi stai guardando così?”

“Stavo solo pensando,” iniziò Shane, “che questo in un film romantico sarebbe il momento esatto in cui i due protagonisti si baciano per la prima volta. La pioggia. La donzella tremante.”

A Keira sembrò che le sue parole, e il fuoco nei suoi occhi, la lasciassero senza fiato.

“Beh, questo non è un film,” disse. “Questa è la vita vera.”

Shane fece un passo verso di lei. “Lo sai che cosa si dice, però, non è vero?” La sua voce era diventata roca.

Keira deglutì. Shane era tanto vicino da poter vedere le gocce di pioggia che gli scendeva sulla pelle. Da poter sentire il calore che si irradiava da lui. Lo guardò negli occhi.

“Che cosa si dice?” chiese, e la sua voce era flebile quanto quella di lui.

Shane fece l’ultimo passo che serviva per eliminare lo spazio rimasto tra di loro. Ormai era accanto a lei, tanto da toccare la sua pelle. Si tese e la sfiorò con la mano sotto il mento, inclinandole la testa all’indietro.

“Si dice,” concluse, “che la vita imita l’arte.”

Poi piegò il capo verso di lei e premette insieme le loro labbra. Keira sentì tutto il suo corpo accendersi in risposta. Non stava più tremando per il freddo. Ora tremava di passione, di desiderio. Era una sensazione diversa da qualsiasi altra avesse mai provato.

Meno male che avrebbe voluto continuare a essere di malumore. Invece era euforica e spensierata. Più felice di quanto non fosse mai stata.

CAPITOLO DODICI

Non poteva più negarlo. Keira si era innamorata di Shane, e c’era dentro fino al collo. Tornata nella sua stanza del Bed & Breakfast quella notte, sentiva ancora le sue labbra contro le proprie. Il ricordo del loro bacio era ancora vivo sulla sua pelle, le stuzzicava la mente. Tutte le sue ansie sul fatto che Shane fosse un dongiovanni sembravano essere svanite. Che cosa ne sapeva Bryn? Lei non era stata lì, non aveva sentito ciò che aveva provato lei. L’emozione in quel bacio era stata travolgente.

Keira si sentiva come se stesse camminando sulle nuvole mentre si preparava per i festeggiamenti di quella notte. Si asciugò i capelli e diede loro una piega più vivace del solito. Si dipinse le labbra di rosso, circondò gli occhi con il kohl e allungò le ciglia con il mascara. Non si era mai impegnata tanto con il suo aspetto da quando era arrivata lì, e si rese conto con sorpresa che si stava facendo bella per Shane. Voleva fare colpo, stordirlo con la sua bellezza. Voleva gettarsi in quella storia, qualsiasi cosa fosse, e vedere dove l’avrebbe portata.

Si spruzzò il profumo e uscì con passo allegro dalla stanza. Quando Orin la vide emergere nel pub sgranò gli occhi.

“Hai un appuntamento?” chiese.

Keira scrollò timidamente le spalle. “Forse.” E ridacchiò.

E in quel momento Shane entrò nel pub. Keira sentì tutto il corpo tendersi e pizzicare, quasi come se nelle vene le scorresse l’elettricità.

Shane si diresse con sicurezza verso di lei, le fece scivolare un braccio attorno alla vita e l’attirò a sé. Le depositò un bacio magnifico e profondo sulle labbra. Keira si sentì sciogliere contro di lui, l’intero mondo svanì dalla sua visuale mentre la sua concentrazione si restringeva sulla sensazione delle labbra di Shane.

Quando si separarono Orin sembrava sorpreso. Le sue guance avevano assunto un lieve color rosato. Ma non disse niente e invece si dedicò a versare pinte, cercando di comportarsi come se non avesse visto niente.

“Sei bellissima,” sussurrò Shane all’orecchio di Keira, facendole il solletico con il respiro.

“Anche tu,” rispose lei con voce sensuale.

Shane le tenne il braccio attorno alla vita, stringendola a sé con aria protettiva. Poi la condusse attraverso il pub, aprì la porta per lei e le fece cenno di uscire. Keira si godette moltissimo la scena del cortese gentiluomo. Adorava un certa cavalleria provocante.

In strada, la festa era già iniziata. Gruppi allegri e rumorosi di gente ubriaca li superarono barcollando, cantando ad alta voce, con le braccia sulle spalle gli uni degli altri. Ma Keira quasi non li vide. Era completamente assorbita nel suo mondo, un mondo che non conteneva altro che Shane e il suo sguardo ardente che la faceva sentire nuda.

Si diressero verso una delle bancarelle e Shane comprò una bottiglia di vino. Versò due bicchieri e ne tese uno a Keira.

“Pensavo che i ragazzi irlandesi non bevessero vino,” lo provocò lei.

“I ragazzi irlandesi berrebbero qualsiasi cosa per fare colpo su una bella dama,” rispose Shane.

Il cuore di Keira palpitò a quel complimento. Si accomodarono a un tavolo e scivolarono uno accanto all’altra, con le teste chine insieme.

Proprio allora, Keira si rese conto che lo spazio vuoto accanto a Shane era stato occupato. Rimproverò silenziosamente la persona indelicata che si sedeva vicino a una coppia così presa dalla reciproca lussuria. Doveva essere così ubriaca da non rendersi conto di essere di troppo.

Ma poi la persona nella sedia disse qualcosa che fece raddrizzare Keira per la sorpresa.

“Shane?”

Era la voce di una donna. Keira guardò la sua proprietaria, studiando i folti e mossi capelli biondi, il volto abbronzato coperto di lentiggini, il mascara raggrumato sulle ciglia. Shane si lanciò uno sguardo alle spalle, e Keira notò il modo in cui il suo corpo si tese quando identificò la donna.

“Non hai intenzione di presentarci?” aggiunse lei, guardando Keira con aria indifferente.

La mente di Keira prese subito una pessima direzione, piena di paranoia. Era un’altra Tessa? Un’altra delle conquiste di Shane?

“Che cosa ci fai tu qui?” disse Shane, ignorando la richiesta di essere presentata a Keira, cosa che la fece sentire peggio. Non riusciva a ricordare nemmeno il nome di quella donna? O ancora più grave, stava scegliendo di non presentarla per non rovinare una possibile futura relazione con lei?

“Sono venuta sperando di rivederti,” disse la sconosciuta.

Shane incrociò le braccia. Sembrava teso e a disagio, come se due mondi che non avrebbero mai dovuto incontrarsi lo avessero appena fatto. Keira si sentì ribollire di panico.

Si alzò.

“Dovrei tornare nella mia stanza,” annunciò. “Andare avanti con l’articolo.”

“Non andare,” la supplicò Shane.

“No,” si rifiutò lei. “Devo.”

Si allontanò in fretta, lasciando Shane con la donna sogghignante, che sembrava trionfante per essere riuscita a farla scappare via.

Sentendosi una stupida, Keira si affrettò tra le strade acciottolate fino a tornare al Bed & Breakfast. Entrò di colpo dentro il pub affollato, spintonando via la gente da davanti a sé nella sua furia di arrivare al piano di sopra.

Non appena non ci fu più nessuno intorno a lei, Keira lasciò che le lacrime scendessero. Corse su per le scale sentendosi una totale idiota per essersi fidata di Shane, per aver ignorato il proprio istinto, per dover piangere sull’ennesimo maledetto uomo!

Piombò nella camera e chiuse la porta con uno strattone, togliendosi le sue stupide scarpe ed emergendo dall’abito attillato. Li lanciò per terra e si bloccò, ansante, con le lacrime che le riempivano gli occhi, furiosa con se stessa e con Shane.

Si avvolse nella vestaglia e attraversò la camera a grandi passi, avanti e indietro. Poi all’improvviso, per la prima volta dopo settimane, sentì una vera scintilla di ispirazione. Si sedette alla scrivania, afferrò il portatile e iniziò a scrivere. Diresse tutto il suo dolore e rabbia nelle punte delle dita. Parole furiose e acide scorsero fuori da lei e sul documento aperto sullo schermo.

Che cosa succede nella città dell’amore se sei un veterano? Il sensale si è mai soffermato a riflettere sugli incontri imbarazzanti che potrebbero avvenire, quando vecchie fiamme incontrano quelle nuove, o quando i suoi servigi vengono sfruttati non dai solitari in cerca d’amore ma da dongiovanni alla ricerca di esperienze simultanee? Escludendo le applicazioni per gli incontri, non esiste di certo un posto migliore per fornire un flusso continuo di prede ingenue e vulnerabili del mercato della carne del sensale.

Keira continuò a scrivere al computer fino a quando le sue dita non diventarono quasi insensibili, pigiate sui tasti come da un pianista durante un concerto appassionato.

E poi fu interrotta dal suono di qualcuno che bussava alla sua porta.

“Sono occupata, Orin!” gridò.

“Sono Shane,” disse la voce dall’altro capo.

Keira smise di scrivere. Ma solo per un momento. Non si sarebbe lasciata strappare dall’ispirazione che aveva finalmente trovato dalle sue paroline dolci. E pensare che aveva quasi rovinato la sua carriera per uno stupido uomo! L’ultima cosa che era preparata a fare in quel momento era lasciarlo entrare. Riprese a scrivere, sbattendo le dita sui tasti con furia crescente.

“Mi puoi far entrare?” insistette Shane. “Vorrei parlare con te.”

“NO!” gridò lei. “Vai via!”

Chiaramente Shane non aveva intenzione di rispettare i suoi desideri. Keira udì la sua voce soffocata filtrare di nuovo dalla porta.

“Per favore?” chiese.

“Ho detto di NO!”

Per un momento ci fu silenzio. Keira sperò che significasse che Shane se ne era andato. Ma poi sentì ancora una volta la sua voce patetica e supplichevole.

“Se sei gelosa di quella donna o qualcosa del genere, non devi. Quella era Caroline. La mia ex.”

Lei si voltò furibonda e si diresse a passi pesanti versi la porta. Girò la chiave e la aprì di scatto.

Ed ecco Shane, con un’espressione imbarazzata e le sopracciglia sollevate a metà della fronte. Anche se era infuriata con lui, Keira non riuscì a fermare i sentimenti che nascevano dentro di lei ogni volta che vedeva il suo volto attraente.

“Non sono gelosa!” gridò. “Perché dovrei essere gelosa?”

“Non intendevo dire che dovresti esserlo,” rispose Shane, facendo marcia indietro. I suoi lineamenti si contorsero mentre rifletteva. “Ho solo pensato che potevi esserlo perché sei corsa via quando lei si è seduta.”

Si grattò il collo nervosamente e la guardò come una pecorella smarrita. Keira emise un grugnito di irritazione verso la sua totale inettitudine.

“Beh, non lo sono,” scattò. “Contrariamente a quanto si crede, le donne non sono costantemente in gara le une contro le altre per l’attenzione di stupidi uomini… pelosi.”

Shane sembrò deliziato del suo commento. Strinse insieme le labbra, in un chiaro tentativo di non ridere.

“Stupidi uomini pelosi come me, vuoi dire?” disse, mentre la solita arroganza ritornava nella sua voce.

“Sì. Come te.”

“Capisco,” commentò diplomaticamente lui. “Quindi non eri gelosa di Caroline perché non sei in gara per la mia attenzione perché sono stupido. E peloso.”

Keira si imbronciò. “Non prendermi in giro.”

Shane premette insieme le labbra. “Mi dispiace. È solo che sei carina quando sei arrabbiata. Mi fa venire voglia di rimediare.” Si allungò e toccò il colletto della sua vestaglia.

Keira indietreggiò di scatto e colpì la sua mano per allontanarla. “Oh, scommetto che è vero. Scommetto che qualsiasi cosa ti fa venire voglia di… lo sai. Conosco gli uomini come te. So come operate.”

Shane apparve esageratamente offeso. “Non sono un robot!” dichiarò. “Non opero secondo un manuale.”

“Sei un dongiovanni!” gridò Keira. “Un utilizzatore. Uno dalla botta e via seriale!”

Shane scoppiò a ridere. “Ma di che cosa stai parlando?” disse, con le spalle che tremavano per il divertimento.

Quella visione servì solo a far crescere la rabbia di Keira. Prima l’attirava in quella trappola in cui la convinceva di desiderarlo, e poi la derideva perché lei aveva capito la verità!

“Questa notte Caroline, poi Tessa! Quante altre ce ne sono, Shane?”

“Altre cosa, donne? L’ultima volta che ho controllato circa tre miliardi.”

“Altre donne con cui sei andato a letto!” urlò Keira.

Shane sembrò perplesso. O divertito. Keira non riusciva a capirlo.

“Beh,” iniziò Shane, tamburellando le dita. “C’è Deirdre, la mia moglie morta…”

“Shane,” lo interruppe Keira. Farla sentire in colpa per la storia della moglie morta era l’ultima cosa che serviva.

“Che c’è?” esclamò, continuando a ridere ma con un tocco iniziale di esasperazione. “Ti stai comportando come una matta. Non so nemmeno chi sia questa Tessa di cui continui a parlare!”

Keira lo guardò con occhi stretti. “Davvero? Non te la ricordi? Esattamente quello di cui parlavo.” Incrociò le braccia. “Tessa. Sarebbe a dire la donna con cui sei andato a letto la prima notte del festival.”

Shane rimase praticamente a bocca spalancata per la forza del suo shock e divertimento. Prese Keira per le spalle.

“Non sono andato a letto con lei!” esclamò. “Ci siamo bevuti qualcosa insieme, abbiamo flirtato e ballato. Ecco tutto. Se mi vuoi accusare di qualcosa puoi solo dare la colpa al mio fascino naturale. Perché un dongiovanni è l’ultima cosa che sono. Accidenti, ti ho persino detto che una volta sono stato sposato. Non è abbastanza per farti capire che non sono un seduttore? Perché lo sai che di solito quella non è gente che mette su famiglia.”

“È stato anni fa,” lo respinse lei. “Puoi essere cambiato.”

Il fatto che Shane sembrasse più divertito che arrabbiato per le sue accuse la intestardì ancora di più. Rimase lì a fissarlo, rabbiosa, non volendo cedere. Ma anche se era furiosa con lui, Shane era irresistibile. Quanto sarebbe stato meglio credergli, cedere, arretrare. Lo desiderava più di qualsiasi altra cosa.

“Ma non l’ho fatto,” la implorò Shane. “Ho avuto tre partner sessuali in tutta la mia vita.”

Keira credette che stesse minimizzando la sua storia sessuale per rafforzare la sua argomentazione. Tre sembravano davvero pochi. Pensò vagamente colpevole che erano molto meno dei suoi. Si accorse che stava iniziando a cedere.

Come se avesse capito che si stava indebolendo, Shane le passò le mani dalle spalle alle braccia, poi si interruppe alle sue dita. Gliele strinse e le lanciò uno sguardo rassicurante.

Il contatto fisico risvegliò tutti i sensi di Keira. Sentì la propria determinazione che vacillava.

“Pensavo davvero che fossi andato a letto con Tessa,” disse.

Shane scosse la testa. “No, in realtà sono molto attento con i miei partner sessuali. Non salto a letto con chiunque. E non ho mai dato corda a due ragazze allo stesso tempo. Quando mi piace qualcuno, sono completamente concentrato. Al cento percento. E ti avevo già incontrata prima di Tessa, quindi non avrei mai fatto niente insieme a lei.”

Keira sentì il calore che si irradiava dalle sue mani. Si fermò, per assorbire fino in fondo quelle parole.

“Aspetta. Che cosa vuoi dire?”

Un sorriso incurvò le labbra di Shane. “Voglio dire che mi stavo già innamorando di te, sciocca.”

Keira lo guardò accigliata, incapace di contemplare ciò che le stava dicendo. “Mi hai odiata quando ci siamo conosciuti,” disse lei. “Pensavi che fossi una snob. Una principessina. Mi hai chiamata piccola miss New York City.”

Shane sogghignò. “Nah, sono abbastanza certo che tu odiassi me. Io ho pensato che fossi una bellezza sin dall’inizio. Solo che non volevo fare niente perché avevi un ragazzo. Ci ero rimasto davvero male. Ho pensato che fosse tipico di me, incontrare una bella ragazza sexy come te e scoprire che era già impegnata.”

“Ma sei andato al cimitero perché ti sentivi in colpa per Tessa.”

“Mi sentivo in colpa per te.”

“Oh,” disse Keira, sbalordita da quelle parole. Non sapeva più come rispondergli. Se la stava solamente circuendo, allora era molto abile! E lei ci stava cascando completamente!

Con le mani ancora strette insieme, Keira indietreggiò dalla porta, facendo un passo verso la stanza e attirando a sé Shane. Notò il portatile ancora aperto sulla scrivania, con la furiosa filippica sullo schermo. Lasciò andare Shane e corse a chiuderlo prima che lui avesse l’occasione di vedere che cosa aveva scritto.

Quando si rigirò lui era lì, proprio al centro della stanza, a mezzo metro di distanza. Era la prima volta che entrava nella sua camera, e Keira sentì un brivido vedendolo nel proprio spazio. Sentì lo stomaco che le si torceva, e qualcosa dentro di lei che lo desiderava.

Shane la guardava adorante, nella sua maglietta grigia e aderente che gli metteva in risalto il fisico. Come se fosse stata posseduta, Keira non si trattenne più. Si lanciò verso di lui, stringendogli le braccia attorno al collo, attirando il suo corpo al proprio e premendo la bocca alla sua. Shane rispose con uguale passione, infilando le mani sotto il cotone della sua vestaglia, trovando la sua schiena nuda e muovendo le dita sui suoi fianchi. Lei gli infilò le mani nei capelli, attorcigliandogli in mezzo le dita.

Si separarono, ansimando entrambi, lo sguardo tra di loro bollente come il fuoco. Poi le mani di Keira gli andarono alle spalle, spingendolo gentilmente verso il letto, desiderandolo più di quanto avesse mai voluto chiunque altro nella sua vita. Le loro labbra si incontrarono bramose, e i due si lasciarono cadere sul materasso.

CAPITOLO TREDICI

Keira si svegliò il mattino seguente in un groviglio di membra. Shane la stringeva vicino a sé, come a proteggerla. Era caldo e confortevole.

Lei sorrise tra sé e sé ripensando al sesso appassionato che avevano condiviso la notte prima. Era stato l’incontro più incredibile della sua vita. Il sesso con Zach era stato piacevole all’inizio, ma poi si era trasformato in routine. Non si era nemmeno resa conto di quanto il fuoco tra di loro si fosse indebolito, fino a quando non era stato riacceso dal potere del Shane!

Mentre guardava la sua magnifica forma addormentata, non riuscì a evitare di riflettere sul futuro. Il suo viaggio non sarebbe durato per sempre. Significava che anche quella cosa magnifica che aveva trovato con Shane sarebbe finita? Era irrealistico pensare che avrebbero continuato a vedersi una volta che fosse tornata a New York. I voli costavano più di quanto avrebbero potuto permettersi con i loro stipendi, e una relazione poteva davvero resistere senza un contatto fisico nemmeno occasionale? Il pensiero che ci fosse un limite di tempo al loro amore la riempiva di orrore.

Allora si mosse, e Shane si stirò, socchiudendo un occhio.

“‘Giorno,” disse assonnato, facendo un sorriso alla sua vista. Le strinse le braccia attorno alla vita. “Dove credi di andare?”

Keira sorrise a sua volta. “Volevo fare un po’ di caffè.”

