Read the book: «Sei personaggi in cerca d'autore»

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Premessa

La rappresentazione di questa commedia dovrebbe cominciare sulla strada o, più propriamente, sullo spiazzo davanti al teatro, con l'annunzio (gridato da due o tre strilloni) e la vendita d'un «Giornale della Sera» appositamente composto su un foglio volante, di modo che possa figurare come un'edizione straordinaria, sul quale a grossi caratteri e bene in vista, nel mezzo, fosse inserita questa indiscrezione in esemplare stile giornalistico:

IL SUICIDIO DELLO SCULTORE LA VELA E LO SPETTACOLO DI QUESTA SERA AL TEATRO….. (Il nome del Teatro)

Nel mondo del teatro s'è diffusa improvvisamente la notizia destinata a suscitare uno scandalo enorme. Pare che Pirandello abbia tratto l'argomento della sua nuova commedia Ciascuno a suo modo, che sarà rappresentata questa sera al Teatro….., dal suicidio drammaticissimo, avvenuto or qualche mese a Torino, del giovine compianto scultore Giacomo La Vela. Si ricorderà che il La Vela, sorpresa nel suo studio, in via Montevideo, la nota attrice, sua fidanzata, A. M. in intimi rapporti col barone N., invece d'avventarsi contro i due colpevoli, ritorse l'arma contro se stesso e s'uccise.

Sembra che il barone N. dovesse anche sposare una sorella del La Vela. L'impressione prodotta dal tragico avvenimento dura tuttora vivissima, non solo per la fama a cui era salito ancora così giovane il La Vela, ma anche per la posizione sociale e la notorietà degli altri due personaggi della tragedia. È molto probabile che se n'abbia qualche sgradevole ripercussione in teatro questa sera.

Non basta. Gli spettatori che entreranno nel teatro per comperare i biglietti, vedranno nei pressi del botteghino l'attrice di cui il giornale ha dato le iniziali A. M., cioè Amelia Moreno là in persona, fra tre signori in smoking che invano cercheranno di persuaderla a rinunziare al proposito d'entrare nel teatro ad assistere allo spettacolo; vorrebbero portarla via; la pregano d'esser buona e togliersi almeno dalla vista di tanti che potrebbero riconoscerla: il suo posto non è là; per carità, si lasci condurre via; vuol fare uno scandalo? Ma lei, pallida, convulsa, fa sehno di no, di no; vuol restare, vedere la commedia, fin dov'è arrivata la tracotanza dello scrittore; si porta ai denti il fazzolettino e lo lacera; si fa notare e, appena se n'accorge, vorrebbe nascondersi o inveire; ripete continuamente ai suoi amici che vuole un palco in terza fila; si terrà indietro per non farsi vedere; vadano, vadano a comprare il biglietto; promette che non darà scandalo; che andrà via, se non potrà piú reggere; un palco di terza fila; insomma, vogliono che vada lei a comprarlo?

Questa scena a soggetto, ma proprio come vera, dovrebbe cominciare qualche minuto prima dell'ora fissata per l'inizio dello spettacolo e durare, tra la sorpresa, la curiosità e fors'anche una certa apprensione degli spettatori veri che si dispongono a entrare, fino allo squillo dei campanelli nell'interno del teatro.

Intanto, contemporaneamente, gli spettatori già entrati, o che a mano a mano entreranno, troveranno nel ridotto del teatro, o nel corridoio davanti la ala, un'altra sorpresa, un altro motivo di curiosità e fors'anche d'apprensione in un'altra scena che farà colà il barone Nuti coi suoi amici.

«State tranquilli, state tranquilli: sono calmo, vedete? calmissimo. E v'assicuro che sarò più calmo, se voi ve n'andate. Attirate voi, con lo starmi così attorno, lo sguardo di tutti! Lasciatemi solo, e nessuno baderà piú a me. Sono infine uno spettatore come gli altri. Che volete che faccia in teatro? So che lei verrà, se non è già venuta; la voglio rivedere, rivedere soltanto; ma sí, ma sí, da lontano; non voglio altro, rassicuratevi! Insomma, volete andarvene? Non mi fate dare spettacolo qua alla gente che viene a divertirsi alle mie spalle! Voglio restar solo, come debbo dirvelo? Calmo, sí, calmo: piú calmo di cosí?»

