Read the book: «Il Cane»

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GUIDO PAGLIARINO

IL CANE

ROMANZO

Guido Pagliarino

IL CANE

Romanzo

Distribuzione Tektime - Copyright © 2021 Guido Pagliarino – Tutti i diritti appartengono all’autore

Immagine di copertina: Un esemplare di cane da difesa Bandog. Fonte: Wikipedia L’enciclopedia libera

Nessuna persona realmente esistente o esistita appare in questo romanzo, a parte le figure storiche generalmente note citate e non partecipanti all’azione. I personaggi, i nomi di persona, di enti, ditte e società e di prodotti e i servizi che appaiono in questa narrazione e gli avvenimenti narrati sono del tutto immaginari. È da considerarsi assolutamente casuale e involontario ogni eventuale riferimento a persone reali e, in generale, alla realtà, presente o passata, personale, familiare, professionale o istituzionale.

Indice

Capitolo I

Capitolo II

Capitolo III

Capitolo IV

Capitolo V

Capitolo VI

Capitolo VII

Capitolo VIII

Capitolo IX

Capitolo X

Capitolo XI

Capitolo XII

Capitolo XIII

Capitolo XIV

OPERE BASATE SULLE FIGURE DI VITTORIO D’AIAZZO E RANIERI VELLI

FOTOGRAFIA FUORI TESTO


Cartolina d’antan ritraente l’angolo fra via Garibaldi e corso Valdocco del palazzo in cui aveva sede la Gazzetta del Popolo. Nel basso della foto verso l’estrema sinistra di chi legge, dietro al tronco dell’albero centrale, s’intravedono la scala e il portone dell’ingresso.

Capitolo I

La Gazzetta del Popolo era il più antico quotidiano torinese, nato il 16 giugno 1848 e morto senza più speranza di rinascita il 31 dicembre 1983, dopo anni in cui aveva sofferto cambi di proprietà e problemi economici finendo più d’una volta, per brevi periodi, quasi in coma. Era un foglio rivolto sin dalla fondazione alle classi di piccolo censo, portatore d’uno spirito critico sociale che aveva sempre mantenuto a parte, chiaramente, durante l’età fascista in cui tutta la stampa era stata imbavagliata. In epoca repubblicana, dopo importanti successi, aveva proseguito l’attività, sempre soffrendo avversità sin al suo decesso. La sua redazione, saldamente sindacalizzata, aveva guardato verso la sinistra democratica parlamentare cattolica e laica operando socialmente; per esempio, nel periodo della grande immigrazione a Torino dal meridione d’Italia, aveva favorito l’integrazione dei nuovi torinesi e, negli anni ‘60 e ‘70, aveva realizzato approfondite inchieste sopra gl’infortuni sul lavoro e sull’occupazione giovanile. Il quotidiano era stato l’appassionato concorrente dell’immarcescibile La Stampa, foglio questo che, dopo il conflitto mondiale, aveva sostenuto il centrismo governativo di matrice degasperiana, dal 1963 aveva diretto le proprie simpatie al bianco-rosso dei Governi di centrosinistra del forzato connubio Democrazia Cristiana – Partito Socialista e, nei primi anni ‘70 nei quali questa narrazione si svolge, imperando il clima della cosiddetta contestazione politico-sociale, La Stampa aveva guardato non sfavorevolmente agl’ideali di estrema sinistra: niente di strano, il conformarsi ai Governi in carica e al clima sociale del tempo era ed è cosa consueta per la maggioranza dei quotidiani, cosiddetti indipendenti ma appartenenti a una grande unità economica privata o pubblica1 .