Shane annuì e la lasciò libera. “Hai il permesso.”

Keira scoppiò a ridere e si alzò dal letto, con gambe stranamente tremanti sotto di sé. Si avvicinò al ripiano dove aveva una caffettiera e un barattolo di caffè istantaneo in granuli. Non era niente di lussuoso, ma a Keira non importava. Quel giorno camminava sulle nuvole.

Preparò il caffè e tornò a letto.

“Quindi,” iniziò Shane, prendendo la tazza dalle sue mani. “Ora che sai che non sono un dongiovanni, significa che stiamo insieme?”

Keira sgranò gli occhi. Non si aspettava che Shane andasse così dritto al punto. Ma l’idea non la spaventava. Piuttosto la emozionava. E anche se riusciva già a immaginare la reazione di Bryn, che le avrebbe detto che era solo una storia per vendicarsi di Zach, non le importava. Se le storie iniziate per ripicca erano tutte così avrebbe dovuto averne più spesso!

Piegò di lato la testa e scrutò Shane. “Certo.”

Lui rise. “Certo? È tutto quello che mi merito?”

Keira batté le ciglia. “Che cosa preferiresti? ‘Oh, sì, s’, ti prego, dimmi che posso essere la tua amata!’”

“Così va molto meglio,” scherzò Shane. “E sì, te lo concedo.”

Keira ghignò divertita. “Quindi oggi come è il piano? Dove mi porti?”

Shane fece una smorfia. “Mi sembrerebbe strano se ora mi comportassi come la tua guida turistica, a te no?”

“Beh, la mia società ti ha pagato…” ribatté Keira.

“Sono abbastanza certo che paghino anche te,” rispose Shane con un sorrisetto sarcastico. “E non sembra che questo ti spinga a voler lavorare.”

“Touché!” acconsentì Keira.

Scoppiarono a ridere. Keira era ottimista. Anche la luce del giorno che filtrava attraverso le tende sottili sembrava più luminosa. Nemmeno lo strato onnipresente di nuvole grigie nel cielo poteva deprimerla.

“Perché non decidiamo insieme dove dovremmo andare, in questo caso,” propose a Shane.

“Vuoi dire come un appuntamento? Un appuntamento vero e proprio? Con un’attività?”

Keira fece di sì con la testa. “Che ne dici di una galleria?”

“Certo. Ci sono molti artisti in Irlanda, sai. La Limerick City Gallery of Art è la più vicina, è a un’ora di viaggio. Ti va?”

“Mi sembra fantastico,” disse Keira.

“Attraverseremo un paio di città con dei nomi buffi, così puoi spedire le loro foto a tua sorella.”

“Hai visto che lo facevo?” chiese lei, sorpresa dalla sua attenzione.

“Noto molte cose che fai,” rispose Shane.

Finirono il loro caffè e si vestirono per la giornata. Al piano di sotto scoprirono che Orin aveva preparato un buffet per la loro colazione, ma l’uomo non si vedeva da nessuna parte. Probabilmente ci sta lasciando un po’ di privacy, pensò Keira. O così, o era in imbarazzo e li stava evitando!

Dopo una rapida colazione uscirono dal Bed & Breakfast, mano nella mano. Shane andò verso sinistra e Keira verso destra. Rimbalzarono insieme come un elastico.

“L’auto è da questa parte,” disse Keira.

Shane scosse la testa. “No. La mia auto è da quella parte. La tua è laggiù.” Indicò la direzione verso cui si era diretto.

“Non voglio guidare!” balbettò lei. “Guidi sempre tu!”

“Lo facevo,” sogghignò Shane, “quando ero la tua guida turistica. Ma ora sono il tuo ragazzo, che significa che condividiamo delle cose. Non ti ho mai vista guidare prima. Non credi che sia il tipo di cosa che un fidanzato dovrebbe provare?”

“Ma sono terribile su queste strade!” protestò Keira. “Sono troppo strette. Ci ucciderò entrambi.”

“Ho fiducia in te,” disse Shane.

La tirò per mano e Keira si arrese. Il pensiero di guidare più del necessario in quel posto la terrorizzava.

La macchina a noleggio era parcheggiata lungo il lato del Bed & Breakfast. Keira salì dal lato del guidatore, sentendosi subito fuori posto.

“Se guido io, tu dovrai essere il fotografo ufficiale,” disse Keira. Gli tese il telefono.

“Nessun problema. Farò la foto ai segnali stradali di Bunratty, Cratloe e Dooradoyle.”

Keira rise. “Grazie. Mi sembra perfetto.”

Avviò l’auto e cercò di calmare i suoi nervi, poi uscì in retro dal parcheggio.

Fortunatamente c’era poco traffico.

Raggiunsero il primo segnale stradale della lista di Shane e lui scattò una foto mentre lo superavano.

“A chi lo devo mandare?” chiese.

“Nina,” rispose Keira. “È il suo turno.”

“Nessun problema,” commentò Shane.

Lo guardò mentre scorreva la rubrica alla ricerca del nome di Nina e le mandava la foto.

Un momento più tardi si girò verso di lei. “Dice che Joshua le sta dando il tormento per te. Le vuoi dire qualcosa?”

Keira sospirò. Ma poi si ricordò della filippica che aveva scritto il giorno prima. Sarebbe stato ingiusto usarla? Era sicura che a Joshua sarebbe piaciuta e glielo avrebbe levato di dosso per un giorno o due di certo. Ma non si sentiva più in quella maniera. In effetti, provava esattamente l’opposto! Se avesse mandato quello sproloquio a Joshua e lui lo avesse voluto nel pezzo finale Shane si sarebbe arrabbiato, se lo avesse letto. Ma d’altra parte, erano un sacco di se.

“Sarà meglio che mi fermi e le mandi un aggiornamento,” decise.

“Posso farlo io,” si offrì Shane.

Keira scosse la testa mentre parcheggiava a lato della strada. “Assolutamente no.” Si tese per prendere la borsa nel sedile di dietro e ne estrasse il portatile. Scrisse rapidamente una mail a Nina e mandò il documento. Almeno così avrebbe potuto rilassarsi.

Ripresero il viaggio. Il telefono di Keira vibrò per l’arrivo di un altro messaggio.

“Nina dice grazie, e che è fantastico,” riportò Shane. Poi scattò una foto del cartello di Cratloe.

“Questa è per Bryn,” gli disse Keira.

Lui le spedì l’immagine.

“Ha risposto con delle emoji. Il gatto che ride. Il fantasma che ride. La rana sorridente. Credo che possiamo dire con sicurezza che è divertita.”

Raggiunsero Limerick e si fermarono nel parcheggio della galleria. Keira esalò un respiro teso mentre parcheggiava l’auto e spegneva il motore.

“Come sono andata?” chiese. “Siamo entrambi vivi, che è la cosa più importante.”

Shane scrutò fuori dal finestrino del passeggero come per controllare se avesse parcheggiato diritta. “Nonostante tutto guidi abbastanza bene,” disse.

“Nonostante tutto, cosa?” rispose Keira, alzando un sopracciglio. “Che sono una donna? O che sono un’americana?”

“L’hai detto tu, non io,” scherzò Shane.

Uscirono dall’auto ed entrarono nella galleria. Era molto romantico passeggiare insieme ammirando opere d’arte. Keira dovette costringersi a guardare i dipinti perché il suo sguardo continuava a vagare verso Shane. Era lui il vero capolavoro lì, per quel che la riguardava.

Andarono al bar della galleria e ordinarono qualcosa per pranzo. Era uno spazio interessante, un open plan moderno, pieno di piante alte. Il tetto di vetro lasciava entrare tutta la luce che il cielo coperto concedeva.

“Questo posto è davvero bello,” disse Keira, guardandosi attorno.

Proprio allora arrivò il cameriere con i loro piatti di couscous, pita, humus piccante e olive, un banchetto multiculturale che Keira non si era aspettata di trovare nel cuore dell’Irlanda.

“L’arte è molto apprezzata qui,” spiegò Shane. “In tutte le sue forme. Ceramiche, dipinti, musica.”

“Sì, avevo notato il fatto che tutti sanno suonare uno strumento,” commentò Keira, ricordando la prima volta che aveva messo gli occhi su Shane, mentre era sul palco con il suo violino. “Anche se devo ancora vedere qualcuno con un’arpa, e sono piuttosto delusa.”

“Davvero?” chiese Shane, sorpreso. “Ne conosco almeno dieci. Ricordami di portarti all’Hope and Anchor un mercoledì sera. La mia amica Claire ci fa uno spettacolo alla settimana.”

Keira sorrise tra sé e sé, sentendo che Shane la voleva interamente immersa nella sua vita. Non solo nella parte turistica, ma anche insieme ai suoi amici.

Ma più ci pensava e più provava un senso di pesantezza. Non avevano una quantità infinita di mercoledì tra cui scegliere. In effetti ne rimaneva solo un altro prima che lasciasse dall’Irlanda. Le possibilità che incontrasse Claire l’arpista erano inesistenti, perché la realtà dei fatti era che Keira era una turista. Non importava che intenzioni avesse lei, o che intenzioni avesse Shane, presto se ne sarebbe andata. Il pensiero la rattristava immensamente.

“Mi sembri triste,” notò all’improvviso Shane.

Keira si irrigidì. Non aveva avuto l’intenzione di mostrare quelle emozioni sul proprio volto. Era convinta che non avesse senso discutere del fatto che fosse temporaneo, perché avrebbe solo rovinato le cose. Ma allo stesso tempo la sua partenza era già decisa, e non avrebbero potuto nascondere la testa nella sabbia per sempre.

“Stavo solo pensando che non ci rimane molto tempo,” disse. “Lo sai, perché incontri Claire o qualunque altro dei tuoi amici. Quel genere di cosa.”

“Oh. Sì,” rispose cupo Shane. Si tese dall’altra parte del tavolo e le strinse la mano. “Anche io ci ho pensato.”

Lei lo guardò. “Davvero? E nello specifico che cosa hai pensato?”

Voleva sentire l’opinione di Shane sulla situazione dato che erano giorni che rimuginava sulla propria.

“Stavo pensando che sarà orribile quando dovremo salutarci,” rispose lui.

Salutarci. Ecco il punto di vista di Shane. Non pensava a una relazione a distanza o di rimanere in contatto con dei video messaggi. Nemmeno a organizzare una futura data per incontrarsi di nuovo. Andava dritto alla dura realtà di un addio definitivo.

“Già, immagino che non sia realistico pensare di continuare la relazione quando me ne sarò andata,” disse Keira, spingendosi i capelli dietro un orecchio e cercando di apparire noncurante, anche se si sentiva esattamente l’opposto. “Voglio dire, c’è l’intero oceano Atlantico in mezzo.”

La mano di Shane attorno alla sua la strinse con più forza. “Beh, non che questo abbia fermato i nostri antenati, giusto?”

Keira non aveva voglia di scherzare. Si era fatta coinvolgere troppo da quella faccenda dei fidanzati per il suo stesso bene. Ma come sempre, Shane sembrava riuscire a vedere un lato buffo.

All’improvviso a disagio, Keira tolse la mano da sotto la sua. Fu un gesto sgraziato che non passò inosservato a Shane.

“Keira, sto dicendo che se la gente ha superato l’Atlantico in barca, noi lo possiamo fare con l’aereo. Che cosa sono sette ore di questi tempi? Possiamo vedere il volo come un’occasione per guardare un’intera serie TV.”

Ma era troppo tardi perché le sue parole la consolassero. Anche se Shane avesse voluto mantenere vivo il loro rapporto, anche se l’idea delle lunghe ore di volo non lo infastidiva, come avrebbero potuto permetterselo? Nessuno dei due era particolarmente ricco. Con il suo stipendio attuale, Keira avrebbe potuto tenere da parte i soldi per fare un solo viaggio all’anno in Irlanda per poterlo vedere. Per lui doveva essere lo stesso, se non peggio.

“Non so se le maratone TV ci potranno aiutare,” disse depressa.

Shane la guardò con un’espressione addolorata negli occhi. “Sembra che tu ti stia arrendendo.”

“No,” ribatté Keira, scuotendo la testa. “Sono solo realista.”

“Mi viene in mente un’altra parola invece di realista,” fu la reazione di Shane. “Che ne dici di poco avventurosa, o noiosa.”

“Carino,” borbottò lei.

Ma sapeva che Shane la stava prendendo in giro perché stava sorridendo. Non riusciva ugualmente a esserne divertita.

“Keira, siamo entrambi abbastanza giovani. Non dovremmo pensare a quando siano realiste o logiche le nostre decisioni. Preferirei spendere ogni centesimo a mia disposizione per volare dall’altra parte del mondo per vederti che risparmiare per una pensione o qualcosa di altrettanto noioso. Andiamo, su col morale.” Le sorrise incoraggiante. “Quando succederà, vedremo che cosa fare.”

Keira aveva un groppo alla gola. Anche se in parte concordava con le parole di Shane, non riuscì a gestire il senso improvviso di finalità che l’aveva colta. Era arrivato come un’onda, come se lo avesse lasciato indietro nella mente e finalmente l’avesse raggiunta.

Non volendo piangere davanti a Shane, Keira si alzò per andare in bagno, lasciando a lui la borsa. Allo specchio, si guardò in faccia, chiedendosi in che cosa si fosse cacciata. Da una parte era emozionante. Lasciare indietro ogni cautela era stimolante. Ma d’altra parte si sentiva come se si stesse preparando per un brutto colpo. Che era una sciocca e che non era stato saggio decidere di lasciare che le cose con Shane progredissero fino a quel punto. Non poteva finire bene, giusto? Ma non era anche vero che niente durava per sempre? Forse il limite era parte del suo fascino. Lui non avrebbe mai dovuto vederla al suo peggio, né lei a sua volta. Avrebbe potuto essere perfetto nella sua durata.

Pronta a tutto, Keira uscì dalla toilette e ritornò in sala. Quando fu lì scoprì che il suo portatile era aperto sul tavolo.

“Che cosa stai facendo?” esclamò sconvolta, correndo verso Shane.

“Volevo solo vedere che cosa stai scrivendo,” rispose lui con innocenza.

Keira lo chiuse di colpo. “Beh, non farlo. È privato!”

“Come può essere provato?” disse lui ridendo. “Lo pubblicherai per farlo leggere a tutto il mondo!”

Ma Keira non ne vedeva il lato divertente. Shane era arrivato fin troppo vicino a scoprirla. Ne fu turbata.

“Sì, dopo che sarà corretto,” rispose. “Non voglio che tu veda la prima bozza.”

Era una mezza verità. Anche se le sue prime bozze erano veramente imbarazzanti, il motivo principale era che non voleva che Shane leggesse cosa aveva scritto. Senza una spiegazione, e tolto dal contesto, l’avrebbe messa in una pessima luce. E a pensarci bene, anche con una spiegazione l’avrebbe fatta sembrare una persona orribile.

“Oltretutto è per un pubblico specifico. Sei un americano single tra i ventiquattro e i trentaquattro anni? No? Esatto.”

Si sedette con uno sbuffo, incrociando le braccia.

“Mi dispiace,” disse Shane, capendo di averla fatta arrabbiare. “Non sbircerò più. Ero solo curioso. Sei sempre tanto impegnata che volevo vedere su che cosa. Voglio dire, tu mi hai visto suonare il violino ma io non ho letto una sola frase che tu hai scritto. E mi hai anche visto fare il mio lavoro di guida turistica. A me piacerebbe vederti nel tuo ruolo di giornalista.”

“Forse un’altra volta,” rispose rigida Keira.

Finirono il loro cibo, di umore più serio di quanto non fosse stato all’arrivo. Keira si sentiva orribilmente colpevole per la sua parte in quel cambiamento. Se lei non fosse stata una serpe con così tanto da nascondere, in realtà Shane non avrebbe fatto nulla di sbagliato.

Ritornarono verso Lisdoonvarna con l’auto. Quella volta Keira tenne il telefono per sé. L’incidente con il portatile era ancora troppo vicino per la sua tranquillità mentale. Cosa sarebbe successo se Nina le avesse mandato una frase corretta, o un’opinione su qualcosa di crudele che aveva scritto. Se Shane avesse letto le sue parole, per lei sarebbe stato terribile.

Arrivarono in città e Keira parcheggiò. Quando rientrarono nel Bed & Breakfast, scoprirono che Orin si era deciso a riapparire. Apparve leggermente a disagio quando li guardò entrambi, ma era amichevole come sempre.

“Qualcosa da bere?” chiese.

“È un po’ presto per me,” rispose Keira. “E devo correggere qualche frase. Mi metterò in un angolo con il computer, ma voi due fate pure.”

Mentre Orin versava una pinta per sé e una per Shane, Keira aumentò la distanza tra di loro. Si sentiva così male tradendo tutti che le era quasi impossibile condividere i loro festeggiamenti. Si era fatta trasportare troppo da quella faccenda dei fidanzati? Quando Shane era stato solo un tizio sexy per cui aveva una cotta, le cose erano un po’ più semplici. Almeno non si era sentita come se se gli dovesse qualcosa, come l’onestà. Quel pensiero le fece ribaltare lo stomaco.

Keira lesse l’ultima mail di Nina, che conteneva le correzioni del pezzo che le aveva mandato quella mattina. Con suo sollievo, erano buone notizie. A Joshua piaceva e voleva che andasse avanti in quel modo.

“Ha davvero usato il verbo ‘piacere’?” scrisse Keira a Nina.

Arrivò la sua risposta. “Lo so. Però credo che il dottore gli abbia aumentato la dose di Advil, quindi non prenderla a cuore.”

Keira rise tra sé e sé. Era bello essere in contatto con Nina. La riportava con i piedi per terra, le ricordava da dove veniva e perché era lì. Senza il pungente senso dell’umorismo e i messaggi frequenti della sua amica Keira si sarebbe lasciata trasportare più di quanto non avesse già fatto.

Si mise a lavoro sul portatile nel suo angolo mentre Shane e Orin bevevano e chiacchieravano allegramente.

“Quindi Keira,” la chiamò Orin. “Shane dice che sei piuttosto protettiva della tua scrittura.”

“Solo della parte brutta,” rispose lei.

Non voleva che quello tornasse a essere un argomento di conversazione e fece del suo meglio per non abboccare all’amo. Si sentiva già abbastanza male così come era per il pezzo che aveva spedito. Ma Orin, come Shane, non aveva intenzione di lasciar perdere.

“Non deve essere una prima bozza,” suggerì. “Che ne dici di qualcosa stampato nel numero del mese scorso?”

Keira si tese. Si stavano avvicinando troppo perché potesse stare tranquilla. Ma che altra scelta aveva? La sua precedente scusa a Shane era stata che non voleva che leggesse niente di incompleto. Niente bozze. Ma sul numero del mese prima c’era un suo articolo, e anche nel mese prima ancora. Forse se fosse andata sul sito del Viatorum avrebbe potuto fargli leggere un pezzettino del suo lavoro. Forse sarebbe bastato per distrarli.

“Va bene,” si arrese. “Ecco un articolo che ho scritto per la parata del mese scorso. Non è molto buono, vi avviso.”

Shane e Orin si avvicinarono. Apparirono colpiti dal design elegante del sito, anche se Keira sapeva che almeno Shane doveva pensare che fosse snob.

All’improvviso Shane si tese e le rubò il portatile, strappandoglielo dalle mani. Stava ridacchiando come se fosse uno scherzo, e Keira si rese conto, guardando il volto sorridente di Orin, che lo avevano pianificato. Si erano coalizzati contro di lei per prenderle il portatile e leggere che cosa aveva scritto del festival.