E andrà avanti e indietro, col viso stravolto e il corpo tutt'un fremito, finché tutti gli spettatori non saranno entrati nella sala.

Tutto questo servirà a spiegare al pubblico perché sui manifesti di questa sera la Direzione del teatro ha stimato prudente fare apporre il seguente:

Nota bene. Non è possibile precisare il numero degli atti di questa commedia, se saranno due o tre, per i probabili incidenti che forse ne impediranno l'intera rappresentazione.

Personaggi

Fissati nella commedia sul palcoscenico:

Delia Morello – Michele Rocca – La vecchia signora Donna Livia Palegari e i suoi invitati, le sue amiche e i vecchi amici di casa – Doro Palegari, suo figlio, e Diego Cinci, suo giovane amicoIl vecchio cameriere di casa Palegari, Filippo – Francesco Savio, il contradditore, e il suo amico Prestino, altri amici, il Maestro di scherma e un cameriere.

*

Momentanei nel ridotto del teatro:

La Moreno (che tutti sanno chi è) – Il barone Nuti – Il Capocomico – Attori e Attrici – Il Direttore del teatro – L'Amministratore della compagnia – Usceri del teatro – Carabinieri – Cinque critici drammatici – Un vecchio autore fallito – Un giovane autore – Un letterato che sdegna di scrivere – Lo spettatore pacifico – Lo spettatore irritato – Qualcuno favorevole – Molti contrarii – Lo spettatore mondano – Altri spettatori, signori e signore.

Atto primo

Siamo nell’antico palazzo della nobile signora Donna Livia Palegari, nell’ora del ricevimento, che sta per finire. Si vedrà in fondo, attraverso tre arcate e due colonne, un ricchissimo salone molto illuminato e con molti invitati, signori e signore. Sul davanti, meno illuminato, vedremo un salotto, piuttosto cupo, tutto damascato, adorno di pregiatissime tele, la maggior parte di soggetto sacro; cosicché ci sembrerà di trovarci nella cappella d'una chiesa, di cui quel salone in fondo, oltre le colonne, sia la navata: cappella sacra d’una chiesa profana. Questo salotto avrà appena una panca e qualche scranna per comodità di chi voglia ammirar le tele alle pareti. Nessun uscio. Ci verranno dal salone alcuni degli invitati, a due, a tre alla volta, per farsi, appartati, qualche confidenza; e, al levarsi della tela, ci troveremo un Vecchio Amico di casa e un Giovine sottile, che discorreranno tra loro.

Il giovine sottile (con un capino straziato, d’uccello pelato).      Ma che ne pensa lei?

Il vecchio (bello, autorevole, ma anche un po’ malizioso, sospirando).   Che ne penso!

Pausa.

Non saprei.

Pausa.

Che cosa ne dicono gli altri?

Il giovine sottile.        Mah! Chi una cosa e chi un’altra.

Il vecchio. S’intende! Ciascuno ha le sue opinioni.

Il giovine sottile.        Ma nessuno, per dir la verità, par che ci s’attenga sicuro, se tutti come lei, prima di manifestarle, vogliono sapere che cosa ne dicono gli altri.

Il vecchio. Io alle mie mi attengo sicurissimo; ma certo la prudenza, non volendo parlare a caso, mi consiglia di conoscere se gli altri sanno qualche cosa che io non so e che potrebbe in parte modificare la mia opinione.

Il giovine sottile.        Ma per quello che ne sa?

Il vecchio. Caro amico, non si sa mai tutto!

Il giovine sottile.        E allora, le opinioni?

Il vecchio. Oh Dio mio, mi tengo la mia ma – ecco – fino a prova contraria!

Il giovine sottile.        No, mi scusi; con l’ammettere che non si sa mai tutto, lei già presuppone che ci siano codeste prove contrarie.

Il vecchio (lo guarderà un po’, riflettendo, sorriderà e domanderà):       E con questo lei vorrebbe concludere che non ho nessuna opinione?

Il giovine sottile. Perché a stare a quello che dice, nessuno potrebbe mai averne!

Il vecchio. E non le sembra già questa un’opinione?

Il giovine sottile.        Sí, ma negativa!

Il vecchio. Meglio che niente, eh! meglio che niente, amico mio!