Sin dall’inizio degli anni ‘60 anch’io avevo collaborato alla Gazzetta, ma solo alla pagina culturale e occasionalmente, come giornalista pubblicista, a volte scrivendo l’articolo in corso Valdocco 2, sede del giornale, altre portandovelo già pronto steso a casa. Tuttavia nel gennaio 1973 l’amico direttore m’aveva invitato a collaborare a tempo pieno qual redattore professionista e io avevo accettato. Non s’era trattato della mia prima esperienza all’interno d’una redazione, nei primi mesi del 1968 avevo lavorato alla cronaca subalpina d’un quotidiano genovese del finanziere Angelo Tartaglia Fioretti, il quale m’aveva licenziato dopo non molto per divergenze sociopolitiche2 . Alla Gazzetta ero nel mio ambiente accanto a cattolici progressisti, qualche repubblicano come me e socialdemocratici, per cui avevo accettato l’offerta ben volentieri, trovandomi oltretutto in uno di quei periodi in cui le idee per un nuovo romanzo mi scarseggiavano e un congruo stipendio fisso sarebbe stato il benvenuto, pur avendo da parte una buona somma grazie alla quale non avrei comunque sofferto la fame.

La redazione della Gazzetta era un universo di ticchettanti macchine per scrivere entro una nuvola di fumo di sigarette e di qualche pipa, in cui chiunque, come me, non fosse stato fumatore, se non fosse riuscito presto a mitridatizzarsi avrebbe potuto rimaner asfissiato. Quasi ovunque, a parte forse che nei numerosi bagni, e sempre che le rispettive porte d’ingresso e la porta del gabinetto impegnato fossero ben chiuse, formicolava negli orecchi il brusio delle voci dei giornalisti in sala redazionale o, giù in tipografia, a colloquio col proto e di lui che discuteva col compositore e del compositore che strillava per farsi udire dal proprio apprendista oppure dal tipografo, il quale strepitava con l’aiutante, immersi tutti nel frastuono delle rotative e nel rumore delle linotype: alla Gazzetta del Popolo la composizione delle pagine era ancor a caldo, non erano scomparse le linotype, sebbene già nei primi anni ‘70 in diversi quotidiani fosse subentrato il metodo della fotocomposizione e dell’impaginazione a freddo tramite computer.

L’ottimo direttore m’aveva affidato la cronaca nera affiancandomi per un paio di mesi a un’esperta tutrix, Ada, giornalista investigativa e bella bruna slanciata sulla soglia della quarantina con la quale, già una ventina di giorni dopo, avevo fatto coppia amorosa, su mia proposta e, come sempre accade, per muliebre scelta: m’avrebbe placidamente lasciato a giugno, pur mantenendomi una cordiale amicizia: “Ranieri, sei un po’ troppo individualista, lo sai?” m’avrebbe detto all’alba d’un lunedì nel trilocale che occupava da sola in via Amedeo Avogadro, non lontano dal giornale, nudi sotto le coltri del suo letto alla francese: “Tanto buon erotismo, mio caro, questo sì, ma non sai darmi l’amore.” M’aveva destinato garbo impiegando la parola individualista che riusciva ad attenuare un poco quanto, me l’ero sentita chiaramente, ell’aveva inteso: egoista. In verità proprio egoista non penso d’essere mai stato, sentimentalmente cauto semmai e, a ben vedere, nemmeno da sempre: solo da quand’ero stato scottato, durante buie vicende internazionali che m’avevano coinvolto e gravemente danneggiato nel 1969, da una sensualissima italoamericana di cui m’ero infatuato talmente da progettare d’impalmarmela, risultatami però in breve una sciupauomini sessualmente peregrinante3 . Dopo un po’ di tempo, considerando che l’abbandono di Ada non aveva deteriorato l’affiatamento fra noi, mi sarei figurato, auto assolvendomi, che nemmeno la mia collega fosse stata veramente innamorata di me.