“Non farlo!” lo supplicò Keira.

Non ne avevano idea. Pensavano che fosse un divertimento innocente. Erano convinti di giocare con lei, di aiutarla a superare la sua modestia. Ma Keira conosceva la verità. Le si torse lo stomaco per la paura di ciò che stava per succedere.

Era troppo tardi. Shane iniziò a leggere ad alta voce l’ultimo pezzo che aveva spedito. Da allegra e gioviale che era, la sua voce divenne avvilita e profondamente ferita.

“Soffocante ospitalità irlandese?” lesse, alzando su di lei occhi tristi e afflitti. “Catapecchia buia e sporca? È questo che pensi di noi?”

“Mi dispiace,” sussurrò Keira, con un peso sul cuore.

Shane la guardò con volto addolorato. “Che cosa è questo? Perché sei così cattiva?”

“Era il mio incarico,” cercò di spiegargli Keira. “Ma non è veramente quello che provo. Devo fingere di essere una snob per l’articolo, ecco tutto. Ma non sono io. Mi dispiace.”

“Quindi stai dicendo che non conta solo perché non lo pensi sul serio?” rispose Shane, con voce turbata.

“Mi dispiace così tanto,” ripeté Keira. Era tutto ciò a cui riusciva a pensare. “Lo so che non è una scusa.”

“Esatto, hai ragione,” ribadì Shane. “Ci stai insultando. Pensavo che questa fosse una rivista di viaggio. Che genere di rivista di viaggio rovina completamente i posti che recensisce?”

Keira si morse il labbro. “È meno turismo e più, uhm, viaggi e stile di vita, immagino?”

“Viaggi sarcastici e stile di vita ironico,” commentò Shane. “Che senso ha?”

Keira si sentiva malissimo. Scrollò le spalle. “Non lo so È stupido. Superficiale. E io sono stata una sciocca a essermi fatta trascinare. Che cosa posso dire per farmi perdonare? Da tutti e due. A parte che mi dispiace davvero.”

Fu il turno di Orin di parlare. “Credi che essere dispiaciuta basti? Io ho messo il cuore e la mia anima in questa attività. Questo potrebbe rovinarmi.”

Lei spostò lo sguardo su Orin. Sembrava così deluso. E Keira si sentiva altrettanto delusa da sé.

“Mi dispiace davvero,” bisbigliò. “Non farei mai niente che potrebbe rovinare la vostra attività. Non c’è così tanta gente che legge la rivista. Non credo che ne sarebbero influenzati. Voglio dire, tanto i nostri lettori non verrebbero comunque in un posto come questo.” Keira chiuse di scatto la bocca, realizzando quanto sembrasse sgradevole quello che aveva appena detto, e come lo avrebbero interpretato loro due.

Shane la guardò freddamente. “Un posto come questo?” ripeté.

Keira si sentì gelare. Aveva rovinato tutto.

Shane scolò ciò che restava della sua birra e prese il cappotto dallo sgabello.

“Dove stai andando?” chiese Keira, con lo stomaco torto dall’ansia.

Shane tenne la voce tranquilla. “Non ti serve più una guida. Hai visto tutto ciò che c’è da vedere. Credo che sia meglio se ci separiamo adesso. Puoi andare avanti da sola.”

“Shane!” gridò Keira, allungando una mano verso di lui, piena di rimpianti.

Fu inutile. Lui si girò e uscì dal pub. Keira guardò verso Orin. L’uomo scosse la testa e distolse lo sguardo.

Keira si sentiva come se le fosse crollato tutto il mondo in testa.

Corse alla porta del corridoio e l’aprì in fretta, per correre su nella sua camera. Non appena entrò, afferrò il telefono e chiamò Bryn.

Non appena la sorella le rispose, Keira scoppiò a piangere.

“Sorellina,” disse Bryn, con dolcezza. “Che cosa è successo? È Shane?”

“Sì,” ammise lei. “Ma non solo Shane. Anche Orin. Hanno letto il mio articolo e ora mi odiano.“

“Orin non è quell’uomo anziano?” disse Bryn, sembrando confusa. “Perché ti importa della sua opinione?”

“Perché è mio amico.” Il cuore di Keira era pesante, pieno di senso di colpa e vergogna. “Sinceramente non so se posso rimanere ancora qui. È il pub di Orin. E che senso avrebbe? Non posso scrivere niente di buono. Ora che tutti mi odiano non capisco che senso abbia stare qui.”

“E quindi, a chi importa se qualcuno di odia?” la sfidò Bryn. “Non sei lì per fare amicizia! Sei lì per la tua carriera. Non è cambiato niente. Sei solo tornata a come erano le cose quando sei arrivata.”

“Sono cambiata, Bryn,” pianse Keira. “Non so più nemmeno come si scrive. È tutto inutile.”

“Non ci credo,” rispose Bryn, rifiutando la sua dichiarazione. “Sei una scrittrice fantastica, sorellina. Lo sei sempre stata. E sei una combattente. Non scappi dai tuoi problemi, li affronti a testa alta. Parla con Shane. Tieni duro.”

Keira tirò su con il naso. “Pensavo che lo ritenessi un dongiovanni. E un rimpiazzo. Perché ti importa se metto a posto le cose con lui o meno?”

“Non lo so,” disse Bryn, sbuffando rumorosamente. “È solo che sembra che tu ti stia divertendo moltissimo e ti stia godendo la compagnia di un uomo fantastico. Non lasciare che una piccola cosa come questa rovini tutto. Che cosa hai qui a New York che ti aspetta, comunque? Dovrai dormire sul mio divano!”

“Fantastico,” borbottò Keira, imbronciata. “Quindi sono praticamente bloccata tra l’incudine e il martello.”

“Non sai mai che cosa può succedere,” disse Bryn. “Vai e fai la tua magia con le parole su Shane. Sono certa che puoi riconquistarlo.”

Ma Keira non era così sicura di potere. Non pensava che ci fosse un modo per tornare indietro dalla situazione in cui si era messa. Shane era apparso tanto ferito. Non l’avrebbe mai perdonata. Lei aveva rovinato l’unica cosa buona che le era rimasta.

CAPITOLO QUATTORDICI

Il mattino seguente, Keira non fu sorpresa quando non trovò nessuna colazione ad attenderla sul bancone del bar. Neanche quando Shane non si presentò per portarla in una nuova escursione, non rimase sorpresa. Lo si torse lo stomaco per il dispiacere.

Sapeva che avrebbe dovuto assistere ugualmente a qualche evento del festival, ma si sentiva troppo intorpidita per farlo. Senza Shane sarebbe stato troppo deprimente. Quindi tornò al piano di sopra nella sua camera e si nascose dal mondo esterno.

Avrebbe voluto andarsene, scappare via da quel posto, dall’intero paese, e dimenticarsi di tutto. Ma rimanevano ancora quattro giorni al suo soggiorno. Sapeva che nemmeno una telefonata di suppliche a Heather le avrebbe garantito un cambio del giorno della partenza. Persino se Heather stessa fosse stata favorevole alla sua richiesta (e Keira sapeva che non lo sarebbe stata in ogni caso) Joshua lo avrebbe proibito. Avrebbe detto qualcosa su quanto era già costata alla compagnia. Che c’era la sua testa sul ceppo del boia, e non quella di Keira, o qualcosa di altrettanto drammatico. L’ultima cosa che voleva in quel momento era una qualche interazione con lui.

Era in crisi. Avrebbe voluto avere un metodo per comunicare con Shane ma non aveva nemmeno il suo numero. Se le avesse dato un’occasione, forse avrebbero potuto parlare e risolvere la situazione.

All’improvviso si ricordò l’itinerario che Heather le aveva dato. L’assistente di Josh aveva pianificato tutto meticolosamente. Di certo doveva aver incluso il numero di Shane da qualche parte!

Keira cercò l’itinerario di Heather nella borsa. Lo trovò e scorse il documento, alla ricerca del numero. Ed eccolo lì! Era indicato come: ‘La Guida’. Quanto le sembrava strano ripensare a lui come la sua guida turistica, quando era diventato qualcosa di così diverso, molto di più.

Sentiva il nervosismo crescere mentre faceva il suo numero a telefono. Ascoltò lo squillo e poi partì la segreteria telefonica. Dopo averci riflettuto per un istante, Keira decise di lasciare un messaggio.

“Ehi, Shane, sono Keira. Possiamo parlare?”

La sua voce era incerta, più nervosa di quanto avrebbe voluto. Perse la sua sicurezza e riappese prima di riuscire a dire altro. Ciò che voleva fare veramente era chiedere perdono. Implorarlo. Ma non le era servito a molto in precedenza e ormai le sembrava di aver perso tutta la sua forza interiore.

Il suo telefono emise un bip, indicando l’arrivo di un messaggio. Si tese, sperando che non fosse Joshua. Pregando che fosse Shane. Non era nessuno dei due. Invece era un messaggio di Nina.

Ho avuto un’idea. Devi vedere con chi ti accoppierebbe il sensale. Sarebbe un fantastico paragrafo conclusivo, non credi?

Il cuore di Keira perse un colpo. Il pensiero di chiedere a William di trovare la persona giusta per lei le dava la nausea. Non voleva nemmeno pensare di uscire con un altro uomo. Voleva solo che le cose tornassero come prima con Shane.

Ma Nina aveva ragione. Già così era consumata dal blocco dello scrittore. Forse una visita a William le avrebbe dato l’ispirazione che le serviva. Un pessimo appuntamento le avrebbe fornito l’idea per uno o due paragrafi finali dell’articolo.

Keira non era certa del come, ma in qualche modo riuscì a uscire dal letto e a incamminarsi per le strade di Lisdoonvarna. Si avviò lentamente verso casa di William, guadagnando tempo. Ma nonostante la lentezza, inevitabilmente si ritrovò ben presto davanti alla casa color arancio brunito.

Fece un profondo respiro e bussò. Maeve rispose.

“Keira?” disse. “Mi stavo chiedendo quando ti avremmo vista.”

Il commento le diede una stretta allo stomaco. Era stato davvero tanto ovvio a tutti che le cose con Zachary sarebbero finite? Era sembrata un tale disastro senza speranza che una visita al sensale sarebbe stata inevitabile?

Seguì dentro Maeve e la donna dai capelli fiammeggianti se ne andò per preparare del tè. William alzò lo sguardo dalla scrivania e sorrise verso di lei.

“Accomodati,” disse. “Sei qui per trovare la persona giusta per te, suppongo?”

Keira scrollò leggermente le spalle in segno di assenso e si sedette, piena di trepidazione.

William iniziò a sfogliare il suo librone pieno di nomi, prendendosi il suo tempo. Maeve versò a Keira una tazza di tè, che la donna bevve in silenzio.

All’improvviso, William chiuse il libro con uno schianto. Il verdetto era arrivato. Ma ciò che disse dopo scosse Keira fin dentro l’anima.

“Nessun uomo per te.”

“Non capisco,” disse Keira.

“Non ho le capacità di trovare qualcuno per te. Non posso trovare la persona che fa te.”

“Che significa che non puoi trovare una persona per me?” rispose Keira, sconcertata.

“Beh,” iniziò William, “non è così facile trovare un partner adeguato. Non quando vorrei che ogni coppia fosse la nuova Sylvia e Simon.”

“Chi sono Sylvia e Simon?” volle sapere Keira, insultata dall’incapacità di William di trovarle un uomo adatto.

“Li ho fatti incontrare cinquant’anni fa al festival,” spiegò lui. “Si innamorarono tanto che si sposarono mentre erano ancora qui. Sono sposati da allora.”

Le mostrò la loro fotografia; una coppia felice e allegra in bianco e nero, con sorrisi da un orecchio all’altro nel giorno del loro matrimonio. Riconobbe l’ufficio di William sullo sfondo della foto grazie ai cupidi dipinti sulle pareti.

“Si sono sposati qui?” chiese, sorpresa. “Proprio qui nel tuo ufficio?”

“Davanti,” chiarì William. “La maggior parte degli anni tornano a Lisdoonvarna per venire a fare due chiacchiere e per festeggiare.”

Keira gli restituì la foto. “Beh, non sto cercando un marito,” ribatté. “Voglio solo un appuntamento. Per ispirazione per il mio articolo. Di certo puoi farlo?”

William apparve poco colpito dalla sua ammissione. Incrociò le braccia. “Questo sarebbe un uso improprio dei miei servizi,” le disse.

Keira lasciò l’ufficio di William sentendosi frustrata e con l’ego ferito. Pensò che era proprio da lei, che anche il sensale non riuscisse a trovarle nessuno. Doveva essere praticamente una lebbrosa.

L’unica cosa positiva di tutta la faccenda era che quando Keira si sedette per scrivere, quella sera, riuscì a buttar giù due intere pagine amare sull’argomento dell’impossibilità di trovare un partner. Nina le adorò. Persino Joshua sembrò gradirle, anche se Keira dovette chiedersi quanto del suo buon umore fosse dovuto agli antidolorifici. O quello, o doveva trovare molta gioia nelle sue miserie. Keira concluse che quell’ultima possibilità fosse la più probabile.

CAPITOLO QUINDICI

Quando arrivò il penultimo giorno di Keira a Lisdoonvarna, la donna si svegliò con il cuore greve. Era difficile credere che il suo aereo sarebbe partito il giorno seguente, che il mese era quasi finito, e che presto sarebbe tornata a New York. Non era certa di come avrebbe reagito a tutti i grattacieli e alle file di taxi dopo la pittoresca tranquillità dell’Irlanda.

Mentre si faceva la doccia e si preparava per la sua ultima giornata completa, la storia di William sulla coppia felicemente sposata le ritornò in mente. Forse se in qualche modo fosse riuscita a rintracciare Simon e Sylvia, e sentire la loro versione della storia, avrebbe avuto le ultime informazioni che le servivano per l’articolo. Perché doveva esserci altro, oltre all’amore a prima vista e i cinquant’anni di felicità coniugale. Si rifiutava di credere che funzionasse così, che potesse davvero essere tanto semplice.

Il problema era che Keira aveva solo il ricordo di una foto scattata cinquant’anni prima su cui contare per trovarli.

Controllò i soliti ritrovi, i pub e i negozietti all’angolo. Tutti coloro con cui parlò conoscevano Simon e Sylvia personalmente o avevano sentito parlare di loro. Ma nessuno sembrava sapere se fossero venuti quell’anno. E ogni volta che chiedeva un modo per entrare in contatto con loro, la reazione era immediato sospetto.

La donna del pub accanto a quello di Orin sembrava conoscerli bene, ma non aveva alcuna intenzione di aiutare Keira.

“Sei la giornalista, vero? L’americana?” chiese con aria d’accusa, incrociando le braccia.

“Sì,” ammise Keira con un sospiro. Ormai si stava abituando alla mancanza di fiducia della gente. Si era sparsa la voce dell’articolo che aveva scritto e di come li aveva insultati tutti. Era molto più difficile trovare volti amichevoli di quei tempi.

“Allora non ti dico niente. So che persona sei. Lo racconteresti male per il tuo pezzo.”

Keira uscì dal pub con il cuore pesante.

Nonostante il suo fallimento, non aveva particolare voglia di tornare al St. Paddy’s Inn. Orin continuava a parlarle a malapena. Quindi si ritrovò a vagare senza una direzione per le strade.

Proprio al limitare della città trovò un piccolo spiazzo erboso che non aveva mai notato prima. C’era un cartello che lo dichiarava un parco, il più piccolo d’Irlanda, a cui Keira poteva credere perché era lungo e largo appena quanto un autobus. C’era un albero solitario, una panchina e una statua della Vergine Maria. Keira si accasciò sulla panca. Allo stesso tempo, lo sguardo le cadde sulla piccola targhetta dorata che vi era attaccata.

Simon & Sylvia.

Non riusciva a crederci. Gli Amanti di Lisdoonvarna avevano creato il proprio parchetto, con la loro panchina e il singolo albero. Era assurdamente romantico.

Keira decise allora che tutto ciò che avrebbe dovuto fare era rimanere sulla panca ad aspettare che arrivassero. Di certo prima o dopo sarebbero passati di lì. Quindi doveva solo essere paziente. Non era come se avesse altri posti dove andare.

Aspettò e aspettò, di tanto in tanto sentendosi sciocca, e in altri momenti in uno stato di calma zen per via della sua abilità di rimanere paziente. L’aria divenne più fredda mentre il sole iniziava a calare. Presto la gente si sarebbe riversata in strada, uscendo dai loro hotel e i bed & breakfast per una notte di festeggiamenti. Ma Keira restò dove era. Aveva già sentito le loro storie. Ora voleva quella di Simon e Sylvia, certa che sarebbe stata quella che le serviva per concludere l’articolo.

Doveva essersi addormentata a un certo punto perché all’improvviso si accorse di due volti che la scrutavano. Si raddrizzò a sedere per la sorpresa, con la schiena che le doleva. Per quanto tempo era stata a russare su quella panca?

Solo allora Keira si accorse che i due volti che la stavano studiando, un uomo e una donna di una certa età, erano familiari. Era la coppia anziana che aveva visto alla corsa dei cavalli con i carri, quando lei e Shane erano ancora stati amici, prima che rovinasse tutto, costringendosi a ricevere un altra ferita sul cuore, vicina a quella causata da Zach.

“Voi non siete Simon e Sylvia, vero?” chiese Keira.

L’uomo e la donna si guardarono l’un l’altra.

“Certo che sì,” disse Simon, sorridendo. “Dobbiamo essere famosi, Sylvs, se ci conoscono anche dall’altra parte del mondo.”

La donna ridacchiò. “Era ora. Lo sai che ho sempre voluto andare da Oprah.”

“Vi stavo cercando,” esclamò Keira. “Sono una giornalista, sto scrivendo un articolo sul Festival dell’Amore. E voi siete la coppia d’ora, il suo fiore all’occhiello.”

Sylvia sembrò illuminarsi ancora di più quando sentì quelle parole. “Siamo famosi sul serio, Si!”

“Posso farvi qualche domanda?” chiese Keira.

“Ma prego.”

Si sedettero ai suoi due lati, circondandola. Era quantomeno imbarazzante.

Keira tirò fuori il taccuino e la penna. Poi si fermò.

“Devo essere onesta,” annunciò. “L’articolo che sto scrivendo non è un pezzo molto lusinghiero.”

Simon allora si accigliò, confuso. “Perché no?”

“Oh no,” aggiunse Sylvia. “È una cinica.”

Simon sembrò triste per lei. “Mi spezza il cuore il comportamento dei giovani d’oggi. Nessuno ha fiducia in nessun altro. Nessuno cerca di far durare più i rapporti. Pensano che sia tutto lussuria e passione. Ma quelle durano solo i primi anni. Poi inizia il vero lavoro.”

Keira iniziò a scrivere le sue parole. “Quindi hai trovato il matrimonio un duro impegno?”

Al che Sylvia rise. “Santo cielo, no! Non duro. Ma sì, un impegno. Ma l’impegno è gratificante. Sono certa che anche tu sarai d’accordo.”

Keira non ne era più certa. Aveva trovato tutta quell’esperienza estenuante e faticosa. Ma continuava a importarle di più la carriera che la sua vita amorosa.

“Immagino di sì,” ammise.

“E anche quando si fa dura,” continuò Simon, “non ti infastidisce perché vuoi che funzioni. Nella coppia entrambi lavorate per lo stesso scopo, per il successo del matrimonio.”