Lo prenderà sotto il braccio e s’avvierà con lui per rientrare nel salone in fondo.

Pausa. Nel salone si vedranno alcune signorine offrire il tè e le paste agli invitati. Entreranno guardinghe due Giovani Signore.

La prima (con foga ansiosa).  Mi ridai la vita! Mi ridai la vita! Dimmi! dimmi!

L'altra.     Ma non è niente più che una mia impressione, bada!

La prima.   Se l’hai avuta, è segno che qualcosa di vero dev’esserci! – Era pallido? Sorrideva triste?

L'altra.     Mi parve cosí.

La prima.   Non dovevo lasciarlo partire. Ah, il cuore me lo diceva! Gli tenni la mano fino alla porta. Era già lontano d’un passo fuori della porta e ancora gli tenevo la mano. Ci eravamo baciati, lasciati, ed esse no, le nostre mani non si volevano staccare. Rientrando, caddi, come rotta dal pianto. – Ma dimmi un po’, dimmi: nessuna allusione?

L'altra.     Allusione a che?

La prima.   No, dico, se – cosí, parlando in generale – come tante volte si fa…

L'altra.     No, non parlava: stava ad ascoltare ciò che si dicevano gli altri.

La prima.   Eh, perché lui lo sa! Lo sa quanto male ci facciamo per questo maledetto bisogno di parlare. Finché dentro di noi c’è un’incertezza, si dovrebbe stare con le labbra cucite. Si parla; non sappiamo neanche noi quello che diciamo… Ma era triste? Sorrideva triste? Non ricordi che cosa dicessero gli altri?

L'altra.     Ah, non ricordo. Non vorrei, cara, che ti facessi qualche illusione. Sai com’è? Ci s’inganna. Era forse indifferente e mi parve che sorridesse triste. Aspetta, sí: quando uno disse –

La prima.   – che disse? –

L'altra.     – una frase: aspetta… «Le donne, come i sogni, non sono mai come tu le vorresti».

La prima.   Non la disse lui, questa frase?

L'altra.     No, no.

La prima.   Ah Dio mio! – Intanto, non so se sbaglio o non sbaglio. Io che mi sono vantata d’aver fatto in ogni occasione a mio modo! – Sono buona, ma posso diventar cattiva; e allora guaj a lui!

L'altra.     Vorrei, cara, che tu non rinunciassi a essere come sei.

La prima.   E come sono? Non lo so piú! Ti giuro che non lo so piú! Tutto mobile, labile, senza peso. Mi volto di qua, di là, rido; m’apparto in un angolo per piangere. Che smania! Che angoscia! E continuamente mi nascondo la faccia, davanti a me stessa, tanto mi vergogno a vedermi cambiare!

Sopravvengono a questo punto altri invitati: due giovanotti annojati, molto eleganti,

e Diego Cinci.

Il primo.     Disturbiamo?

L'altra.     No no: tutt’altro. Venite avanti.

Il secondo.         Questa è la cappella delle confessioni.

diego.        Già. Donna Livia dovrebbe tenere qua a disposizione dei suoi invitati un prete e un confessionale.

Il primo.     Ma che confessionale! La coscienza! La coscienza!

Diego.        Sí, bravo! E che te ne fai?

Il primo.     Come? Della coscienza?

Il secondo (con solennità).    «Mea mihi conscientia pluris est quam hominum sermo».

L'altra.     Come come? Lei parla in latino?

Il secondo.         Cicerone, signora. Me ne ricordo ancora dal liceo.

La prima.   E che significa?

Il secondo (c. s.).         «Fo piú conto della testimonianza della mia coscienza, che dei discorsi di tutto il mondo».

Il primo.     Modestamente ognuno di noi dice: «Ho la mia coscienza e mi basta».

diego.        Se fossimo soli.

Il secondo (stordito).    Che vuol dire, se fossimo soli?

diego.        Che ci basterebbe. Ma allora non ci sarebbe più neanche la coscienza. Purtroppo, cari miei, ci sono io e ci siete voi. Purtroppo!

La prima.   Dice purtroppo?

L'altra.     Non è gentile!

Diego.        Ma perché dobbiamo fare i conti con gli altri, sempre, signore mie!