Avevo gradito il lavoro in cronaca nera, non troppo diverso da quello svolto in Polizia fin al 1967 quale investigatore. D’altro canto m’era piaciuto il fatto che anche il grande giornalista, scrittore e molt’altro Dino Buzzati, versatile figura scomparsa solo un anno prima che avevo molto ammirato, fosse stato redattore non solo di terza pagina e di cronaca varia al Corrierone4 ma, con particolare passione, giornalista di cronaca nera. M’era stato evidente perché il direttore m’avesse inserito in nera, pur provenendo io dalla pagina letteraria: aveva ovviamente giocato il mio essere stato poliziotto investigativo per anni e non doveva essere stata estranea alla scelta la citata agghiacciante disavventura, universalmente nota, che avevo sofferto nel 1969, risoltasi in lieto fine, ma con gravi ammaccature fisiche e morali, solo grazie all’intervento provvidenziale del mio unico vero amico ed ex superiore Vittorio D’Aiazzo, vicequestore comandante della Sezione Omicidi e Reati contro la persona della Questura torinese: una vicenda in cui una loschissima, potente figura aveva tramato contro l’Italia e gli Stati Uniti e, nello stesso tempo, contro di me, Ranieri Velli, usandomi quale motore involontario e capro espiatorio del suo disegno criminale. La vicenda era stata raccolta e divulgata dalla cronaca internazionale e aveva causato la mia fortuna di scrittore: ne avevo avuto notorietà e frutti economici grazie a un saggio che avevo scritto in tempo reale sulla vicenda, tradottomi nelle principali lingue occidentali e pubblicato vendendo quasi un milione di copie nel mondo; poi, lasciata da parte la giovanile poesia dalla quale avevo avuto i miei primi successi, ma ovviamente non guadagni, avevo sfruttato la fama raggiunta stendendo romanzi su alcune delle passate indagini di Vittorio D’Aiazzo e mie, libri che avevano venduto bene e dai quali erano state tratte le sceneggiature di alcuni film di successo5 .

N e l periodo storico in cui si svolge questa mia memoria i cronisti di nera s i trovavano sovente a scrivere di concerto co n redattori e commentatori politici, ché sin dalla fine del decennio precedente sanguinosi reati terroristici s’erano affiancati a i delitti privati .

Il terrorismo italiano era stat o un fenomeno sociopolitico involutivo, anche se accesosi entro un processo di maturazione della visione sociale nato verso gl’inizi del decennio e riguardante non solo il mondo aconfessionale, ma l’universo cattolico: gli anni f ra l’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano II nel 1962 e l’anno 1970 avevano vie più responsabilizzato buona parte dei c redenti , f ra l’altro affinando il concetto evangelico che l’operaio ha diritto alla sua mercede : lo sciopero non era stato più considerato l’omissione d’un dovere ma un sacrosanto diritto. I conflitti col mondo imprenditoriale avevano dunque assunto una doppia colorazione sia n e lle menti dei lavoratori sia n e lle organizzazioni sindacali , le laiche e classiste CGIL e UIL, di cultura politica comunista, socialista e socialdemocratica, e la cattolica CISL che, nel difendere economicamente operai e impiegati, si basava su l valor e cristiano della persona, incommensurabile secondo la Chiesa p er la quale ogni essere umano è creat o a immagine e somiglianza di Dio. L e rivendicazioni e gli scioperi avevano accomunato classisti e umanisti. Anche l a degenerazione terroristica del malcontento sociale aveva riguardato entrambi i mondi e aveva co ntemplato casi di passaggio dal cattolicesimo al marxleninismo rivoluzionario armato , com’era avvenuto per Renato Curcio e la moglie Margherita Cagol fondatori, co l comunista Alberto Franceschini, del la più importante organizzazione di lotta armata di estrema sinistra , le Brigate Rosse, i quali non solo provenivano dal mondo cattolico ma, essendo ormai comunisti, s’erano sposati in chies a .