Keira annotò come i due sembravano condividere gli stessi pensieri, e come uno li iniziasse e l’altra li concludesse. Era come se fossero stati insieme tanto a lungo da aver dimenticato dove cominciava uno e finiva l’altra.

“Immagino di essere più interessata alle parti difficili,” disse Keira. “Entrambi avete detto di esservi impegnati durante la relazione. Che cosa è stato complicato per voi?”

“La maggior parte delle cose,” disse Sylvia, con gli occhi che le brillavano per il divertimento. “Ci sono stati molti compromessi. Dovevamo dipingere la cucina di verde o di blu? Avremmo dovuto invitare sua madre per Natale o la mia?”

“Dovete aver avuto altri screzi, a parte questi,” disse Keira. Le sembrava molto banale. “Sylvia, dimmi, hai dovuto scegliere tra la maternità e la carriera?”

“Oh, sì,” disse la donna. “Per un po’, quando i bambini erano piccoli e avevano bisogno di me. Ero un’infermiera, vedi. Ma quando arrivi alla mia età e ti guardi indietro, una pausa di cinque anni nella carriera non sembra una gran cosa. Niente di importante.”

Keira prese appunti, poi guardò Simon. “E tu hai apprezzato il sacrificio fatto da Sylvia per dare alla luce i vostri figli?”

“Ma certo!” esclamò lui. “I nostri figli significano tutto per me, per tutti e due.”

“Anche Simon ha fatto dei sacrifici, durante quel periodo,” aggiunse Sylvia. “Ha dovuto lavorare doppiamente duro per supportare la famiglia. Entrambi siamo scesi a compromessi per fare ciò che volevamo.”

Keira cercò i lati negativi nella loro storia, di leggere il male tra le righe, ma erano troppo maledettamente piacevoli. Condividevano un atteggiamento tranquillo che doveva derivare da anni di pazienza e compromessi.

Ripiegò all’indietro la copertina del taccuino. “Pensate di essere entrambi persone migliori per esservi trovati a vicenda?” chiese.

Non lo domandava più per l’articolo, ma per se stessa, per la sua stessa curiosità. Aveva sempre pensato che mettere su famiglia significasse arrendersi. Impegnarsi per sempre con una sola persona era come cedere una parte di sé. Ma stava cominciando a capire che non doveva essere così, che unirsi alla persona amata in matrimonio rendeva entrambi più forti, migliori, più gentili. C’era una forza nell’unione. Semplicemente prima non se n’era mai accorta.

Simon e Sylvia si scambiarono un sorriso.

“Certo che sì,” affermarono in coro.

Keira riusciva a vedere l’amore e l’adorazione nei loro occhi mentre si lanciavano uno sguardo. L’aveva già visto prima, negli occhi di Calum e Eve quando si guardavano. E nella coppia che aveva visto alla gara dei cavalli con i carri, la donna polacca e il suo nuovo fidanzato.

L’aveva visto anche in qualcun altro, e cioè negli occhi di Shane quando lo aveva guardata. Era stata sul punto di trovare il vero amore, solo per rovinare tutto dando la priorità al suo articolo sarcastico? Aveva fatto ciò di cui l’aveva accusata Zach, aveva dato più di sé a Joshua che alla loro relazione?

“Ho bisogno di un consiglio,” ammise all’improvviso.

“Chiedi pure,” disse Simon. “Nel corso degli anni siamo diventati una specie di posta del cuore, non è vero, Sylvs?”

La donna annuì per confermare.

“Credo di aver trovato qualcuno,” spiegò Keira. “Una brava persona. Ma ho ferito i suoi sentimenti. Ho detto delle cose orribili.”

“Ti sei già scusata?” chiese Simon. “La parola scusa fa miracoli. È una delle più grandi lezioni che si imparano durante il matrimonio, che anche quando sei certa di avere ragione, spesso hai torto!”

“Non ne ho ancora avuto l’occasione,” disse Keira, cupa. “Mi sta ignorando. Non lo vedo dal litigio.”

“Lo hai chiamato?” chiese Sylvia.

“Non risponde al telefono,” disse. “E anche se lo facesse, non ho idea di che cosa potrei dirgli per convincerlo a perdonarmi.”

“Sii sincera,” la esortò Simon. “Parla con il cuore. Se le tue intenzioni sono pure, lui riuscirà a capirlo. Che poi reagisca o meno è una questione diversa, e non è una cosa che possiamo garantirti. Ma se gli dai l’occasione di perdonarti riuscirai a dormire più tranquilla, sapendo che hai fatto tutto in tuo potere per fare ammenda.”

Keira spostò lo sguardo da Simon a Sylvia e viceversa. Il loro saggio consiglio le risuonò nelle orecchie. Non avrebbe potuto aggiungerli al suo articolo. Erano davvero innamorati. E più che in ogni altro momento del suo viaggio in Irlanda, si rese conto di credere veramente all’amore. Non solo come qualcosa che poteva succedere, non come un compromesso fatto per paura della solitudine, ma come una cosa pura e bellissima che doveva essere nutrita, adorata e curata come un giardino.

Keira si alzò dalla panchina, improvvisamente motivata.

“Grazie, ragazzi,” disse. Fece per correre verso il St. Paddy’s Inn, ma si girò rapidamente e aggiunse: “Buon anniversario!”

Mentre la salutavano, Keira si avviò, di nuovo piena di energia e uno scopo. Perché voleva quello che avevano loro. Voleva un anniversario d’argento e uno d’oro. Voleva il compromesso e il sacrificio. Il rispetto e la pazienza. Voleva crescere e provare tutto ciò che l’amore, il vero amore, aveva da offrire. E sapeva con chi voleva provarlo. Doveva solo convincerlo a fare lo stesso.

CAPITOLO SEDICI

Mentre Keira correva verso il bed & breakfast, udì il telefono che le squillava nella borsa. Lo prese, chiedendosi se Shane la stesse finalmente richiamando, come se in qualche modo fossero connessi telepaticamente. Invece era il nome di Joshua quello che vide lampeggiare sullo schermo.

Alla fine si era deciso a gridarle addosso. La sua dose di antidolorifici per la gamba rotta doveva essere stata ridotta.

Riprendendo fiato, Keira rispose alla chiamata.

“Tic tac, Keira,” esordì minaccioso Joshua, senza neanche prendersi la briga di salutare. “Non sei neanche lontanamente vicina alla conclusione. Dove è la mia bozza finale? Devo vedere come viene tutto insieme con l’appuntamento disastroso che ti ha organizzato il sensale.”

Il consiglio di Simon e Sylvia risuonava ancora nelle orecchie di Keira. Prese una decisione su due piedi. Non avrebbe più assecondato le richieste di Joshua. Non ci credeva, e l’articolo sarebbe sembrato falso. Doveva scrivere con il cuore, raccontare la sua verità. Avrebbe cancellato tutto ciò che aveva scritto fino a quel momento e avrebbe iniziato da capo. Avrebbe scritto qualcosa di cui potesse essere fiera. Avrebbe abbandonato l’ironia, il sarcasmo, l’arroganza accondiscendente. Perché quel posto le aveva insegnato qualcosa di molto più importante. Il potere dell’amore.

“Non sono riuscita ad averlo, ricordi? Si è rifiutato di trovare un uomo per me.” Sorrise tra sé e sé quando lo disse, capendo che cosa aveva fatto William quando non le aveva trovato un partner. Le aveva impedito di cadere nelle stesse trappole di sempre, di perdere tempo con persone inadatte. Sapeva davvero che cosa stava facendo e Keira era finalmente disposta ad accettarlo.

“Allora come finirai l’articolo?” gridò Joshua, con vice esasperata.

“Non preoccuparti. Ho qualcosa in mente che ti lascerà senza parole.”

Era certa che sarebbe stato così. Solo non nel modo in cui lui si aspettava.

“Prima dimmi di che cosa si tratta,” le ordinò. “Voglio essere certo che tu stia prendendo la direzione giusta.”

“Ho appena incontrato una coppia che si è sposata qui,” spiegò Keira. “Gli Amanti di Lisdoonvarna, li chiamano.”

“Okay, e quindi? Quale è il problema? Sono entrambi orrendamente brutti? Ex-truffatori? Quale è la loro storia? Come la racconterai?”

Keira nascose un sorriso. “Diciamo solo che avevano degli aneddoti interessanti e dei consigli per una giovane donna.”

“Che sarebbe…?” la sospinse Joshua. Non sembrava che ci stesse cascando.

Proprio in quel momento raggiunse il bed & breakfast. “Senti, vuoi che scriva questo pezzo o che ne parli e basta? Perché so cosa sarebbe meglio che facessi.”

Joshua emise un grido infuriato. “Va bene, Swanson. Fai quello che ti pare. Lo hai sempre fatto. Dio, se potessi tornare indietro nel tempo per impedire a quel caffè macchiato di cadere e alla mia gamba di rompersi, avrei fatto in modo che questo incarico non ti fosse MAI affidato! Porti solo guai. Ho dovuto controllare ogni minimo dettaglio di questa cosa dal mio letto!”

Keira si limitò a roteare gli occhi. Aveva sentito abbastanza lamentele da parte di Joshua.

Alla fine riuscì a chiudere la chiamata ed entrò nel pub affollato. Orin era dietro al bancone del bar, come al solito. Alzò lo sguardo, e poi lo distolse di nuovo non appena la vide entrare. Keira aveva preso l’abitudine di nascondersi da lui, imbarazzata, e di scappare nella sua camera. Ma quella volta si avviò con sicurezza verso il bar.

“Che cosa posso darti?” chiese Orin, sembrando sorpreso di trovare Keira davanti a lui.

“Volevo scusarmi,” disse lei, incoraggiata dalle parole di Simon e Sylvia. “Mi dispiace moltissimo per quello che ho scritto. Stavo cercando di ottenere l’approvazione delle persone sbagliate, come il mio capo a New York. Ma ho capito che fare delle cose per convincere gente cattiva ad approvarti è come essere cattiva io stessa.”

Orin la guardò intentamente, come per assorbire le sue parole. Keira si sentiva sempre più felice ogni secondo che passava. Scusarsi, ammettere la sua colpa, era catartico.

“Volevo che fossi il primo a sapere che non pubblicherò più l’articolo,” continuò. “Lo ritirerò. Il mio editore ha la bozza più recente, ma è un’amica. Le chiederò di cancellare la sua copia così che il mio capo non possa averla. Sarà completamente eliminato, tutto quello che ho scritto.”

Allora Orin si accigliò. “E invece che cosa farai? È comunque il tuo lavoro.”

“Non mi importa,” disse lei, e con sua sorpresa si accorse che diceva sul serio. Non le importava veramente. Non voleva scrivere articoli inutili e sgradevoli solo per fare buona impressione su Joshua. “Anche se mi costasse il lavoro, preferirei la tua amicizia e rispetto a quelli di Joshua!”

Orin sorrise all’improvviso. Uscì da dietro il bancone e la abbracciò stretta. Keira sentì di nuovo quell’ondata di amore paterno che aveva perso quando aveva tradito la sua fiducia.

“Sono molto felice si sentirlo, Keira,” disse. Poi la liberò dall’abbraccio. “Ma lo sai chi ha davvero bisogno delle tue scuse? Qualcuno che probabilmente sta vivendo nella speranza di un tuo ripensamento prima che parta?”

“Shane,” finì Keira per lui.

Orin annuì. “Shane. Dovresti chiamarlo.”

Keira si morse il labbro, pensando al messaggio che gli aveva lasciato sulla segreteria telefonica. Era stato inadeguato. Non aveva nemmeno accennato a delle scuse vere e proprie.

“Lo so,” ammise. “Ma gli ho lasciato un messaggio e lui non ha risposto alla mia telefonata. Non credo che voglia sentirmi mentre lo imploro di perdonarmi.”

Orin la guardò severo. “Un messaggio? Ti arrendi dopo un unico contrattempo?”

“Non voglio sembrare una stalker,” si lamentò Keira.

“Preferisci rischiare che pensi che non te ne importa niente? Perché potrebbe pensare che sia così, invece.”

Orin aveva ragione. Un solo messaggio in segreteria era patetico. Doveva dimostrare a Shane quanto teneva a lui. E stava esaurendo il tempo che aveva per farlo.

CAPITOLO DICIASSETTE

A piano di sopra, nella sua stanza, Keira aveva il telefono stretto in una mano tremante e stava cercando di calmare il suo respiro affannato. Fece il numero di telefono di Shane, desiderando che rispondesse, che smettesse di tenerla a distanza. Ma non fu così. Ripartì la segreteria telefonica.

“Shane, sono di nuovo io. Lo so che non vuoi parlare con me, ma ascoltami, va bene? Devo dirti così tante cose. So che non c’è niente che io possa dire per cambiare le cose, e capirò se non vorrai accettare le mie scuse. Ma io tengo davvero tanto a te, Shane. E domani partirò. Non voglio che ci separiamo così, malamente. Ho bisogno di farti sapere quanto mi dispiace. Vorrei tornare indietro nel tempo e non scrivere una singola parola di quel pezzo tremendo. Mi sbagliavo. Mi stavo comportando come la snob che tu pensavi che io fossi. Ma è tutto cambiato adesso. Ti prego, parliamone. Non voglio andarmene senza salutarti come si deve.”

Riappese. Lasciare quel messaggio era stato estremamente difficile. Ma Simon e Sylvia non le avevano detto che la miglior linea d’azione era l’onestà? Era sembrata nervosa perché lo era, e non c’era niente di sbagliato nel farlo sapere a Shane.

Si sedette sul letto e fissò il telefono, facendo respiri profondi. Non era mai stata tanto tesa, non quando Zachary si era infuriato dopo che gli aveva detto che sarebbe partita per l’Irlanda, nemmeno quando Joshua l’aveva chiamata e insultata di fronte a tutto lo staff. Ora capiva che era perché non le importava di nessuna di quelle cose neanche la metà di quanto fosse stata convinta. E invece le importava davvero di Shane. Perché ci aveva impiegato tanto a capirlo? Ad accettare i suoi sentimenti per lui? Si era praticamente ridotta all’ultimo secondo! Se Shane non avesse richiamata quello stesso giorno sarebbe stato troppo tardi. Il giorno seguente sarebbe tornata a casa e non avrebbe avuto più occasioni di fare ammenda.

Intrecciò le dita e fissò il telefono, cercando di costringerlo mentalmente a suonare. Cosa che all’improvviso fece.

Il cuore le saltò in gola. Afferrò il telefono, ma non era Shane a richiamarla. Era Zachary.

Vedendo il suo nome si infuriò immediatamente. Come osava chiamarla?

Stava per rifiutare la telefonata, non volendo né sentire la voce di Zach né occupare la linea in caso Shane avesse deciso di richiamarla, ma si fermò per un breve istante di riflessione. Perché Zachary la stava chiamando? Le cose tra di loro erano finite male. Che si rifacesse vivo dopo tutte quelle settimane di silenzio la preoccupava. Forse aveva qualcosa a che fare con l’appartamento che avevano affittato insieme? E se fosse stato qualcosa di peggio, come una malattia che avesse colpito sua madre o sua sorella? E se gli fosse stato diagnosticato un male incurabile?

Rendendosi conto che si stava agitando con quelle illazioni, Keira accettò con riluttanza la chiamata.

“Non credevo che mi avresti risposto,” disse Zach.

Era strano sentire di nuovo la sua voce.

“Non ero sicura che l’avrei fatto,” rispose lei. “Non sei esattamente la persona che vorrei sentire ora.”

“È un po’ crudele,” disse Zach.

“Lo è?” Lo sfidò Keira. “Ti aspettavi veramente che sarei stata cordiale dopo il modo in cui mi hai trattata?”

Zach sospirò. “Non ti sto chiamando per rivangare il passato.”

“Certo che no!” esclamò Keira. “Ti getterebbe in cattiva luca, se non ricordo male.” Si scoprì improvvisamente furibonda. Tutta la rabbia che aveva avuto dentro di sé in quelle settimane emerse bruscamente.

“Keira, puoi stare zitta per un secondo?” Disse Zach. “Devo parlarti.”

Lei fu sul punto di riprenderlo per la sua maleducazione, ma quel tono di voce la preoccupò. “Che cosa è successo? Va tutto bene?”

La sua mente partì ai mille all’ora immaginando tutte le cose tremende che avrebbe potuto dirle. Per quanto odiasse Ruth, non le piaceva comunque l’idea che fosse morta all’improvviso in un incidente d’auto.

“Sì. È solo che, beh, domani tornerai a casa, vero?”

Sembrava nervoso. Keira si chiese il perché.

“Atterro domani a mezzogiorno del fuso orario di New York. Ma non preoccuparti, non verrò all’appartamento se ti sembra strano. Posso stare da Bryn per un po’ e poi organizzare un momento per venire a riprendere la mia roba.”

Ci fu silenzio dall’alto capo della linea. Poi Zach parlò di nuovo.

“È questo il fatto, Keira,” disse. “Sto pensando se non sia troppo frettoloso che tu faccia le tue valige e ti trasferisca altrove. Voglio dire, non ci siamo nemmeno rivisti dopo esserci lasciati o qualcosa così.”

Keira si accigliò, confusa. “È una cosa nuova delle relazioni moderne che mi è sfuggita?” chiese sarcastica. “Non sapevo che fosse usanza incontrarsi faccia a faccia dopo una rottura.”

“Penso solo che sarebbe una buona idea. Voglio dire, a telefono potrebbero essere state dette cose che non si intendevano, nella furia del momento.”

Keira era sempre più perplessa. “Ti stai riferendo a qualcosa di specifico?”

Un’altra lunga pausa.

“Voglio dire, come facciamo a sapere che è davvero finita se tu sei stata via per tutto un mese? Non ci siamo visti né parlati, a dir la verità. Potremmo pensarla diversamente se ci rivedessimo un’altra volta.”

“Non credo che la penserò diversamente a proposito del tuo tradimento,” sbuffò lei. “No, potrei essere persino più arrabbiata se ti vedessi di persona. Potrebbe rendermi più facile immaginare la scena.”

“Keira, per favore,” disse Zach, “È molto difficile per me.”

“Che cosa c’è di difficile?” esclamò lei, esasperata. “Non mi stai dicendo niente.”

“Sono stato piuttosto chiaro,” ribadì Zach.

“No, che non l’hai fatto!” Non riuscì a evitare di pensare al consiglio che le avevano dato Simon and Sylvia a proposito delle scuse, dell’accettare i propri difetti rendendosi conto di avere spesso torto, e di parlare onestamente e dal cuore. Zach sembrava incapace di fare tutto ciò.

“Sto dicendo che dovremmo riprovarci,” disse lui alla fine. “Vedere come vanno le cose. Torna all’appartamento e beviamo insieme qualcosa, che ne dici? Parliamoci faccia a faccia.”

Il cipiglio di Keira si approfondì. “Vuoi dire tornare insieme?” Non riusciva a credere a quello che aveva sentito. Era spiazzata.

“Certo,” rispose Zach, “Forse.”

La sua evasività la stava irritando. Non riusciva nemmeno a dire un sincero ‘sì’ perché sarebbe stato un modo indiretto per ammettere che aveva avuto torto fin dall’inizio. Non che per lei avrebbe fatto alcuna differenza. Con Zach aveva chiuso. Quella telefonata non era altro che una conferma di ciò che sapeva già.