Il secondo.         Ma nient’affatto! Quando ho la mia coscienza!

diego.        E non vuoi capire che la tua coscienza significa appunto «gli altri dentro di te»?

Il primo.     I soliti paradossi!

diego.        Ma che paradossi!

Al Secondo:

Che vuol dire, scusa, che «hai la tua coscienza e ti basta»? Che gli altri possono pensare di te e giudicarti come piace a loro, anche ingiustamente; che tu sei intanto sicuro e confortato di non aver fatto male. Non è così?

Il secondo.         Mi pare!

Diego.        Bravo! E chi te la dà, se non sono gli altri, codesta sicurezza? Codesto conforto chi te lo dà?

Il secondo.         Io stesso! La mia coscienza appunto! Oh bella!

Diego.        Perché credi che gli altri, al tuo posto, se fosse loro capitato un caso come il tuo, avrebbero agito come te! Ecco perché, caro mio! E anche perché, fuori dei casi concreti e particolari della vita… sí, ci sono certi principii astratti e generali, su cui possiamo essere tutti d’accordo (costa poco!). Intanto, guarda: se tu ti chiudi sdegnosamente in te stesso e sostieni che «hai la tua coscienza e ti basta», è perché sai che tutti ti condannano e non t’approvano o anche ridono di te; altrimenti non lo diresti. Il fatto è che i principii restano astratti; nessuno riesce a vederli come te nel caso che ti è capitato, né a veder se stesso nell’azione che hai commessa. E allora a che ti basta la tua coscienza, me lo dici? A sentirti solo? No, perdio. La solitudine ti spaventa. E che fai allora? T’immagini tante teste, tutte come la tua: tante teste che sono anzi la tua stessa; le quali, a un dato caso, tirate per un filo, ti dicono sí e no, e no e sí, come vuoi tu. E questo ti conforta e ti fa sicuro. Va’ là, va’ là che è un giuoco magnifico, codesto della tua coscienza che ti basta!

La prima.   È già tardi, oh. Bisogna andare.

L'altra.     Sí sí. Se ne vanno via tutti.

A Diego, fingendosi scandalizzata:

Ma che discorsi!

Il primo.     Andiamo, andiamo via anche noi.

Ritorneranno nel salone per salutare la padrona di casa e andar via. Nel salone, ormai, saranno rimasti pochi invitati che già si licenziano da Donna Livia, la quale alla fine si farà avanti, molto turbata, trattenendo Diego Cinci. Lo seguiranno il Vecchio amico di casa che abbiamo veduto in principio e

un Secondo vecchio amico.

Donna Livia (a Diego). No no, caro, non ve ne andate. Siete l’amico più intimo di mio figlio. Sono tutta sossopra. Ditemi, ditemi se è vero ciò che mi hanno riferito questi miei vecchi amici.

Primo vecchio amico.  Ma sono solo supposizioni, Donna Livia, badiamo!

Diego.        Su Doro? Che gli è accaduto?

Donna Livia (sorpresa).         Come? Non sapete niente?

Diego.        No. Nulla di grave, suppongo. Lo saprei.

Secondo vecchio amico (socchiudendo gli occhi quasi per attenuare la gravità di quello che dice).       Lo scandalo di jersera –

Donna Livia.      – in casa Avanzi! La difesa di… di quella… come si chiama? – di quella donnaccia!

Diego.        Scandalo? Che donnaccia?

Primo vecchio amico (c.s.).   Mah! La Morello.

Diego.        Ah. È per Delia Morello?

Donna Livia.      Voi dunque la conoscete?

Diego.        E chi non la conosce, signora mia?

Donna Livia.      Anche Doro? Dunque è vero! La conosce!

Diego.        Oh Dio, la conoscerà. Ma che scandalo?

Donna Livia (al Primo Vecchio Amico).    E voi che dicevate di no! —

Diego.        – come la conoscono tutti, signora. Ma che è accaduto?

Primo vecchio amico.  Ecco. Io ho detto: «senza che forse abbia mai parlato con lei!».

Secondo vecchio amico.      Già! Per fama.

Donna Livia.      E ne prendeva le difese? Fin quasi a venire alle mani —

Diego         – con chi? —

Secondo vecchio amico.      – con Francesco Savio. —

Donna Livia.      – è incredibile! Arrivare fino a questo punto! In una casa per bene! Per una donna come quella!