Comunque la quotidiana vita degl’italiani continuava nonostante il pandemonio terroristico ormai sfrenato e non mancavano eventi festosi come, 10 aprile 1973, l’inaugurazione del nuovo Teatro Regio di Torino. Per decenni nell’area di piazza Castello, sulla quale aveva risonato in passato, per due secoli, la gloria musicale dell’originale Teatro Regio edificato nel 1740, c’erano stati solo più i suoi ruderi, causa un incendio devastante divampato nella notte fra l’8 e il 9 febbraio 1936; ma finalmente, dopo anni di lavori, il teatro era risorto e la serata d’inaugurazione del nuovo Regio era ormai prossima. Sarebbe stata di gran gala, naturalmente, alla presenza del Presidente della Repubblica Giovanni Leone col suo seguito romano e delle più alte personalità e i primari dirigenti cittadini e regionali. In scena, l’allestimento sontuoso del melodramma verdiano “I vespri siciliani”, con la regia dei grandissimi cantanti Maria Callas e Giuseppe Di Stefano.

Sebbene l’avvenimento fosse da alta cronaca mondana e, apparentemente, non riguardasse noi della nera, il direttore aveva voluto che Ada e io fossimo tra i cronisti invitati “perché”, ci aveva detto, “c’è sempre il pericolo che i soliti gruppi di esaltati provochino uno dei loro scompigli davanti al teatro, o peggio. Se dovesse succedere, voi due di corsa6 in un bar a telefonarcelo per la finestrella di prima pagina, poi al volo qui per i vostri articoli in cronaca. Chiaro?”

Ada doveva essere in vena d’umorismo e, con voce soave, gli aveva risposto ritmicamente: “Siamo noi sempre pronti alla bisogna.”

Io, di tutt’altro umore, infastidito dalla possibilità di finirmene in mezzo alla violenza di squinternati volgar marxiani7 o, peggio, esploso da una vigliacca bomba neofascista, gli avevo solo restituito un rassegnato “Chiaro”. C’erano davvero pericoli di pesantissimi disordini e non nascondo che m’era stata più che bastante l’avventura nerissima del 1969 dalla quale avevo contratto, e mi rimarrà a vita, uno shock post traumatico per il quale, ancor oggi dopo tanto tempo, giunto ultrasettantenne nel terzo millennio, a volte il ricordo del dolore inflittomi mi rispunta improvviso in animo e m’invade la mente, quasi come se stessi subendo di nuovo quelle torture.

L’ottimo direttore m’aveva sorriso: “Non me la dai a bere, Ranieri, lo so che andarci ti secca e ne so pure il motivo; però è da farsi! Oh, ovviamente, tu cravatta nera e tu, Ada…”

“...sì, Giorgio, io abito lungo: nell’armadio ho il solito, che va benissimo ogni volta con buona pace degli affari degli atelier .”

“Ne soffrono di certo amaramente”, le aveva zufolato il capo in divertita ribattuta a ll’ endecasillabo di lei.

La serata d ell ’inaugurazione si sarebbe svolta senz’incidenti ? L ’occasione era davvero ghiotta per gli eversori .

FOTOGRAFIA FUORI TESTO


Prima pagina del quotidiano Corriere della Sera del 13 dicembre 1969, giorno successivo a quello della strage di piazza Fontana a Milano. Fonte “prima La Martesana”, articolo La strage cinquant’anni dopo (1969-2019), pagina web https://primalamartesana.it/cronaca/bomba-al-cuore-sono-passati-50-anni-dalla-strage-di-piazza-fontana/

Capitolo II

Come s’era potut i finire nell’ agghiacciante babele degli anni che sarebbero stati definiti di piombo ?