“Perché diavolo vorrei fare una cosa del genere?” disse. “E perché vorresti farlo tu, a ben pensarci? Non sarò mai il tipo di ragazza che tu hai bisogno che sia. Lo sai, priva di ambizione. Che mette le tue necessità sopra le mie.”

“Non ho mai voluto che tu fossi così,” scattò Zach. “Sono sempre di sostegno alla tua carriera.”

Keira non riuscì a trattenersi dallo scoppiare in una risata. “Già, perché dare a qualcuno un ultimatum tra l’accettare una fantastica occasione di lavoro o rimanere insieme a loro è l’azione di un fidanzato molto solidale.”

“Adesso mi prendi in giro. Non ho mai dato un ultimatum.”

Keira gettò le braccia al cielo, esasperata. Zachary sembrava avere l’abilità di riscrivere la storia ogni volta che desiderava, per supportare qualsiasi posizione ne avesse bisogno. Era assurdamente irritante.

“Credo di sapere che cosa è successo,” disse. “La tua storiella con Julia è finita e ora ti stai chiedendo con chi altro te la potrai spassare. Beh, ascoltami bene. Non sarà con me.”

“Ora sei volgare. Non si tratta solo di sesso. Quello che c’era tra di noi era fantastico.”

Ed ecco che lo rifaceva, reinventava il passato.

“Forse per te,” disse seccamente Keira. “Ma non per me.”

“Senti, ecco che cosa ti propongo,” disse Zach, come se non la stesse affatto ascoltando. “Ti vengo a prendere in aeroporto. Possiamo berci un caffè e mangiare qualcosa per pranzo. E parliamo come due persone adulte.”

Lei fece un profondo respiro. “Zach, non succederà. Sei letteralmente l’ultima persona che voglio vedere quando tornerò a New York.”

“Ora stai esagerando,” controbatté lui. “Vediamo solo come va stando di nuovo insieme. Sono certo che voleranno ancora le scintille.”

“Non mi stai ascoltando,” gridò Keira, mentre le ultime briciole della pazienza che le rimanevano svanivano nel nulla. “NON voglio più stare con te. NON voglio vederti, parlarti o prendere un maledetto caffè con te. Perché io NON ti amo.”

“Non ti sto chiedendo di amarmi,” rispose Zach. “Non è come se l’amore facesse parte della faccenda in precedenza.”

“Allora che senso ha?” gridò Keira, capendo una volta che l’aveva detto quanto fosse vero. “Perché dovrei prendermi la briga di stare con qualcuno se non è davvero importante per me?”

Il volto di Shane si materializzò nella sua mente mentre lo diceva. Il suo desiderio per lui crebbe.

“Perché ci divertivamo,” rispose Zach. Aveva preso a parlare più rapidamente, il nervosismo chiaro nella sua voce. Forse finalmente stava comprendendo.

“È questo il punto,” disse Keira. “Insieme non ci divertivamo. In effetti eravamo decisamente incompatibili. Se non ami qualcuno dopo essere stato con lui per due anni non lo farai mai, e non perché l’amore nel mondo moderno è diverso, è perché… semplicemente tra di noi non c’era. Mi dispiace, Zach, ma ora l’ho capito.”

“Non capisco,” rispose Zachary. “Sei all’estero da un mese e cosa, hai trovato te stessa? È un po’ cliché, non credi?”

Lei si rese conto di quanto poco le importasse delle sue critiche. Mantenerlo felice non era più neanche lontanamente tra le sue priorità.

“Forse per te,” disse. “Ma non mi importa. È come è. Sono cambiata. E tra di noi è finita. Io e te. Definitivamente.”

Ma sembrava che Zach non stesse recependo il messaggio. “Che ne dici se ti lascio un paio di giorni per riacclimatarti a New York?” suggerì con voce speranzosa.

“NO!” gridò Keira. “Ascoltami. Sto dicendo di no. Non ti amo. Non l’ho mai fatto e non lo farò mai. Sono innamorata di qualcun altro.”

Quelle parole le sfuggirono dalle labbra, e lei rimase a bocca aperta, sconvolta e sorpresa di udire se stessa. Ma era vero, giusto? Era innamorata di Shane. Era quello che aveva scoperto da quando era arrivata lì. L’amore era reale, perché lo aveva trovato in lui.

“Chi?” volle sapere Zach.

“Nessuno che conosci.”

“Qualcuno in Irlanda?” Il suo tono era cambiato. Keira sentiva lo scherno nella sua voce. “È destinata a finire male, non credi?”

Keira scrollò le spalle e prese un profondo respiro. “Immagino di sì.” Non era rimasto nient’altro da dire. Amare Shane ma non poter stare insieme a lui non significava che sarebbe tornata da Zachary. Non sarebbe mai stato così. “Ora devo andare. Addio, Zach.”

Chiuse la telefonata prima di sentire la sua risposta.

Risedendosi sul letto, Keira fissò di nuovo il telefono che aveva in mano. Ma non lo avrebbe più supplicato mentalmente di suonare. Ne aveva avuto abbastanza di sedere immobile nella sua camera aspettando che Shane abboccasse all’amo. Aveva ammesso a se stessa di amarlo. Non poteva più rimanere lì a sperare che decidesse di farsi vivo. Non aveva più tempo. Lui doveva saperlo, e lei doveva dirglielo.

Si alzò e uscì dalla camera, poi corse giù per le scale. Nel pub, fece un cenno a Orin dietro al bancone del bar.

“È andato a casa, vero?” gli chiese. “Da sua madre e da suo padre?”

Il volto di Orin si contorse per l’indecisione. “Mi ha detto di non fartelo sapere.”

Ahia. Quello la ferì. Ma Keira era determinata.

“Non me l’hai detto tu. L’ho capito da sola. Tu hai solo fatto di sì con la testa.”

Orin guardò a destra e a sinistra, come per controllare che non ci fossero testimoni. Poi annuì rapidamente.

Keira gli sorrise, trionfante. Poi si affrettò fuori dal pub, armata di tutto ciò che le serviva: una destinazione, un obiettivo e il cuore palpitante.

CAPITOLO DICIOTTO

Keira stringeva tra le mani il volante della sua auto a noleggio. Riusciva a ricordare solo vagamente dove doveva andare grazie ai buffi cartelli dei nomi delle città, che la facevano ripensare a come Shane aveva mandato le foto a Bryn e a Nina per lei, e a come avevano riso insieme quel giorno. Si stava comportando come una matta, viaggiando verso un posto che aveva visitato una volta sola, per presentarsi alla porta di un uomo che conosceva da meno di un mese per confessargli il suo amore? Già, sembrava decisamente folle nella sua testa. Se solo Bryn l’avesse vista in quel momento.

Era mezzogiorno e Keira si accorse che non aveva pranzato e non aveva alcun modo di procurarsi del cibo nelle prossime ore. Ma non le importava. Poteva fare a meno del sostentamento.

Il viaggio sembrò durare per sempre. Tutta l’adrenalina che le attraversava il corpo non aiutava, dato che aveva l’effetto di far sembrare più lento il passaggio del tempo. Di tanto in tanto controllava il telefono, sperando che Shane la richiamasse e tranquillizzasse almeno in parte la sua paura di essere rifiutata. Ma non fu così. Si chiese se avesse ascoltato il suo messaggio vocale più recente, e se l’aveva fatto che cosa ne aveva pensato. La odiava? Sarebbe rimasto poco colpito, o persino offeso, quando lei si fosse presentata a casa sua come una donna posseduta? Ma poi ripensò a Simon e Sylvia, al loro consiglio, le loro parole e il loro amore. Erano loro a spingerla a continuare. Tutti i suoi ricordi del festival confluirono insieme nella sua mente, ognuno un gradino che l’aveva portata più vicina a quel punto, trasformandola sempre di più in un’inguaribile romantica.

Impiegò in tutto quattro ore per ritrovarsi in una strada che riconosceva, la via principale del paesino di Shane. Ricordò le battute che aveva fatto sui diversi luoghi della città. L’‘ufficio postale’. Il “nightclub”. L’asino Doris. Il cuore le sobbalzò nel petto per l’anticipazione.

Si contorse nel sedile, alla ricerca dell’unica stradina sterrata che portava alla fattoria di famiglia. Tutto sembrava uguale alla volta precedente: strade che erano poco di più che solchi fangosi lasciati dalle ruote di trattori. Poi all’improvviso la vide. Non era certa di che cosa le disse che quella era la strada che stava cercando, dato che era identica alle ultime tre che aveva superato, ma qualcosa dentro di lei la chiamava, e lei l’ascoltò.

Girò il volante sulla sinistra e il motore borbottò in segno di protesta dato che non aveva cambiato la marcia. Di conseguenza si ritrovò a sfrecciare sulla sterrata a una velocità tremendamente eccessiva.

Davanti a sé notò qualcosa che bloccava la strada. Ebbe a malapena il tempo di pigiare il piede sul freno. L’auto si fermò di colpo dietro a un intero gregge di pecore.

Keira fu sbalzata in avanti, tirando la cintura con il petto. Poi rimbalzò all’indietro sullo schienale del sedile. Sentì l’auto spegnersi, poi cadde il silenzio.

Si prese un istante per controllare come stava, per respirare e accertarsi di non aver niente di rotto, nell’auto o nel proprio corpo. Certa di essere tutta intera, Keira lanciò un’occhiata fuori dal parabrezza verso i didietro di un centinaio di pecore. Passare in mezzo a loro era impossibile.

Senza perdere un secondo a meditare sulla sua mossa seguente, Keira aprì la portiera e balzò fuori dall’auto, abbandonandola al centro della sterrata. Dovette strisciare lungo le siepi per riuscire a superare le pecore, che sembravano muoversi come una lenta fiumana. L’odore era poco gradevole, e le pecore non sembravano gradire la sua intrusione. Keira non si era mai accorta di quanto sembrassero minacciose da vicino. La fissarono cautamente, e lei non poté fare a meno di pensare che la stessero squadrando. Deglutì e continuò a spintonarle per superarle.

Presto si ritrovò al centro del gregge. Ovunque guardasse c’era solo lana bianca, così tanta che non riusciva a vedere al di sotto della sua vita. Però sentiva le palline di cacca di pecora che si sfaldavano sotto i suoi piedi.

Alla fine trovò la luce in fondo al tunnel. Era quasi alla fine del gregge. Usò le braccia per aiutarsi a oltrepassare gli animali, come se si stesse dando la spinta in mezzo all’acqua. Poi all’improvviso fu libera. Non perse tempo e corse per il sentiero fino alla casa.

Quando arrivò all’abitazione, ansimava per la fatica. Era coperta di sudore e l’odore di cacca di pecora l’aveva seguita fino a lì. Quando abbassò lo sguardo vide che i suoi jeans ne erano coperti, saturati fino alle caviglie. Ma anche se sapeva di avere l’aspetto di qualcosa emerso da una palude, non si scoraggiò.

Si lanciò verso la porta del casolare e iniziò a bussare.

La porta si aprì e all’ingresso si parò Hannah. Spalancò gli occhi quando vide l’aspetto di Keira.

“Keira?” esclamò. “Sei tu?”

Keira fece un profondo respiro, cercando ancora di riprenderlo dopo la sua corsa fino a lì. Tutto ciò che riuscì a fare fu annuire.

“Che cosa ti è successo?” gridò Hannah.

Lei ansimò a fatica la parola ‘pecore’. Puntò con il pollice la strada alle sue spalle.

“Oh, no,” disse Hannah, guardando lungo la sterrata. “Le pecore sono scappate di nuovo.” Lanciò uno sguardo dietro di sé, dentro al casolare. “Papà! Le pecore sono scappate!”

Keira agitò le braccia, cercando di attirare l’attenzione della ragazza. C’era in ballo una faccenda molto più importante delle pecore in fuga!

“Shane,” riuscì a balbettare. “È qui?”

Hannah si interruppe e la fissò sospettosa. “Forse…”

Keira si raddrizzò a fatica, il dolore nel suo fianco acquietato.

“Gli puoi dire che sono qui?” chiese. “Hannah, ti prego? Ho fatto un casino, lo so. Ma devo davvero parlare con lui.”

Hannah incrociò le braccia per sembrare più minacciosa. Era troppo carina perché avesse effetto, ma Keira non glielo avrebbe detto.

“Ci penserò,” disse stringendo le labbra. “Ma non ti prometto niente.”

Chiuse la porta, lasciandola sui gradini della veranda. Keira tese le orecchie oltre l’ingresso, sentendo i rumori dall’altra parte, e il suono delle sorelle di Shane che discutevano animatamente.

La porta si aprì di nuovo e rivelò Calum, con tanto di stivali e il cane da pastore della famiglia ai suoi piedi.

“Ciao, Keira,” disse, sorridendo apertamente. “Sto andando a risolvere il problema delle pecore fuggite.”

Poi si avviò in fretta lungo la sterrata. Keira guardò attraverso la porta aperta e vide le sei sorelle di Shane nel corridoio luminoso e caldo, strette insieme con aria cospiratrice, che parlavano rapidamente.

“Ma Shane ha detto che non vuole vederla,” stava dicendo Neala.

“È stato solo nella foga del momento,” replicò Mary. “Cambierà idea quando saprà che ha fatto tutta questa strada per lui.”

“Dovremmo almeno dirgli che è qui,” concordò Elaine.

“Ma avete visto anche voi quanto si è arrabbiato quando ha ricevuto il suo messaggio in segreteria,” aggiunse Siobhan.

Keira si sentiva in colpa a origliare in quella maniera. Tossicchiò per annunciare la sua presenza. Le sorelle si voltarono, allarmate a vederla davanti al loro ingresso.

“Scusate,” disse lei scrollando le spalle. “Vostro padre doveva sistemare la faccenda delle pecore e ha lasciato la porta aperta.”

Tutte e sei le sorelle la fissarono. Alla fine fu Neala a parlare.

“Keira, dovresti andartene,” disse. “Shane non ti vuole vedere.”

Ma poi Hannah la interruppe. “Ragazze, dovremmo darle una possibilità. Non credete?”

Ci fu un momento in cui le sorelle si scambiarono sguardi, mordendosi le labbra e meditando. Poi alla fine cedettero.

“Suppongo stia a lui,” disse Aisling facendo spallucce.

Hannah sembrò emozionata mentre correva a recuperare Shane. Keira si sentiva un nodo allo stomaco al pensiero di rivederlo, dopo il modo tremendo in cui si erano lasciati.

E all’improvviso lui fu lì, in piedi in cima alle scale.

Vederlo di nuovo spedì un lampo di desiderio attraverso Keira. Le si seccò la bocca, i palmi delle mani presero a sudarle e il suo cure a battere ancora più rapidamente nel petto, rimbombandole contro le costole.

Shane osservò la scena sotto di sé, guardando il gruppo di donne che lo fissava speranzoso dal fondo delle scale. Keira desiderò disperatamente non avere un pubblico. Era già abbastanza imbarazzante così come era.

Shane iniziò a scendere lentamente le scale, avvicinandosi a lei. “Che ci fai qui, Keira?”

La scrittrice guardò i volti delle sorelle, uno dopo l’altro. Tutte la stavano fissando come falchi.

“Potremmo parlare in privato?” chiese.

Shane raggiunse il fondo delle scale e incrociò le braccia “Non credo sia rimasto niente da dire. Penso che tu ti sia già ampiamente espressa con l’articolo.”

“Oh, ma c’è,” esclamò lei. “Fidati di me. Ho così tanto da dire.”

Shane si fermò e sospirò. “Va bene. Ragazze, potreste lasciarci da soli?”

Le sorelle si guardarono l’un l’altra, visibilmente deluse di essere tagliate fuori dal dramma. Ma eseguirono l’ordine e uscirono dal corridoio per entrare in cucina, richiudendosi piano la porta alle spalle. Anche se se ne erano andate, Keira si aspettava che fossero assiepate insieme dall’altra parte della porta per origliare la conversazione, quindi non si sarebbero perse molto.

Con la porta della cucina chiusa, portò tutta la sua attenzione su Shane. Lui sollevò un sopracciglio.

“Beh?”

Keira si fece coraggio. “Non scriverò quell’articolo. Non sono io, non è quello che penso. Stavo cercando di fare colpo sulla persona sbagliata, ma ora so che cosa è importante.”

Shane incrociò le braccia. “Che sarebbe?”

Keira lasciò che le parole sgorgassero dalle sue labbra, la verità, la pura follia dei suoi sentimenti per lui. “Tu, Shane,” balbettò. “Tu e io. È cambiato tutto da quando sono venuta qui, ero solo troppo testarda per capirlo. Non volevo che fosse vero.”

“Che cosa non volevi che fosse vero?”

“Il fatto che mi stavo innamorando di te.”

Le sopracciglia di Shane si sollevarono fino ai suoi capelli. Keira si tese. Non era mai stata più coraggiosa in tutta la sua vita, molto più della volta in cui si era offerta volontaria per l’incarico durante la riunione con Elliot. Era spaventoso ed esilarante allo stesso tempo.

“Tu mi ami?” disse Shane, sembrando sconvolto e incredulo.

Keira alzò le braccia in segno di noncurante rassegnazione. “Già. E domani parto. Non volevo andarmene senza che lo sapessi. E dato che non rispondevi alle mie telefonate, ho deciso di venire qui a dirtelo.”

Non stava andando come Keira aveva sperato. Shane non le stava gettando le braccia al collo né la stava coprendo di baci. Non aveva sorriso e non l’aveva stuzzicata. Il ragazzo allegro di cui si era innamorata non era ancora tornato.

Shane tirò su con il naso. “Che cosa è questo odore?”

“Credo di essere io,” confessò Keira. “Le pecore sono scappate e hanno bloccato la strada. Ho dovuto attraversarle a forza.” Abbassò lo sguardo sui suoi jeans macchiati e si sentì arrossire per l’imbarazzo.

Spostò speranzosa lo sguardo su Shane. Per la prima volta l’uomo permise alla sua dura corazza di incrinarsi, e un sorrisetto divertito gli apparve brevemente sulle labbra. Ma lo nascose subito.

“Devo dire,” iniziò, “che l’attraversamento forzato di un gregge di pecore è il modo più particolare con cui qualcuno mi abbia mai confessato il proprio amore.”

“Particolare in maniera positiva?” chiese con esitazione Keira.

Il sorriso di Shane prese il sopravvento. Sembrava che avesse deciso di smettere di nasconderlo. Poi iniziò a tremare per le risate. Presto prese a ridere rumorosamente e senza alcun controllo. Nonostante tutto, Keira si unì a lui. La risata di Shane era sempre stata contagiosa e in quel momento teso più che mai.

“Sì,” confermò alla fine. “Particolare in modo positivo.”

Fece un passo verso di lei, poi le sfiorò delicatamente un braccio. Keira si sentì accendere da una scintilla.

Alzò lo sguardo nei suoi occhi. “Sono perdonata?”

Shane le prese il mento in una mano. Annuì e abbassò le labbra per incontrare le sue.

Keira si arrese alle emozioni. Sprofondò contro Shane, travolta dal sollievo, dall’amore e dal pentimento per aver quasi rovinato tutto in maniera tanto spettacolare.

All’improvviso la porta della cucina si spalancò e ne uscirono di colpo le sorelle di Shane. Corsero verso i due, ridendo e festeggiando, stringendoli entrambi in un abbraccio.

“Sono così felice che sei tornata,” strillò Hannah. “Avresti dovuto vedere quanto era triste Shane negli ultimi giorni.”