Diego.        Ma forse, discutendo —

Primo vecchio amico.  – ecco, nel calore della discussione —

Donna Livia.      Per carità, non cercate d’ingannarmi!

A Diego:

Dite, ditemi voi, caro! Voi sapete tutto di Doro —

Diego.        – ma stia tranquilla, signora —

Donna Livia       – no! Il vostro obbligo, se siete amico vero di mio figlio, è dirmi francamente quello che sapete!

Diego.        Ma se non so nulla! E vedrà che non sarà nulla! Vuol far caso di parole?

Primo vecchio amico.  No, questo no —

Secondo vecchio amico.      – che abbia fatto un gran senso a tutti, non si può negare —

Diego.        – ma che cosa, in nome di Dio? —

Donna Livia.      – questa difesa scandalosa! Vi par poco?

Diego.        Ma lo sa lei, signora mia, che da una ventina di giorni non si fa altro che discutere di Delia Morello? Se ne dicono di cotte e di crude, in tutti i ritrovi, salotti, caffè, redazioni di giornali. Ne avrà letto anche lei qualche cosa suoi giornali.

Donna Livia.      Sí. Che un uomo s’è ucciso per lei!

Primo vecchio amico.  – un giovane pittore: il Salvi —

Diego.        – Giorgio Salvi, sí —

Secondo vecchio amico.      – che pare facesse sperare tanto di sé —

Diego.        – e pare che non sia neanche il primo.

Donna Livia.      Come? Anche qualche altro?

Primo vecchio amico.  – sí, era stampato in un giornale —

Secondo vecchio amico.      – che già un altro s’era ucciso per lei? —

Diego.        – un Russo, qualche anno fa, a Capri.

Donna Livia (dando in ismanie e nascondendosi la faccia tra le mani).   Dio mio! Dio mio!

Diego.        Non tema, per carità, che Doro debba essere il terzo! Creda, signora, che se si deve compiangere da tutti la fine sciagurata d’un artista come Giorgio Salvi; poi – a conoscere bene i fatti come si sono svolti – si può, si può anche tentare la difesa di quella donna.

Donna Livia.      Anche voi?

Diego.        Anch’io, sí… perché no?

Secondo vecchio amico.      Sfidando l’indignazione di tutti?

Diego.        Sissignori! Vi dico che si può difendere!

Donna Livia.      Il mio Doro! Dio mio, sempre cosí serio!

Primo vecchio amico.  Riserbato.

Secondo vecchio amico.      Contegnoso.

Diego.        Può darsi che, contradetto, abbia un po’ ecceduto, si sia lasciato andare.

Donna Livia.      No no, non me la date a intendere! non me la date a intendere! È un’attrice, codesta Delia Morello?

Diego.        Una pazza, signora.

Primo vecchio amico.  Ha fatto però l’attrice drammatica.

Diego.        S’è fatta cacciare per le sue stravaganze da tutte le compagnie; tanto che non trova piú da scritturarsi. «Delia Morello» sarà un soprannome. Chi sa come si chiama, chi è, di dove viene!

Donna Livia.      È bella?

Diego.        Bellissima.

Donna Livia.      Tutte cosí, queste maledette! Doro l’avrà conosciuta a teatro?

Diego.        Credo. Ma avrà parlato con lei poche volte nel camerino, se pure. E in fondo non è così terribile come tutti si figurano, signora; stia tranquilla.

Donna Livia.      Con due uomini che si sono uccisi per lei?

Diego.        Io non mi sarei ucciso.

Donna Livia.      Avrà fatto perdere la testa a tutti e due!

Diego.        Io non l’avrei perduta.

Donna Livia.      Ma io non temo per voi! Temo per Doro!

Diego.        Non tema, signora. E creda che se male ha fatto agli altri quella disgraziata, il piú gran male l’ha fatto sempre a se stessa. È di quelle donne fatte a caso, sempre fuori di sé, fuggiasche, che non sapranno mai dove andranno a parare. Eppure, tante volte, sembra una povera bambina impaurita che cerchi ajuto.

Donna Livia (impressionatissima, afferrandolo per le braccia).      Diego, queste cose ve l’ha dette Doro!

Diego.        No, signora!