N e l 1968 , dopo precedenti isolati episodi di protesta giovanile, la scontentezza politica e in molti casi la rabbia di tanti ragazzi s’era espress a con forza attraverso manifestazioni di piazza, per lo più d i studenti non tutti in realtà preparati politicamente, non pochi di loro semplici utopisti o ppure marxisti immaginari , come li avrebbe definiti nel 1975 chi il marxismo ben conosceva 8 , e non tutti su posizioni di sinistra ma, in parte, pseudo nietzschiani o fascist eggianti quando non fascisti . Tali dimostrazion i non erano state fisicamente violente a gli inizi, ma erano state incalzate da altre che avevano causato danneggiamenti e feriti . Poi la società italiana aveva dovuto subire le canagliate stragiste d’ estrema destra e le azioni omicide d i gruppi armati di sinistra : L’ eversione neo fascista, o ner a , aveva praticato , contro la mentalità progressista , un terrorismo bombarolo, iniziando la propria criminosa attività n el 1969 con un ordigno esploso , durante l’orario di ricevimento clienti, nel la filiale in piazza Fontana della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Giamm ai però gli stragisti av rebbero indic ato la loro identità ideologic a, peraltro intuibil mente d’ estrema destra anche se c’era no stat i funzionari di Polizia che, agl’inizi , aveva no sospettato e perseguit o anarchici. Q uesta tipologia d ’ eversori lasciava appositamente nell’incertezza il fine delle stragi, rivolte ad anonimi cittadini ammazzati in massa a caso; ma l’intento era ben intuibile , pur se a propria volta non dichiarato: terrorizzare l a popolazione e indurla a richiedere un Governo forte, dittatoriale, che ponesse fine al disordine. P er apparente assurdo, era pur u tile a tale scopo , anche se di certo nolente, l’azione allarmante del terroris m o di sinistra. Quest ’ ultimo era per la maggior parte esercitato da lle Brigate Rosse, ben strutturat e e militarmente armat e, pur non mancando affatto molte organizzazioni minori che operavano episodicamente come, ad esempio , la Lotta Armata per il Comunismo, i Nuclei Armati Potere Operaio, il Gruppo XXII Ottobre, i GAP Gruppi d’Azione Partigiana -Esercito popolare di liberazione . Diversamente da loro, l e Brigate Rosse, o B.R. come i mezzi di comunicazione sovente le chiamavano , già nei primi tempi avevano agito con frequenza e su ampia scala in Lombardia, Liguria e Piemonte. Nell’immediato, purtroppo , l a pericolosità delle B.R. era stata sottovalutat a dai mezzi di comunicazione. M olti media le avevano oltretutto definit e sedicenti, non pochi giungendo a sostenere che si trattava di fascisti desiderosi di lordare l’immagine del comunismo: evidentemente, l’ideale de gl’ intellettuali democratici comunisti , di gran lunga preponderanti in quegli anni su quelli non marxisti , non poteva accettare le azio ni d i violenti sovversivi d’estrema sinistra e dunque , passionalmente , respingeva con sdegno ch e provenissero da individui della sinistra marxiana . Non era ancor a chiaro che il punto di vista ideologico del movimento eversivo principale e dei gruppuscoli suoi analoghi era invece fermamente di sinistra: sinistra rivoluzionaria. Q uei terroristi rossi ritenevano che, finita la seconda guerra mondiale , l’oppressione nazifascista fosse stata rimpiazzata da quella de l mascherato, ma non meno micidiale, potere economico imperialis ta delle multinazionali, ragion per cui fosse indispensabile la continuazione del la lotta armata partigiana, un prosieguo della Resistenza che avrebbe dovuto, in primo luogo, smontare violentemente gli apparati istituzional i d ’ oppressione del proletariato , per a ccendere poi una rivoluzione nazionale liberatoria .

FOTOGRAFIA FUORI TESTO


La celebre fotografia, scattata da Paolo Pedrizzetti, del terrorista comunista Giuseppe Memeo con pistola durante lo scontro del 14 maggio 1977 di via De Amicis a Milano. Era stato dapprima un militante di Autonomia Operaia poi era entrato, divenendone uno dei principali membri, nei Proletari Armati per il Comunismo. Catturato e condannato a 30 anni di reclusione per duplice omicidio e sette rapine, iniziò ad allontanarsi e quindi rifiutò i principi della lotta armata. A fine pena, si era dedicato ad un’attività sociale pacifica. Fonte dell’immagine, di pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=798951

Capitolo III

La serata d ell ’inaugurazione del nuovo Teatro Regio, contrariamente ai timori, s’era svolta tranquilla e festosa . A l termine, dopo l’esodo di tutte le autorità con le loro scorte armate, Ada e io erava mo usciti in piazza Castello per tornar cene sveltamente al giornale , relazionare oralmente a l direttore il nulla accaduto e andarcene subito dopo a letto a casa di lei .