“Posso garantirti che sono stata altrettanto triste,” disse Keira alla sorella più giovane e dolce di Shane.

Neala afferrò la mano di Keira. “Andiamo, beviamo qualcosa per festeggiare.”

Li trascinò in cucina, e le altre li seguirono, allegre ed eccitate.

“Non posso bere,” disse Keira, scuotendo la testa. “Devo tornare indietro in auto.”

“Puoi stare qui,” disse Hannah. “Non è vero, Shane?”

Gli occhi di Shane si spalancarono e il suo volto assunse una tonalità rosa. Keira si intromise, evitandogli l’imbarazzo di dover rispondere a una domanda involontariamente tanto personale.

“Non posso rimanere. Il mio volo è domani quindi devo tornare al bed & breakfast.”

“Anche se guidi, un bicchiere puoi berlo,” insistette Aisling. “Andiamo!”

“Ragazze!” esplose Shane. “Keira non vuole bere. Non costringetela.”

Tutte si ammutolirono attorno al tavolo. Keira guardò verso di lui. Nei suoi occhi scintillavano lacrime.

“Cosa succede?” gli chiese.

Shane guardò verso le sorelle. Quasi come se avessero comunicato telepaticamente, le ragazze sembrarono capire che voleva che se ne andassero. Keira sentì l’orribile sensazione in fondo allo stomaco che qualsiasi cosa stesse per dirle Shane, doveva essere brutta.

Guardò le sorelle che uscivano, desiderando disperatamente che non lo facessero, come se la loro presenza potesse impedirgli di dire qualsiasi cosa fosse che aveva reso la sua espressione tanto cupa.

Non appena se ne furono andate, esalò. “Succede che è l’ultima notte del festival e che domani torni a casa.”

Keira si paralizzò, all’improvviso gelata. Era schiacciata, come se fosse stata in un ascensore che stava precipitando verso il piano terra.

“Che cosa stai dicendo?” sussurrò, sentendosi strozzare dalle lacrime, che le chiudevano dolorosamente la gola. “Pensavo che mi avessi perdonata, e che fossimo di nuovo insieme.”

Shane la fissò con un’espressione sofferente. “Ti ho perdonata. Ma è troppo tardi, non abbiamo più tempo.”

CAPITOLO DICIANNOVE

Il viaggio di ritorno verso Lisdoonvarna fu devastante per Keira. Continuava a vedere nella propria mente l’incontro con Shane, sentendosi incerta e confusa. Era come se avesse rinunciato a lei, come se alla prima difficoltà si fosse arreso. O forse stava solo interpretando la situazione come meglio preferiva? Forse Shane non aveva avuto il cuore di confessarle che non provava gli stessi sentimenti e aveva usato il suo volo del giorno seguente come una scusa. Dopo tutto non aveva detto le parole: “Ti amo.”

Il cielo sempre più buio ben si accordava all’umore di Keira. Mentre guidava lungo le strade tortuose, il suo cuore diventava sempre più pesante. Desiderava non aver aspettato così a lungo per agire secondo i suoi sentimenti per Shane. E desiderava aver gettato via l’articolo non appena aveva iniziato a innamorarsi di lui. Era colpa sua se era finita così, aveva teso una trappola alla loro relazione che non aveva potuto evitare. Aveva rovinato tutto, e cercato di risolverlo troppo tardi. Per certi versi la loro vicinanza era persino peggio che se Shane l’avesse direttamente rifiutata.

Raggiunse il limitare di Lisdoonvarna e trovò le strade piene di gente. Era l’ultimo giorno del festival e chiaramente volevano sfruttarlo al meglio. Prese brevemente in considerazione l’idea di suonare il clacson per costringerli a spostarsi, ma c’erano così tante persone che sarebbe stato inutile. Invece, rallentò l’auto e avanzò piano in mezzo a loro, avendo la sensazione di aver semplicemente sostituito il muro di pecore con uno di umanità sbronza. Esattamente quello che le serviva, nel momento in cui voleva infilarsi a letto e nascondersi si ritrovava circondata da gente.

I festaioli iniziarono a bussarle sul finestrino e a salutarla, cantandole canzoni in preda alla loro gioia alcolica. Keira si sentiva al loro opposto. Mentre il loro festival si stava concludendo tra l’amore e il romanticismo, il suo era finito con un cuore spezzato.

Avanzò lungo la strada, muovendosi a passo di lumaca. A quanto pareva nessuno aveva fretta di andare da nessuna parte. Superò un menestrello e un gruppo di persone che gli ballava attorno, poi una bancarella che vendeva cibo di strada. Durante il percorso si rese conto di quanto le sarebbe mancato quel posto. Non era solo Shane quello di cui si era innamorata, era l’Irlanda. Il pensiero di ritornare a New York la distruggeva.

Quando raggiunse la strada principale, vide che vi erano stati appesi grandi striscioni ad annunciare il ballo finale del festival. Era una festa che sarebbe durata tutta la notte. Lei capì che non avrebbe dormito un minuto e sapeva per esperienza che la mancanza di sonno avrebbe reso anche peggiore il suo umore.

Notò che nella piccola piazzetta ciottolata era già stato approntato un palco, con uno sfondo glitterato e due troni di velluto. Un microfono era stato sistemato al centro del palco e una grande folla di persone già vi era assiepata di fronte, stringendo drink tra le mani e con espressioni piene di speranza. Keira lesse il cartello sopra al palco. C’era scritto: Il Signore di Lisdoonvarna e la Regina del Burren. Si accigliò, confusa.

Proprio allora tutte le persone davanti al palco esplosero in un applauso e una folla avanzò, bloccandola lì dove era. Era completamente circondata. Non aveva letteralmente modo di muoversi. La sua auto era bloccata, come se fosse stata un altro spettatore di qualsiasi cosa stesse per succedere nella piazza.

Sospirò, rassegnata, e abbassò il finestrino. Pensò che tanto valesse la pena sentire che cosa stava succedendo.

Con sua sorpresa, fu William a salire sul palco. Per l’occasione si era vestito elegante, con un abito brillante. La folla iniziò a intonare: “Sensale! Sensale!” William fece loro un cenno modesto, come una celebrità davanti ai propri fan. Aveva tra le mani il suo grosso volume da sensale. Dietro di lui, la segretaria dai capelli di fiamma, Maeve, lo seguiva sul palco. Sembrava un’assistente affascinante nel suo abito verde acceso.

William avanzò fino al microfono. “Questo è il momento che tutti stavate aspettando!” gridò. “L’annuncio dei single più ambiti, l’incoronazione del Signore di Lisdoonvarna e la Regina del Burren.”

Tutti applaudirono fragorosamente.

“Come sempre, abbiamo delle corone per i vincitori di questo premio tanto ambito,” continuò William.

Dietro di lui, Maeve svelò un cuscino di velluto su cui erano appoggiate due corone.

“Senza ulteriori indugi, annuncerò i vincitori.”

Maeve gli tese una busta dorata. William l’aprì.

“La Regina del Burren di quest’anno è… Keira Swanson!”

La folla riprese ad applaudire. Keira si bloccò sul suo sedile. Doveva esserci uno sbaglio. Lei non aveva nemmeno partecipato alla gara! William la stava prendendo in giro?

Quando la folla iniziò a capire che la vincitrice della corona era seduta tra di loro, nella sua auto, iniziò a voltarsi e a intonare un coro, festeggiandola. Keira scosse la testa. L’ultima cosa che voleva era essere trascinata sul palco. Era ancora coperta di cacca di pecora!

Ma la folla non si arrendeva. E anche William aveva preso a chiamarla.

Maeve prese il microfono. “Keira, se non vieni quassù per la tua corona saremo costretti a scendere per mettertela!”

Sentendo di non avere altra scelta, Keira sganciò con riluttanza la cintura e uscì dall’auto. Tutti gridarono e le fecero strada perché arrivasse al palco. Gente che non aveva mai visto prima le diede pacche sulle spalle e le fece le congratulazioni. Keira si sentiva peggio che mai sapendo che così tante persone avrebbero voluto quella corona e che invece era stata lei a vincerla.

Arrivò al palco e Maeve l’abbracciò. Poi lo fece anche William e prese di nuovo il microfono.

“Per tutti coloro che non hanno incontrato la signorina Swanson, è una giornalista di New York City. Quando è arrivata qui, era cinica a proposito dell’amore, del festival e del romanticismo in generale. Spero che questa corona l’aiuti a farle cambiare idea.”

Maeve mise la corona sulla testa di Keira. William non aveva idea di quanto fosse cambiata dall’inizio.

“Ora è il momento di annunciare il Signore di Lisdoonvarna,” disse William al microfono. “Ecco, lui è qualcuno che conoscete bene. Sono anni che desidero incornarlo, ma non ho mai trovato la donna giusta per lui. O almeno, è stato così fino all’arrivo di Keira.”

Keira aveva l’orribile sensazione di sapere che cosa sarebbe successo. Avrebbe annunciato Orin, l’uomo del pub, che lei vedeva come una figura paterna. Sarebbe stato un imbarazzante momento di umiliazione, una punizione per il suo articolo e il suo atteggiamento snob. William doveva aver pianificato quel momento sin dal primo giorno! Senza dubbio anche Orin sarebbe stato allo scherzo. Si imbronciò, pronta all’umiliazione, sapendo che la folla si sarebbe divertita ridendo di lei.

“Il signore di Lisdoonvarna di quest’anno è ovviamente la nostra guida turistica preferita… Shane Lawder!”

Keira spalancò la bocca per la sorpresa. Si voltò verso William con le sopracciglia aggrottate.

“Che cosa?” esclamò.

William diede una pacca sul libro. “Avevo capito che eravate perfetti l’uno per l’altra sin dal primo giorno,” disse.

Keira sgranò gli occhi. “Perché non me l’hai detto?” Volle sapere.

“Avevi un fidanzato, e anche molto da imparare.” William sorrise.

Keira non riusciva a crederci. Sarebbero state diverse le cose per lei e Shane se William avesse svelato loro quel segreto? Le sembrò un altro calcio nei denti, un altro caso di troppo poco e troppo tardi.

“Shane non è qui,” disse tristemente a William. “È tornato a casa.”

Proprio allora, Maeve indicò tra la folla. “No, non lo ha fatto!” esclamò.

Keira guardò tra la gente e lo vide, Shane, che cercava di avvicinarsi al palco. La gente lo stava incoraggiando, spingendolo in avanti. A pochi metri di distanza dalla sua auto circondata notò quella di Shane. L’aveva seguita fino a lì?

Le balzò il cuore il gola. Stava succedendo davvero?

Shane riuscì ad arrivare davanti al palco e ricevette una spinta d’aiuto dalla gente intorno a lui. Quando si alzò, corse verso Keira e la attirò in un abbraccio, alzandola da terra e facendola roteare per aria.

“Che cosa fai qui?” pianse Keira.

Lui l’appoggiò a terra e la guardò profondamente negli occhi. “Le mie sorelle mi hanno convinto che mi stavo comportando da stupido. Che stavo sprecando l’ultima notte che abbiamo insieme. Mi hanno detto che anche se fosse l’unica che ci resta, dobbiamo usarla al meglio.”

Keira lo fissò adorante negli occhi. Poi si baciarono appassionatamente. La folla rombò di gioia.

Maeve lasciò cadere la corona di Shane sulla sua testa. Lui rise, tenendola ferma con una mano, rimanendo concentrato unicamente su Keira. Lei si perse in quel momento, sentendosi come se non ci fosse nessun altro al mondo che li stesse guardando, come se in quel perfetto istante fossero esistiti solo lei e Shane, che si stringevano a quel presente e lo vivevano la massimo finché fosse durato.

CAPITOLO VENTI

Keira e Shane si persero nella musica. Ballarono come se fosse stata la loro ultima notte sulla terra.

“Vuoi un po’ di vino?” offrì Shane.

Ma Keira scosse la testa. Non voleva memorie confuse di quella serata. Voleva ricordare ogni secondo con assoluta chiarezza. Inoltre era già abbastanza ubriaca d’amore così come era.

“Però voglio una foto,” aggiunse.

Era stata tanto impegnata a scattare foto di buffi nomi di città e sederi di pecore che non si era accorta di non aver ripreso nessuna delle cose che importavano, come Shane, Orin e William. Erano loro che voleva conservare del periodo passato lì, la gente, i loro volti, non un mucchio di foto comiche.

“Ecco,” disse Shane, prendendo la macchina fotografica. Diede un colpetto sulla spalla dell’uomo che stava ballando accanto a lui. “Puoi scattarci una foto?”

L’uomo acconsentì e Keira si mise in posa di fianco a Shane. Non appena il flash della macchina si accese, Shane l’afferrò e le stampò un grande bacio umido sulle labbra. Quando la lasciò andare, Keira scoppiò a ridere e gli diede una pacca.

“Ne voglio una per bene!” gridò. “Una dove posso vedere la tua bellissima faccia.” Poi all’uomo che aveva scattato, chiese: “Un’altra, per favore?”

Quella volta Shane le mise un braccio attorno alle spalle e si mise ordinatamente in posa. Quando l’uomo le restituì la macchina fotografica, Keira guardò le due immagini. Entrambe la riempivano di una tale gioia. Nella prima era perfettamente catturato lo spirito impertinente di Shane. Che l’avesse presa alla sprovvista con il suo bacio a sorpresa le sembrava molto adatto, rappresentando il modo in cui l’aveva sorpresa con il suo amore. Nella seconda foto entrambi sembravano così felici e innamorati, come una coppia vera. Keira quasi non si riconosceva in quell’immagine. Non era mai sembrata tanto felice prima.

“Voglio un milione di foto,” disse. “Un intero album, per compensare tutto il tempo che abbiamo perso. In più posti possibili.”

Shane sembrò emozionato dalla sfida. La strinse per mano e la condusse in mezzo alla folla fino al pub di Orin. Scattarono molte foto con l’uomo del bar. Poi Shane si unì a un gruppo di musicisti che suonavano canzoni folk in un angolo e suonò il violino con loro. Keira scattò una foto dopo l’altra, sentendosi eccitata alla vista del suo uomo sul palco in quella maniera. Non aveva mai pensato che qualcuno potesse far sembrare sexy un violino e tuttavia in qualche modo Shane ci riusciva.

La canzone finì e lui saltò di nuovo tra la folla, sollevando Keira tra le braccia.

“Dove andiamo adesso?” chiese.

“Da William,” rispose lei.

Si affrettarono, mano nella mano, correndo tra le strade acciottolate.

“C’è la luna piena,” disse Shane. “Facciamoci un selfie.”

Ridendo, si fermarono nel bel mezzo della strada e si voltarono in modo che la luna fosse perfettamente tra di loro. Scattarono la foto prima di riprendere a correre verso la casa di William.

Nel cammino, Keira si rese conto che era davvero diventata uno di loro. In passato, era stata seduta nella sua camera nel bed & breakfast a guardare dall’alto in basso la gente come lei e Shane. Adesso capiva che in realtà era stata gelosa. Aveva sempre voluto ciò che avevano loro, ma non poteva ammetterlo a se stessa. Era più facile mentirsi e fingere di disprezzarli, quando invece dentro era divorata dall’invidia. Ora che era dall’altra parte era più spensierata e gioiosa.

Arrivarono all’ufficio di William e scattarono foto ai cupidi sulle pareti esterne, mettendosi in pose sciocche. In una, Keira finse di cullare uno degli angioletti come un bambino. In un’altra, Shane imitò la posa con l’arco. I risultati furono esilaranti.

Bussarono alla porta di William. Dopo un po’ si aprì e Maeve apparve. Indossava ancora il vestito color smeraldo della cerimonia. Con i suoi capelli rosso fuoco era l’esatta immagine della bellezza irlandese.

“Maeve!” gridò Keira. “Ci serve una tua foto.”

“Oh,” disse lei, sembrando sorpresa. “Certo.”

Posò con loro accanto al libro del sensale. Poi tornò William in persona, chiaramente stanco dalla festa e pronto per il letto. Fu sorpreso di vedere Shane e Keira nel suo ufficio.

“Domani parto,” gli disse Keira. “E sto cercando di fare più foto possibile. Non voglio dimenticare niente o nessuno.”

William l’accontentò, mettendosi in posa nel suo abito luccicante.

“Accertati di mandarmene una per il mio muro della gloria,” disse facendo un occhiolino mentre se ne andavano.

Di nuovo in strada, Shane e Keira si riunirono alla festa. Ballarono a ritmo di musica, si abbracciarono e si baciarono. Quando trovarono la macchina a noleggio di Keira ancora abbandonata tra la folla di gente felice, risero deliziati e scattarono una serie di foto arrampicati sul veicolo. Poi Shane la tirò sul tettuccio e ballarono insieme. Keira non si era mai sentita tanto felice.

Tanto esaltata dalle emozioni, non era nemmeno stanca, che rese ancora più facile perdere la cognizione del tempo. Quando il sole iniziò a sorgere, la colse alla sprovvista. Stavano arrivando agli sgoccioli della loro avventura.

Si voltò verso Shane, improvvisamente seria. “Devo sapere che cosa succederà,” disse. “Quando mi sveglierò domani e salirò sul mio aereo. Ci rivedremo ancora?”

“Certo,” confermò Shane, stringendola per le braccia “La nostra storia non finisce qui. Te lo prometto.”

Sembrava sincero. Ma aveva considerato gli aspetti concreti? Avrebbero portato all’estremo il concetto di relazione a distanza. Nessuno dei due aveva nemmeno uno stipendio da pop star.

“Quindi verrai a trovarmi?” chiese lei.

“Se tu verrai a trovare me,” rispose Shane.

“Ma certo che lo farò!” esclamò Keira. “Specialmente quando sarai a casa tua. Farmi nutrire a forza tè e torta dalla sua fantastica famiglia è la mia idea di paradiso.”

Shane scoppiò a ridere. “Andrà tutto bene, Keira,” affermò. “Fidati di me.”

Keira annuì, nascondendo il malumore che stava avanzando in lei. Non era che non si fidasse di Shane, solo che non era convinta che ci avesse pensato bene quanto lei. Ma non voleva concludere la serata parlando di argomenti sgradevoli, di praticità e logica. Voleva che rimasse magica. Di lì a poche ore (e nonostante i loro sforzi di mantenere vivo il rapporto) forse sarebbe finita per lei e Shane. Non avrebbe lasciato che il loro vortice di passione finisse in tristezza.

“C’è ancora un posto a cui devo scattare delle foto,” disse, cercando di non concentrarsi sulla fine del loro tempo insieme.

“Dove?” chiese Shane perplesso.

Lei sorrise e gli strinse la mano. Lo attirò per le strade fino al bed & breakfast, poi lo condusse su per le scale, nella sua camera da letto. Shane alzò un sopracciglio quando lei fece cenno verso il letto.

“Non ti preoccupare, queste sono solo per la mia collezione privata,” disse Keira facendo un occhiolino.

Keira e Shane non dormirono molto, non volendo perdere nessun momento del loro prezioso tempo insieme. Ma era impossibile negare che il sole stesse sorgendo, illuminando sempre di più la camera di Keira. Ogni ora che passava li portava più vicini alla fine.

Alle sette del mattino, Keira capì che era tempo di affrontare la realtà. In poche ore sarebbe stata in volo verso casa. Che significava che doveva fare le valige. La ricerca della sua borsa la depresse immediatamente.

“Non farlo,” disse Shane quando la vide sollevarla sul letto.

“Devo.”

“Perché non rimani ancora un po’?”