Donna Livia (incalzando).     Siate sincero, Diego! Doro è innamorato di questa donna!

Diego.        Ma se le dico di no!

Donna Livia (c. s.).      Sí, sí; ne è innamorato! Le parole che avete detto sono quelle d’un innamorato!

Diego.        Ma le ho dette io, non Doro!

Donna Livia.      Non è vero! Ve le ha dette Doro! Nessuno me lo leva dalla testa!

Diego (stretto così da lei).       Oh Dio mio…

Con estro improvviso: voce chiara, lieve, invitante:

Signora, e lei non pensa… che so, a un calessino per una strada di campagna – aperta campagna – in una bella giornata di sole?

Donna Livia       (restando).  A un calessino? e come c’entra?…

Diego (con ira, commosso sul serio).         Signora, sa come mi sono trovato io, vegliando di notte mia madre che moriva? Con un insetto sotto gli occhi, dalle ali piatte, a sei piedi, caduto in un bicchier d’acqua sul tavolino. E non m’accorsi del trapasso di mia madre, tanto ero assorto ad ammirare la fiducia che quell’insetto serbava nell’agilità dei suoi due ultimi piedi piú lunghi, atti a springare. Nuotava disperatamente, ostinato a credere che quei due piedi fossero capaci di springare anche sul liquido e che intanto qualcosina attaccata all’estremità di essi li impacciasse nel salto. Riuscendo vano ogni sforzo, se li nettava vivacemente con quelli davanti e ritentava il salto. Stetti più di mezz’ora a osservarlo. Vidi morir lui e non vidi morire mia madre. Ha capito? – Mi lasci stare!

Donna Livia (confusa, stordita, dopo aver guardato gli altri due, anch’essi confusi, storditi).      Io vi chiedo scusa – ma non vedo che relazione…

Diego.        Le sembra assurdo? Lei domani riderà – gliel’assicuro io – di tutta codesta vana costernazione per suo figlio, ripensando a questo calessino che ora le ho fatto passar davanti per frastornarla. Consideri che io non posso ridere ugualmente, pensando a quell’insetto che mi cadde sotto gli occhi mentre vegliavo mia madre che moriva.

Pausa. Donna Livia e i due vecchi amici, dopo questa brusca diversione, torneranno a guardarsi tra loro, piú che mai imbalorditi, non riuscendo, per quanta buona volontà ci mettano, a far entrare quel calessino e quell’insetto nell’argomento del loro discorso. D’altra parte Diego Cinci è veramente commosso dal ricordo della morte della madre; per cui Doro Palegari, che entrerà in questo momento, lo troverà del tutto

cambiato d’umore.

Doro (sorpreso, dopo aver guardato in giro tutti e quattro).  Che cos’è?

Donna Livia (riavendosi).      Ah! Eccoti qua! Doro, Doro, figlio mio, che hai fatto? Questi amici mi hanno detto…

Doro (scattando, irritatissimo).        …dello scandalo, è vero?… che sono cotto, fradicio, pazzo di Delia Morello, eh? Tutti gli amici che m’incontrano per via, mi fanno l’occhietto: – «Eh, Delia Morello?» – Ma perdio, dove siamo? in che mondo viviamo?

Donna Livia.      Ma se tu —

Doro.         – io, che cosa? È incredibile, parola d’onore! È già, subito, diventato uno scandalo!

Donna Livia.      Hai difeso —

Doro.         – non ho difeso nessuno! —

Donna Livia.      – in casa Avanzi, jersera —

Doro.         – in casa Avanzi jersera ho sentito esprimere da Francesco Savio un’opinione che non m’è sembrata giusta sulla fine tragica del Salvi di cui tutti parlano; e l’ho combattuta. – Questo è tutto!

Donna Livia.      Ma hai detto cose —

Doro.         – avrò anche detto un cumulo di sciocchezze! Quello che ho detto, non lo so! Una parola tira l’altra! – Ma può ciascuno pensare a suo modo, sí o no? sui fatti che accadono. Si può, mi pare, interpretare un fatto in una maniera o in un’altra, come ci sembra; oggi cosí e domani magari diversamente? – Io sono prontissimo, se domani vedo Francesco Savio, a riconoscere che aveva ragione lui, e torto io.

Primo vecchio amico.  Ah, benissimo, allora!