Eravamo montati sulla sua auto con trassegnata STAMPA- PRESS , una fuori serie FIAT 500 blu Scioneri , volant e, cruscotto e pomello del cambio in legno e sedili imbottiti particolar mente comodi 9 , che all’arrivo ell’ aveva parcheggiat o in via Po non molto oltre piazza Castello , in direzione del fiume .

Svolta a U e, un cento metri dopo, curva a destra , di nuovo d avanti a l Regio con l’intenzione di compiere, subito dopo, mezzo giro a sinistra attorno al centrale castello Casaforte degli Acaja e a l suo posteriore Palazzo Madama e imboccare quindi, a destra, la via Garibaldi. Q uesta, anche se sarebbe presto divenuta pedonale, nel 1973 poteva ancor percorrer si in auto in entrambi i sensi, pur non essendo molto larga e correndovi sopra doppi binari del tram quasi rasenti a gli stretti marciapiedi. P er via Garibaldi saremmo giunti, tirando dritt o, all’incrocio co i susseguentisi corsi Palestro- Valdocco e qui, svoltando a destra nel secondo , saremmo arrivati, poch e decine di metri dopo, all’ingresso della Gazzetta.

Si dice banalmente che quando un cane mord e un essere umano no n fa notizia mentr e sarebbe pubblicabile, anche se in un mero trafiletto sorridente , il caso d’un uomo che morde sse un cane 10 . Ebbene, come vedremo fra poc hissimo , possono esserci eccezioni: anche un cane che morde un uomo può essere un’importante notizia , anzi molto importante : A vevamo appena iniziat o il giro attorno al complesso architettonico castello Casaforte degli Acaja -palazzo Madama quando, alla nostra sinistra, immobile come le imponenti statue belliche della piazza, avevamo notato un altrettanto appariscente cane seduto immobile innanzi al monumento a Emanuele Filiberto Duca D’Aosta antistante il Regio : si presentava come un temibile molosso ide da combattimento di colore negro , forse un Bandog 11 : a i massicci cani Bandog si addebita va no attacchi brutali a esseri umani e m olti Paesi al mondo, non l’Italia, ne vieta va no detenzione e allevamento. L’animale d oveva essere alto almeno 70 centimetri al garrese e il suo peso non appariva inferiore al mezzo quintale Era seduto pacificamente da solo, ma l ’espressione de l muso era attentissim a, quasi come in attesa d’un ordine d’un in visibile padrone .

Avevo pensato: U n cane smarrito? D a pochissimo però , è molto ben tenuto.

Incuriositi entrambi, Ada aveva rallentato per osservar e meglio l’ animale ; e d ecco, era bastato un solo attimo e il bestione s’era alzato, era scattato di corsa , aveva attraversato velocissimo la strada all’altezza dei portici antistanti la Prefettura e, passandoci davanti , s’era avventato contro un uomo di media altezza magro, sulla cinquantina inoltrata , che appiedato stava marciando nella nostra stessa direzi one verso via Garibaldi , forse diretto a lla propria auto . A un cinque, sei metri alle sue spalle camminava da sola una donna, anch’essa sui cinquanta o poco meno , e, ancor più indietro di qualche metro , muoveva un gruppetto di sei persone , probabilmente uscit e l’una e le altre dal teatro e dirett e alle proprie auto o al vicino parcheggio di taxi. Pure l ’uomo mirato dal cane d oveva aver presenziato all’inaugurazione del teatro, indossava lo smoking, sotto uno leggero soprabito nero tenuto aperto. Un solo altro istante e il cag n accio l’aveva azzannato a morte alla gola. Compiuto il misfatto, la bestia se n’era andat a verso via Garibaldi sbavando sangue .