Keira scosse la testa. “Non posso. I voli sono già stati prenotati.”

“Allora perdili.”

Lo guardò tristemente. “Non posso. Ha pagato la compagnia. Altrimenti non potrei permettermi il ritorno.”

Shane si sedette sul bordo del letto. “Allora non tornare a casa. Rimani qui.”

Keira non riusciva a credere a quello che aveva sentito. “Vuoi dire con te?” disse. La tentazione era forte. Ma era una persona troppo realista per farlo. “E fare cosa? Lavorare alla fattoria con i tuoi genitori?” Scosse la testa. “Lo sai che non funzionerebbe così. Non tutti i giorni possono essere ventiquattro ore di festa,Shane.”

Lui si tese verso di lei e l’attirò in braccio a sé, dondolandola gentilmente. “Lo so,” sospirò.

Rimasero fermi così a lungo.

“Posso almeno accompagnarti all’aeroporto?” le chiese.

“Certo,” disse lei, intenerita dal gesto.

Finì di prepararsi e scattò qualche ultima foto alla camera, poi si diressero al piano di sotto. Orin aveva preparato la colazione per loro. Keira sorrise, commossa.

“Mangia con noi,” lo invitò.

Orin scosse la testa. “No, no, a voi due serve la vostra privacy.”

“Insisto,” disse Keira.

Le mancava la loro abitudine di fare colazione insieme. Era passato un po’ dall’ultima volta che lo avevano fatto e voleva un’altra piacevole memoria da aggiungere alla sua collezione.

Orin si arrese e i tre mangiarono un’abbondante colazione.

“Che ne dici di una Guinness per il viaggio?” suggerì Keira.

Orin e Shane applaudirono.

Il momento della colazione sembrò finire in un lampo e presto Keira vide che era l’ora di partire per l’aeroporto. Diede a Orin uno stretto abbraccio d’addio.

“Non arrenderti con il sensale,” gli disse mentre lo stringeva. “C’è qualcuno là fuori per te e William saprà che è lei non appena la vedrà. Okay?”

Orin sorrise e annuì. Shane portò la sue valigia attraverso il pub e fuori dalla porta, diretto all’auto. Keira lo seguì, salutando Orin con la mano.

In strada, ammirò la vista che ormai le era familiare; la via che si estendeva verso sinistra e verso destra, i campi davanti, le file di case colorate e gli ultimi sbandati rimasti dalla notte prima. Le sarebbe mancato quel posto. Fece un sospiro profondo nell’aria straordinariamente ossigenata, lasciando che la riempisse.

La sua auto era ancora abbandonata nel bel mezzo della strada. Guardò Shane che caricava le sue borse nel bagagliaio. Quella dell’uomo era parcheggiata più giù lungo la strada. Avrebbe dovuto prendere un taxi fino a casa dopo averla accompagnata. Per qualche motivo, quel pensiero la rattristò ancora di più.

SI avviò verso l’auto e appoggiò una mano sulla schiena di Shane. Lui si voltò e le sorrise malinconicamente, poi chiuse il bagagliaio con una spinta. Salirono sull’auto, sul cui tettuccio avevano ballato fino a poche ore prima. Ma ormai non era più un palco per il loro amore, era il veicolo che stava per allontanarli.

Keira accese il motore e partì lentamente per la strada, attraversando i resti della notte precedente, aggirando con attenzione le persone che stavano ancora ballando. Avrebbe voluto essere ancora una di loro, ma presto la festa sarebbe finita per tutti. Si chiese quante persone sarebbero tornate a una vita completamente nuova, una toccata dall’amore, e quanti sarebbero tornati alla stessa solita esistenza da cui erano scappati brevemente.

Era la giornata più luminosa che Keira aveva visto in Irlanda fino a quel momento, che le diede l’opportunità di vedere un nuovo lato di quel luogo. Il sole senza nuvole rendeva il paesaggio persino più bello.

“Mi mancheranno gli alberi,” disse, con nostalgia. “E le pecore.”

“A me mancherai tu,” rispose Shane, guardandola con desiderio.

Keira gli lanciò un mezzo sorriso triste. “Anche tu mi mancherai.”

*

L’aeroporto di Shannon era affollato di turisti, molti dei quali indossavano magliette con trifogli, leprecauni e arpe. Keira si domandò se avessero visto solo il lato turistico dell’Irlanda, quello che lei si era aspettata al suo arrivo e aveva presunto che fosse l’unico da provare. Sperava che fossero riusciti ad allontanarsi dalle trappole per turisti e che fossero riusciti a fare esperienza dalla magnificenza di quel luogo.

Dall’altra parte della finestra della sala d’aspetto, file di aerei erano in attesa di portare via i viaggiatori. Presto sarebbe stata una di loro, in alto nel cielo, lasciando quella terra. Lasciando Shane.

Keira vide apparire il volo per New York sul tabellone delle partenze.

“Quello è il mio,” disse a Shane.

Il suo volto perse ogni traccia di colore. Le prese le mani e se le sollevò alle labbra. Premette un bacio su entrambe.

“Mi scriverai quando sarai a casa?” disse. “Così saprò che sei arrivata sana e salva.”

Keira annuì, commossa di vedere apparire il suo lato protettivo. Le si torse lo stomaco per l’emozione. Si tenne tutto dentro, non volendo fare una scena davanti a quelle persone. Poi si ricordò del consiglio di Simon e Sylvia di essere fedele a se stessa, di essere sincera. Gettò le braccia attorno a Shane e lo baciò appassionatamente, senza alcun pensiero per il fatto che avevano un pubblico.

“Ti amo,” gli sussurrò.

Shane le strinse la mano quando iniziò a indietreggiare. “Anche io ti amo,” disse.

Keira si voltò prima che lui potesse vedere le lacrime che le scendevano dagli occhi e si avviò lungo il tunnel fino all’aereo.

Non appena fu a bordo non riuscì più a trattenersi e cominciò apertamente a singhiozzare.

CAPITOLO VENTUNO

Keira aprì la porta della sede del Viatorum e attraversò il pavimento di piastrelle. Il candore e il vetro le sembrava così clinico ormai, quasi accecanti con la loro luminosità. L’ufficio open space le dava l’idea di un’enorme perdita di spazio.

Al suo ingresso tutto lo staff la guardò. Tra di loro c’era qualche faccia nuova, e qualche persona che era stata presente in precedenza ora mancava. Lisa non si vedeva da nessuna parte. Nemmeno Duncan. Quindi Joshua aveva licenziato e assunto dal suo letto di convalescenza, a quanto pareva.

Barcollando sui suoi tacchi a spillo, ormai disabituata, Keira si diresse verso la scrivania di Nina.

“Sei tornata,” disse Nina, saltando in piedi ad abbracciare la sua amica. Guardò sopra la spalla di Keira. “Per la cronaca, oggi Joshua rientra per la prima volta da quando si è rotto la gamba. Appositamente per leggere il tuo pezzo. E gridare, probabilmente. Credo che si senta un po’ impotente dopo essere stato in ospedale, e ci sono dei nuovi scrittori che deve intimidire.”

“Non mi aspetterei niente di diverso da lui,” affermò Keira. “Ora, per quel che riguarda l’articolo…”

Nina strinse gli occhi. “Non dirmi che non l’hai finito.”

“Oh, l’ho finito,” disse lei. “Ma non voglio che lo pubblichi.”

Nina sospirò, frustrata. “Perché no?”

“Perché fa schifo,” dichiarò audacemente Keira. “Tutto quanto. La missione. L’incarico. Non voglio il mio nome su un articolo disgustoso come quello.”

Nina si strofinò la faccia per l’esasperazione. “E cosa dovrei farci?”

Keira sorrise. “Ne ho scritto uno nuovo.”

Le tese il documento stampato. Aveva passato l’intero volo da Shannon a New York a buttarlo giù, trovando più facile crearlo di quanto non le fosse mai successo. Guardò piena di aspettative mentre Nina gli dava una scorsa.

“Sembra una lettera d’amore,” disse alla fine, alzando gli occhi su Keira con un cipiglio.

“Perché lo è,” dichiarò lei. “Che cosa ne pensi?”

“A Joshua non piacerà,” rispose semplicemente Nina.

“Lo so,” disse Keira. “Non mi importa di lui. E a te?”

L’editor non sembrava convinta. “Voglio dire, sarà molto meglio dopo un giro di correzione…” iniziò.

Keira rise. “Ovvio, quello è sottinteso,” scherzò.

“Ma non c’è tempo perché il tuo termine fissato è oggi,” disse Nina con voce più severa, accantonando tutte le battute. “E ora mi stai dicendo che non ho niente da pubblicare.”

“Oh, ma ce l’abbiamo,” disse Keira. “Lo pubblicheremo in ogni caso. Ho un piano, ma mi serve il tuo aiuto.”

Nina incrociò le braccia. “Non mi piace.”

“È semplice,” spiegò Keira, sentendosi furba. “Caricherai per sbaglio la bozza sbagliata, vale a dire questa invece di quella che Joshua sta per leggere. Ci stai?”

Nina non disse niente per un po’. Poi un sorriso malvagio le si aprì sulle labbra.

“Okay. Ci sto.”

Proprio allora le porte si aprirono e Joshua entrò caracollando sulle stampelle. La tensione nell’ufficio aumentò. Chiaramente non aveva detto a nessuno dello staff che sarebbe rientrato quel giorno.

Joshua aveva fatto lo sforzo di mettersi in piega il ciuffo e aveva persino indossato la giacca dell’abito, di un orrendo color giallo senape, anche se portava larghi pantaloncini da jogging sulla parte di sotto. Il gesso attorno alla sua gamba saliva fino alla coscia. Keira notò che nessuno lo aveva firmato, un pensiero che la riempì di pietà piuttosto che di gioia.

“Keira, Nina, nel mio ufficio. Subito.”

Usò le stampelle per saltellare fino all’ufficio. Keira lanciò a Nina un sorriso sicuro e attraversarono l’open space, seguite da tutti gli sguardi, fino a entrare con lui.

Non appena furono dentro, Joshua si lanciò subito all’attacco.

“Devo dire, Keira, che sono rimasto esterrefatto dal tuo comportamento durante questo incarico. Contavo su di te per alleviare il mio stress durante il congedo per malattia, ma in realtà non hai fatto altro che peggiorarlo. Elliot mi è stato con il fiato sul collo dall’alba al tramonto per colpa tua. Vorrei non averti mai affidato l’articolo. Ne avrei scritto uno migliore dal mio letto.”

Keira lo ascoltò, senza reagire ai suoi insulti. Era sorpresa di quanto poco le importasse dell’opinione di Joshua ormai. Le sue esperienze in Irlanda l’avevano cambiata.

“E anche Nina ha dovuto cambiare i suoi orari per te,” continuò. “Non sei l’unica scrittrice che segue. Hai un’idea di quanto sia stato difficile per lei gestire tutti i suoi impegni? Pensavo che voi due foste amiche.” Poi con un ghigno sarcastico aggiunse: “Bel modo di trattare le persone a cui tieni.”

Keira rimase immobile a subire, lasciando che quelle parole le scivolassero addosso.

“Beh?” esclamò Joshua. “Che cosa hai da dire a tua difesa?”

Lei gli tese l’articolo, quello compilato dai suoi commenti sarcastici. “Ecco la bozza finale.”

Il cipiglio di Joshua si approfondì. Avrebbe chiaramente voluto che si mettesse a implorare. Keira si chiese se si fosse aspettato di ricevere un prodotto finito, dopo tutto. Sembrava averlo preso alla sprovvista.

“Bene,” disse. Si sedette pesantemente su una delle poltrone e iniziò a leggere. Nel frattempo emise l’occasionale grugnito che Keira interpretò come d’approvazione. Non appena ebbe finito, alzò lo sguardo. “Va bene, può andare. Nina, ora sta a te.”

Poi si alzò.

Se Keira avesse ancora tenuto alla sua opinione, quella reazione l’avrebbe devastata. In fondo era una scrittrice ancora alle prime armi, e quello era il suo primo articolo importante. Accantonando tutto il resto, la sua lentezza, la riluttanza, le email evitate, che poteva accettare non fossero un comportamento adeguato, Joshua avrebbe potuto darle lo stesso un feedback sulla sua scrittura. Ma chiaramente a lui non importava accrescere la sua sicurezza o offrirle dei consigli per sviluppare le sue abilità e migliorarle. Tutto ciò che voleva era distruggere gli altri e ridurre la competizione. Ormai le era chiaro. Anche se si fosse comportata da prima della classe, producendo recensioni pungenti, rimanendo sveglia tutte le notti per raggiungere scadenze impossibili, lui avrebbe trovato ugualmente un modo per spezzare il suo spirito.

Nina prese il documento da Joshua.

“Grazie. Vuoi che mandi la bozza finale a Elliot?”

Joshua scosse la testa. “No, non gli importerebbe. Ormai è passato ad altro, incarichi diversi. Sono sicuro che ormai si sia dimenticato di questo.”

Keira roteò gli occhi mentre l’uomo saltellava via dalla stanza. Colse lo sguardo di Nina e ghignò.

Le due donne tornarono alla scrivania dell’editor. Keira si sedette di fianco a lei e la guardò mentre caricava il nuovo articolo, la lettera d’amore all’Irlanda, sul proforma dell’ultimo numero della rivista.

La studiò mentre spostava altri pezzi, sistemando l’articolo sulle quattro pagine centrali. Era bellissimo tutto insieme, e con le foto che aveva voluto includere. Non aveva mai visto una sua opera apparire così. Sembrava vera, professionale. Sentì un brivido di orgoglio.

“Quando va in stampa?” chiese Keira.

Nina girò sulla sedia per guardarla. “Questa notte,” disse. “La versione online è scaricabile da mezzanotte.”

Keira sorrise, eccitata per le conseguenze che si sarebbero scatenate il giorno seguente, quando Joshua avesse capito che cosa aveva fatto.

CAPITOLO VENTIDUE

Senza un appartamento a cui ritornare, Keira non aveva altra scelta se non andare da Bryn dopo il lavoro, quella sera. Prese l’ascensore fino all’appartamento di sua sorella, tirandosi ancora dietro il suo bagaglio. Era totalmente esausta per la mancanza di sonno dell’ultimo giorno e le ore passate a scrivere in aereo. Ma quando Bryn aprì la porta, sorridendo allegramente, Keira si sentì subito più in forma.

“Sorellina!” gridò Bryn. “Mi sei mancata così tanto!”

Le due donne si abbracciarono. Keira era grata di essere di nuovo in sua compagnia.

Bryn la accolse e la guidò fino in cucina. C’erano una bottiglia di vino e due bicchieri ad aspettarle sul bancone. Bryn versò il vino a entrambe e saltò su uno sgabello.

“Raccontami tutto. Il fuso orario è una scocciatura. E comunque non rispondi a nessuno dei miei messaggi o alle mie chiamate da tipo, quarantotto ore. Stavo iniziando a preoccuparmi che il tuo aereo fosse crollato.”

Keira alzò un sopracciglio. Si era dimenticata quanto fosse alta la voce di Bryn. Quante parole sembravano uscirle di bocca prima che dovesse riprendere fiato. Si era disabituata al ritmo della vita a New York.

“Sono qui, viva e vegeta,” disse. “Sono solo stata un po’ impegnata.” Sorrise tra sé e sé mentre i ricordi di Shane le ritornavano alla mente.

Bryn la guardò con sospetto. “Impegnata a fare cosa? O dovrei dire chi?”

Keira scosse la testa per la volgarità della sorella. “Se proprio vuoi saperlo, ero con Shane.”

“Ancora?” esclamò Bryn, con gli occhi sgranati.

“È stato di più di un incontro occasionale,” disse lei. “È stato un colpo di fulmine,”

“Vuoi dire di lussuria,” replicò Bryn. “Non è così? Voglio dire, nessuno si può innamorare tanto in fretta.”

Keira si limitò a scrollare le spalle. “Ho incontrato delle persone che si sono innamorate a prima vista. Gente che si è sposata dopo ventiquattro ore dal loro primo incontro. Non c’è un modo giusto o sbagliato per amare. Quando lo trovi, lo trovi.”

Bryn non sembrò particolarmente colpita. “Ma vive in Irlanda, Keira. Non lo vedrai mai più. E la novità di FaceTime vi annoierà presto.”

Keira dovette ammettere che Bryn non aveva tutti i torti. Le cose con Shane erano rimaste in sospeso. La parte pratica di lei continuava a dirle che non sarebbe successo nient’altro, che quello che avevano avuto era esistito solamente in quel momento e in quel luogo e che doveva ritenersi fortunata di aver avuto l’occasione di provarlo. Ma il suo lato selvaggio e romantico, che era stato risvegliato da quell’incontro voleva qualcosa di diverso. Non voleva arrendersi, cedere o riposare. Voleva lottare per l’amore.

Bryn bevve una lunga sorsata del suo vino. “E come è la storia tra te e Zach, comunque? Ti trasferisci? Perché, voglio dire, puoi rimanere qui tutto il tempo che vuoi, sinceramente, ma sai anche quanto sono particolare e quanto tengo alla mia privacy, vero? Voglio dire, al momento al lavoro è un casino e quasi non riesco a dormire, quando è super importante che a casa la situazione sia tranquilla. Ho chiesto alla mamma e dice che puoi anche stare da lei se ne hai bisogno.”

Keira guardò la sorella e sospirò. Per quanto amasse Bryn, non poteva fare a meno di desiderare che fosse un po’ più di aiuto, come le ragazze Lawder. Capì allora quanto le mancavano, non solo Shane, ma anche la sua famiglia.

“Devo solo rimanere a New York per lavoro mentre finisco l’articolo,” spiegò Keira. “Ma ho la sensazione che non durerà a lungo. Presto mi leverò di torno.”

Sorrise tra sé e sé, guardando l’orologio e facendo il conto alla rovescia fino al momento in cui l’articolo sarebbe stato caricato. Piuttosto che spaventata, si ritrovò emozionata. Era eccitate sapere di essersi ribellata a Joshua. E a differenza dell’articolo spazzatura che aveva scritto prima, era orgogliosa di quello nuovo. Non vedeva l’ora che Shane, Orin, William, Maeve, i Lawder, tutta la gente che aveva incontrato e imparato ad amare in Irlanda, lo leggessero.

*

Il divano di Bryn era così scomodo per dormire, e il rumore proveniente dalle strade al di sotto era tanto incessante, che Keira fu quasi sollevata quando si svegliò il mattino seguente e si ricordò che di certo quel giorno sarebbe stata licenziata. Controllò il telefono e vide che nelle prime ore del mattino le era arrivato un messaggio di Nina, annunciandole che l’articolo era online. Sorrise, sapendo che ormai non poteva più tirarsi indietro.

Fece una doccia e bevve in un sorso un caffè nero, poi uscì nelle strade affollate di New York. Il volume del rumore l’assalì, e i volti miserabili delle persone che si affrettavano al suo fianco per andare a lavoro la intristirono. Le mancava la tranquillità dell’Irlanda, la pace, la felicità della sua gente.

Prese un taxi per l’ufficio ed entrò, scoprendo di essere la prima a lavoro. Nina arrivò subito dopo di lei.

“Hai sentito qualcosa da Joshua?” chiese Keira.

Nina scosse la testa. “Non ancora. Ma i suoi antidolorifici tendono a stenderlo per tutta la notte. Credo che si starà svegliando circa adesso.” Diede un’occhiata all’orologio e annuì. “Quindi gli do altri cinque minuti perché si accorga di cosa abbiamo fatto.”