Donna Livia.      Fallo, sí, fallo, Doro mio! —

Secondo vecchio amico.      – per tagliar corto a tutte queste chiacchiere!

Doro.         Ma non per questo! Me ne infischio, io, delle chiacchiere. – Per vincere in me       stesso l’irritazione che provo —

Primo vecchio amico.  – è giusto! sí sí , è giusto! -

Secondo vecchio amico.      – a vedersi così frainteso!

Doro.         Ma no! Per le esagerazioni a cui mi sono lasciato andare vedendo bestialmente incornato su certe false argomentazioni Francesco Savio, il quale poi —sí – aveva ragione lui, sostanzialmente. Ora, a mente fredda, sono pronto – ripeto – a riconoscerlo. E lo farò, lo farò davanti a tutti, perché si finisca di gonfiare questa famosa discussione! Non ne posso piú!

Donna Livia.      Bene, bene, Doro mio! E sono contenta che tu riconosca fin d’ora, qua davanti al tuo amico, che non si può difendere una donna come quella!

Doro.         Perché anche lui diceva che si può difendere?

Primo vecchio amico.  Già – lo diceva; ma… così; lo diceva —

Secondo vecchio amico.      – accademicamente – per tranquillare tua madre…

Donna Livia.      Ah, sí, bel modo di tranquillarmi! Fortuna che m’hai tranquillato tu, ora. Grazie, Doro mio!

Doro (scattando al ringraziamento).         Ma dici sul serio? Mi fai crescere piú che mai l’irritazione, vedi?

Doro.         Perché ti ringrazio?

Doro.         Eh sí, scusa! Perché mi ringrazi? Hai potuto credere anche tu, dunque? —

Donna Livia.      – no! no! —

Doro.         – e allora perché mi ringrazi e ti dichiari tranquilla «ora»? – Farei cose da pazzi, farei!

Donna Livia.      Per carità, non ci pensare piú!

Doro (voltandosi a Diego).    Come credi che sia da difendere, tu, Delia Morello?

Diego.        Lascia andare! Ora che tua madre è tranquilla!

Doro.         No, vorrei saperlo, vorrei saperlo.

Diego.        Per seguitare a discutere con me?

Donna Livia.      Basta, Doro!

Doro (alla madre).        No, per curiosità!

A Diego:

Per vedere se le tue ragioni sono quelle stesse che portavo io contro Francesco Savio.

Diego.        E in questo caso? Cambieresti di nuovo?

Doro.         Ti pare che sia una bandieruola? – «Non si può dire» – sostenevo io – «che Delia Morello abbia voluto la rovina del Salvi per il fatto che, quasi alla vigilia delle nozze, si mise con quell’altro, perché la vera rovina del Salvi sarebbe stata a ogni modo il suo matrimonio con lei».

Diego.        Ecco! Benissimo! Ma sai com’è una torcia accesa, al sole, in un mortorio? La fiamma non si vede; e che si vede invece? come fúmiga!

Doro.         Che intendi dire?

Diego.        Che son d’accordo con te: che la Morello lo sapeva; e che appunto perché lo sapeva, non volle il matrimonio! Ma tutto questo non è chiaro, forse neanche a lei stessa; e appare invece a tutti il fumighío della sua cosí detta perfidia.

Doro (subito, con foga).         No, no, caro mio! Ah, la perfidia c’è stata; è innegabile; e raffinatissima! Ci ho ripensato bene tutt’oggi. Ella si mise con quell’ altro – con Michele Rocca – per seguitare fino all’ultimo la sua vendetta sopra il Salvi; come sosteneva Francesco Savio jersera.

Diego.        Oh! E dunque statti adesso in buona pace con codesta opinione del Savio, e non parlarne piú.

Primo vecchio amico.  Ecco! È il meglio che si possa fare su un simile argomento! E noi ce n’andiamo, Donna Livia —

le bacerà la mano.

Secondo vecchio amico (seguitando).     – felicissimi che tutto si sia chiarito!

Le bacerà la mano; poi, rivolgendosi ai due giovani:

Buona sera, cari.

Primo vecchio amico.  Addio, Doro. Buona sera, Cinci.

Diego.        Buona sera.

Se lo tirerà un po’ in disparte e gli dirà piano,

maliziosamente:

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