Si sedettero, tese, aspettando l’inevitabile chiamata, l’esplosione scatenata da Joshua quando lo avesse scoperto.

“A proposito, stiamo ricevendo delle notizie interessanti dal sito,” aggiunse Nina. La accompagnò al suo computer ed effettuò l’accesso. “Il tuo articolo ha ricevuto cinque volte la quantità dei commenti che ci aspettavamo. ”

Keira alzò un sopracciglio. “È una cosa buona o cattiva?”

“Il traffico è sempre una cosa buona,” disse Nina. Poi cliccò sul primo commento. Era una risposta entusiasta all’articolo. “Ma stai ricevendo anche molti feedback positivi.”

Keira sorrise. “Non me l’aspettavo,” disse. “Pensavo che sarebbe stato troppo accorato per i nostri lettori. Non dovrebbero essere tutti ironici?”

“Forse Joshua li ha giudicati male,” rispose Nina. Poi si voltò sulla sua sedia girevole e la guardò. “O forse ormai l’ironia è fuori moda. Credo che essere genuini sia il prossimo trend.”

Keira scoppiò a ridere. In quel momento sentì le porte che si aprivano alle loro spalle. Un gruppetto di scrittori junior entrò alla spicciolata.

“Poveri ragazzi,” disse Nina. “Questo è il loro primo giorno con Joshua in ufficio. Ha spedito una mail a tutti l’altra sera dicendo che avrebbe rimesso la rivista in sesto con le buone o le cattive, e che lo avevano deluso durante il suo congedo per malattia battendo la fiacca. Ha annunciato che avrebbe licenziato chiunque fosse arrivato tardi.”

Keira roteò gli occhi, ricordando il livello di paura che le aveva instillato all’inizio. Era davvero un uomo tremendo.

Il telefono di Nina prese a squillare.

“E così ha inizio,” disse.

Rispose alla chiamata. Keira sentiva la voce furiosa di Joshua che vibrava attraverso il dispositivo. Nina sussultò e lo allontanò dall’orecchio.

“Ho fatto cosa?” chiese con innocenza, fingendo ignoranza. “L’articolo sbagliato? Che cosa vuoi dire?” Fece l’occhiolino a Keira e poi batté su qualche pulsante della sua tastiera. “Oh, santo Cielo, hai ragione. Accidenti, quanto mi sento sciocca. Togliere l’articolo? Sei sicuro? Sta ricevendo molte visualizzazioni.” Si interruppe mentre la voce di Joshua ronzava. “Nessun problema. Sei tu il capo. A presto.” E riappese.

“Beh, che cosa ha detto?” chiese Keira, sulle spine.

“È in taxi. Sarà qui tra cinque minuti. Se il tuo articolo non sarà stato eliminato quando arriverà qui, farà, e cito testualmente: ‘piangere qualcuno’.”

“Bene,” scherzò Keira.

Puntuale come un orologio, Joshua arrivò cinque minuti più tardi. Attraversò le porte come un missile, il volto rosso di rabbia. Gli scrittori junior sembrarono accartocciarsi su se stessi, distogliendo gli sguardi e scrivendo freneticamente ai loro computer per sembrare più impegnati possibile. Ma Joshua non era interessato a loro.

“Keira, Nina, nel mio ufficio, subito!”

La sua voce riecheggiò nella sala.

“Si sale in scena,” sussurrò Keira a Nina.

Si diressero nel suo ufficio. Joshua stava camminando avanti e indietro sulle sue stampelle, uno spettacolo che Keira trovò più divertente che intimidatorio.

“Che diavolo sta succedendo?” esplose. “Che cosa è questa merda?” Agitò uno dei numeri freschi di stampa che stringeva in mano. “Una lettera d’amore all’Irlanda?”

“Non so cosa sia successo,” mentì Keira. “Devo aver mandato a Nina il documento sbagliato.”

Joshua le lanciò un’occhiataccia. “Lo sai quanti soldi costerà alla compagnia? Abbiamo già stampato tutti i numeri. La metà è già stata distribuita. Senza parlare del sito. Migliaia di persone ha già letto questa schifezza.”

Keira sollevò un sopracciglio. “Migliaia?” ripeté con tono innocente. “Mi sembrano tanti considerando che è stato online solo poche ore.”

Il volto di Joshua divenne persino più rosso. “Non credo che tu capisca la gravità della situazione, Keira. Hai messo in pericolo la reputazione di tutta la rivista!”

Il volume della sua voce si stava alzando. Keira sapeva che cosa significava. Voleva che gli scrittori junior lo sentissero mentre la umiliava.

“Inoltre,” continuò. “Heather mi ha mandato i documenti del tuo viaggio. L’autonoleggio ci vuole far pagare per dei danni al veicolo. Dicono che tra le varie cose era coperto di cacca di pecora. E come diavolo sei riuscita ad ammaccare il tetto?”

Keira sorrise tra sé e sé ricordando di essere stata sopra l’auto insieme a Shane, godendosi un momento bellissimo e romantico. Anche solo la memoria dell’amore di Shane le sembrò uno scudo protettivo attorno a sé.

“Potrei aver avuto un paio di incidenti,” rispose con noncuranza. “Che hanno coinvolto delle pecore.”

Joshua gettò le braccia al cielo con un’esclamazione furente. “Swanson, non sono mai stato tanto deluso da uno scrittore prima d’ora. Sei la vergogna della rivista Viatorum.” Gli brillavano gli occhi mentre pronunciava le sue parole preferite in assoluto: “Keira, sei licenziata.”

“Perché non sono sorpresa?” ribatté lei. Incrociò le braccia e fissò seccamente Joshua. Capì che non la intimidiva più. Non le importava della sua approvazione. In effetti, il suo disprezzo nei suoi confronti, tale da spingerlo a licenziarla, le lasciò una profonda sensazione di sollievo. Non voleva che qualcuno come Joshua la apprezzasse. Non voleva cercare di adattarsi alla sua versione tossica di ambiente aziendale.

“Sai che cosa sei, Joshua?” continuò Keira. “Sei un codardo. Distruggi le persone per avere meno competizione. Niente è abbastanza per te perché sei solo impegnato a spezzare lo spirito degli altri. È così che sei arrivato dove sei, vero? Intimidisci tutti quelli che ti circondano fino a quando non rimani solo tu!”

Attraverso il vetro della sala riunioni Keira vide le teste dello staff che si voltavano per vedere che cosa stava succedendo. Sembravano tesi e terrorizzati. Ricordava di essere stata una di loro fino a non troppo tempo prima, di aver guardato con paura mentre Joshua umiliava e licenziava uno scrittore solo per dimostrare qualcosa. Ricordava il modo in cui il dipendente aveva subito e non si era difeso. Beh, lei no. Avrebbe detto a Joshua cosa pensava di lui.

Nina allora si alzò. “Se licenzi Keira allora me ne vado anche io.”

“Cosa?” gridò furente Joshua.

“È stato uno sbaglio mio quanto suo,” disse con calma l’editor. “Sono stata io a caricare l’articolo sbagliato. Avrei dovuto ricontrollarlo prima di spedirlo in stampa e sul sito. Ho battuto la fiacca.”

Joshua la fissò incredulo. “Non succederà. Mi rifiuto di accettare le tue dimissioni.”

Keira ghignò dentro di sé. Si chiese se qualcuno avesse mai dato le dimissioni a Joshua. Doveva essere tanto abituato a essere adulato e che ogni suo capriccio fosse soddisfatto, che doveva essere turbato da un simile rifiuto.

In quel momento, udirono il rumore di qualcuno che entrava in ufficio. Si girarono e videro Elliot stagliarsi su di loro. Heather aspettava alle sue spalle con una cartelletta nera stretta al petto.

“Signore, sono certo che sia ovvio che nessuna di voi due sarà licenziata,” disse. “Joshua, invece, tu puoi prendere le tue cose e andartene.”

Joshua vacillò. Guardò verso Keira, confuso, e poi di nuovo Elliot. “Scusa, cosa hai detto?”

“Ho riconsiderato la tua posizione qui,” affermò serenamente Elliot. “Credo che tu fossi sul punto di spingere la rivista verso il disastro, ed è solo grazie a Keira, qui, che abbiamo corretto la rotta. Hai superato il limite da quando hai avuto lo sfortunato incidente con il caffè macchiato.”

“Che cosa stai dicendo?” ripeté Joshua. Il suo volto era completamente sbiancato. Sembrava fosse sul punto di svenire.

“Sto dicendo che sei licenziato,”

“NO!” esclamò Joshua, saltando in piedi e sussultando quando atterrò sul gesso.

Zoppicò verso Elliot, con le mani giunte come in preghiera. Tutto lo staff degli scrittori rimase seduto con la bocca spalancata. Nessuno riusciva a credere a ciò che stava vedendo, un uomo adulto che supplicava per il proprio lavoro. Il despota era stato finalmente messo in ginocchio.

“Heather, puoi dire alla sicurezza di scortare Josh fuori dal palazzo?” domandò con calma Elliot.

Keira provò un’intensa sensazione di soddisfazione.

Poi Elliot la guardò. “Ho un nuovo incarico per te. Per entrambe,” aggiunse, spostando lo sguardo su Nina. “È chiaro che lavorate bene in squadra. Prego, venite nel mio ufficio.”

Keira lanciò uno sguardo a Nina, sorpresa da quel colpo di scena. Lasciarono Joshua accasciato sul pavimento della sala riunioni e sfilarono sotto gli sguardi curiosi degli scrittori junior fino all’ufficio di Elliot.

“Prego, accomodatevi,” disse l’uomo.

Tutti si sedettero.

“Keira, sono molto colpito dal tuo lavoro. Serve molto coraggio per andare controcorrente. La Lettera d’Amore a Lisdoonvarna sta diventando in fretta uno dei nostri articoli più letti. Il numero dei nostri lettori si è impennato. Il pubblico lo ama, io lo amo!”

Heather appoggiò un foglio sul tavolo. Era un grafico. “Il nostro numero abituale di lettori è rappresentato da questa linea,” disse, indicandone una con una moderata tendenza al rialzo. “Questa è il pezzo di Keira.” Indicò una linea rossa che si alzava tanto bruscamente da essere praticamente verticale.

“Sapevo che l’ironia era fuori di moda,” disse Elliot. “Non l’avevo detto? Di questi tempi va la sincerità. Non so come mi sia lasciato convincere da Joshua del contrario. Meno male che qualcuno qui sa cosa fare.”

Keira sorrise piena di orgoglio. “Grazie.” Quella reazione non era affatto ciò che si era aspettata. Non sapeva come comportarsi.

“Voglio che continui così,” disse Elliot. “Rendiamolo un elemento ricorrente. Un articolo centrale di quattro pagine in ogni numero mensile. Una diversa località romantica. Che cosa ne dici?”

Keira sbatté le palpebre, sconvolta. “Vuoi che parta di nuovo?”

Lui annuì. “Butterò giù una lista di posti. Parigi, Roma, Valencia. Come ti sembra?”

Keira non riusciva a respirare. “Mi sembra un sogno diventato realtà.”

“Fantastico,” rispose Elliot. “Ovviamente negozieremo un’ottima commissione andando avanti. Se nel frattempo foste disposte ad accettare questa, prima della finalizzazione della nuova cifra, lo apprezzerei molto.”

Fece scivolare due pezzi di carta sul tavolo, uno per Keira e uno per Nina. Keira sollevò il suo e vide che era un assegno. Un assegno per 5’000 dollari! A giudicare dal sussulto di Nina, era ovvio che anche la sua amica aveva ricevuto un bonus altrettanto eccitante.

Lei sapeva già come spendere il suo denaro. Un volo per Shane, perché andasse a trovarla!

“Ora suppongo che vorrai un po’ di pausa dopo il tuo duro lavoro per l’articolo sull’Irlanda,” continuò Elliot. “Quindi prendiamo appuntamento per un giorno della prossima settimana in cui discuteremo del nuovo incarico. Se ne può occupare Heather.”

Sentendosi trionfante e potente più che mai, Keira annuì in segno di assenso. Non riusciva a credere a quello che stava succedendo. La sua sincerità l’aveva portata fino a un livello che non si era mai immaginata, nemmeno nei suoi sogni più sfrenati!

E il miglior premio di tutti era che avrebbe potuto rivedere Shane, prima che entrambi lo avessero previsto. Emerse dall’ufficio di Elliot sentendosi al settimo cielo e leggera come una piuma.

EPILOGO

A tremila miglia di distanza, Shane entrò nel St. Paddy’s Inn.

“Orin? Dove sei?” chiamò.

L’uomo del bar apparve dal magazzino. “Buongiorno, Shane. Pensavo che ormai fossi partito da Lisdoonvarna. Vuoi la colazione?”

Shane accettò e Orin mise del pane a tostare.

“L’articolo di Keira è stato pubblicato online,” disse al barista. “Guarda.”

Mostrò all’uomo più anziano il sito della rivista Viatorum, dove si stagliava orgogliosa la Lettera d’Amore a Lisdoonvarna. Era stata commentata e condivisa migliaia di volte.

“Fantastico,” esclamò Orin. “Ecco, ci siamo anche noi!”

Indicò una delle foto che Keira aveva chiesto a Nina di includere, quella con lei, Shane e Orin al bar l’ultima sera che aveva passato in Irlanda.

“Descrive il bed & breakfast in maniera entusiasta,” spiegò Shane. “E anche il festival.”

Proprio allora il telefono di Orin squillò. Lui rispose e Shane ascoltò curioso la sua metà di conversazione. Quando il barista ebbe finito si dovette sedere.

“Una prenotazione,” disse. “Da una signora americana che vuole partecipare al festival dell’anno prossimo.”

Shane sembrò sorpresa. “Si sta organizzando con un certo anticipo, no?”

Orin annuì. “Dice che vuole assicurarsi una stanza qui prima che finiscano tutte.” Ridacchiò. Anche Shane rise. Il bed & breakfast non era mai stato completamente pieno in tutta la sua esistenza!

Orin fece per dare un morso al suo toast, quando il telefono squillò di nuovo. Apparve perplesso mentre andava a rispondere. Shane origliò di nuovo, capendo che Orin stava accettando un’altra prenotazione.

L’uomo tornò sembrando ancora più sorpreso di prima. “Un’altra prenotazione dall’America,” disse.

Shane sorrise fiero. “Deve essere per via dell’articolo di Keira!” esclamò.

“Credo che tu abbia ragione,” rispose Orin. Il telefono prese a squillare ancora e quella volta l’uomo saltò in piedi trepidante, correndo per rispondere alla chiamata.

Shane era entusiasta di ciò che stava succedendo. Orin se lo meritava, aveva lavorato sodo per tutta la sua vita. Si sentì estremamente grato a Keira per aver causato quel cambiamento.

Fu un quel momento che sentì chiaramente la sua mancanza. I loro contatti da quando era partita erano stati sporadici. Solo un messaggio per confermargli che era arrivata a casa sana e salva. Lui aveva preferito non bombardarla e lasciare che si riacclimatasse alla vita di New York, ma non era certo di poter continuare a trattenersi. Desiderava disperatamente parlare con lei, anche solo per congratularsi per il successo del suo articolo.

Mentre Orin era impegnato ad accettare una prenotazione dopo l’altra, si decise a chiamarla.

“Oh, ciao, Signore di Lisdoonvarna,” ripose lei allegra quando rispose alla telefonata. “Stavo per chiamarti.”

“Davvero?” rispose lui. “La Regina del Burren voleva chiamare il suo umile suddito?”

“Sì,” affermò lei ridacchiando. “L’articolo è online. Ho pensato che ti avrebbe fatto piacere leggerlo.”

“Già fatto,” confermò Shane. “È bellissimo. E il telefono di Orin sta squillando da tutta la mattina per le prenotazioni.”

“Sul serio?” esclamò Keira. “È una notizia fantastica!”

“È per questo che ti ho chiamata in effetti,” disse Shane. “Volevo farti le congratulazioni. Tutti stanno parlando del tuo articolo in rete. Te le meriti.”

“Grazie,” rispose Keira con tono solare.

All’improvviso Shane si ritrovò senza parole. Avrebbe voluto chiederle come si stava trovando di nuovo a New York, e come andava il suo campeggio sul divano di Bryn. Ma invece capì che c’era solo una cosa che voleva dirle.

“Keira, io ti amo.”

Ci fu una lunga pausa. “Davvero?”

“Sì,” disse Shane, e si rese conto che era da moltissimo tempo che non si sentiva così. Da Deirdre, persino. “Non riesco a smettere di pensare a te. Mi manchi da morire. Lo so che abbiamo parlato più o meno di continuare la nostra relazione dopo il tuo ritorno a casa, senza davvero decidere niente, ma credo che potremmo farla funzionare. Se risparmio abbastanza denaro, posso venire a trovarti a New York?”

“A dir la verità,” iniziò Keira, e Shane sentì come uno schianto abbattersi sul suo petto. Lo avrebbe rifiutato. Era ovvio. Per lei quello era stato solo un momento divertente in un paese straniero. Era stato un idiota a credere che fosse vero.

Lei continuò: “Potrebbe non essere necessario che risparmi del denaro.”

Shane si bloccò, aggrottando le sopracciglia per la confusione. “Non capisco.”

“Il mio capo mi ha dato un bonus,” disse Keira. “Abbastanza per pagarti il volo fino a New York, e ho questa settimana libera. Che ne pensi?”

Shane quasi lasciò cadere il telefono per la sorpresa. “Non puoi spendere il tuo bonus solo per me. Hai lavorato duramente per guadagnartelo. Non sarebbe giusto.”

“Ti sentiresti meno in colpa se ti dicessi che sarebbe solo il quindici percento di quello che ho ricevuto?”

Shane non riusciva a crederci. Keira doveva aver ricevuto un bonus davvero cospicuo se un volo andata e ritorno tra New York e l’Irlanda ne era una percentuale tanto piccola! Si sentiva ugualmente in colpa ad accettarlo, ma allo stesso tempo, c’era più di un modo a cui poteva pensare per ripagarle il favore.

“Beh, il festival è finito,” disse. “Non ho del lavoro che mi stia trattenendo in Irlanda attualmente.”

“È un sì?” chiese felice Keira.

Un brivido di eccitazione attraversò Shane. Non riusciva quasi a credere alle sue orecchie. “Vuoi davvero che venga a New York?” chiese. “Non è un trucco?”

Keira scoppiò a ridere, la sua voce come il tintinnio di una campanella. “Nessun trucco! Shane, non c’è nient’altro che desideri al mondo. Ti amo e mi manchi da impazzire. È quasi insopportabile. Quindi, che cosa ne dici?”

Shane lasciò andare il sospiro che aveva trattenuto fino a quel momento. Il pensiero di riunirsi a Keira lo riempiva di gioia ed eccitazione. “Sì. Sì, ma certo!”

“Allora consideralo un appuntamento,” rispose Keira.

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--Midwest Book Review (Diane Donovan su: Ora e per sempre)

“Un romanzo molto ben scritto, che descrive la lotta di una donna per trovare la sua vera identità. L’autrice compie un ottimo lavoro con la creazione dei personaggi e la descrizione degli ambienti. C’è romanticismo, ma senza esagerare. Complimenti all’autrice per questo bell’inizio di una serie che si annuncia molto interessante.”

--Books and Movies Reviews, Roberto Mattos (su: Ora e per sempre)

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