A ve vo notato che il suo coll are era un’alta gorgiera bitorzoluta le cui protuberanze, verosimilmente metalliche, riflette vano le luci dei lampioni della piazza; e m ’era balzata in mente l’idea che qualcuno, come in certi film gialli vagamente fantascientifici di moda in quegli anni , gli avesse inviato un ordine via etere indirizzandolo a quel bernoccolut o , luccicante collare .

Le persone che stavano camminando dietro all’uomo e altre più lontane e ra no accors e al la salma accasciata s ul selciato , attorniandol a e togliendocene la vista .

Va da sé che n essuno aveva osato bloccar e il cane in allontanamento.

Ada m’aveva detto : “ C erca di capire se quel disgraziato sia una personalità e, insomma, di saper ne il più possibile . P rima di tornar ten e in redazione , telefona ci se hai notizie rilevanti . I o seguo il cane ”

Ero sceso svelto e l a sua 500 era ripartita dietro a l la bestia ch e intanto, giunta a fine piazza davanti alla chiesa di San Lorenzo, a veva svoltato a destra entrando nel l’ampi a cort e pedonale antistante l’ex Palazzo Reale dei Savoi a , divisa dalla piazza da una cancellata, con un passaggio al centro volutamente non largo abbastanza per consenti re il passaggio d’un’auto .

Ada, non avendo potuto entrar e motorizzata nel patio , aveva seguito la bestia cogli occhi . M ’avrebbe informato che , al fondo della corte, l’animale aveva girato a sinistr a ed era sparit o nel passo che la unisce al la piaz za San Giovanni antistante l’omonimo duomo .

U na notizia adesso c’era.

Avevo visto che l ’ auto dell a collega aveva ripreso la marcia verso via Garibaldi. Chiaramente Ada intendeva buttar giù subito qualche rigo per la finestrina di prima pagina, in attesa del mio arrivo con sperabili novità .

D opo aver mostrato il mio tesserino stampa, avevo chiesto al novero che attorniava la povera vittima se qualcuno dei presenti l’ avesse conosciut a : nessuno; o nessuno che volesse esporsi.

E ra intervenuta una squadra di Pubblica Sicurezza 12 , forza pubblica che non aveva ancor abbandonato la piazza sebbene le autorità se ne fossero andate e l’ area stesse ormai del tutto sfollandosi . M ostrato il mio tesserino- stampa anche al comandante degli agenti , un maresciallo , gli avevo chiesto se la vittima fosse stata persona nota, ma ne avevo ricevuto un secco, quasi infastidito, “Non sappiamo.” U n’ambulanza era sopraggiunta , forse chiamata poco prima da que gli stessi poliziotti , forse da civili che avevano assistito alla tragedia . A veva medico a bor d o e il sanitario non aveva potuto che constatare la morte d i quel poveruomo .

N ull a avendo raccolto, m’ero mosso per raggiungere la più vicina fermata dei tram che s correvano allora lungo via Garibaldi e rient r a re così al giornale; ma avevo percorso una trentina di passi quando una voce profonda , lanciatami da dietro , m’aveva bloccato: “S ignor Velli !”

FOTOGRAFIA FUORI TESTO


La s ala del Teatro Regio di Torino. Fonte Di Foto Ramella&Giannese - https://i.wikipedia.org/w/index.php?curid=2802036

Capitolo IV

Si trattava d’una donna. L’avevo immaginata forte fumatrice la cui voce si fosse ingrossata a forza d’annosi passaggi di fumo su e giù per la tormentata gola. Era lei che avevo visto camminare a pochi metri dietro alla vittima. Come avevo potuto verificare vedendola più da vicino, nonostante la voce non immediatamente amabile, quasi più da baritono che da contralto, e sebbene la sua età fosse ormai prossima alla cinquantina, era donna giovanile attraente, capelli lucidi rosso rame, tinti di certo ma d’apparenza naturale, un bel viso liscio, bocca carnosa ma non troppo, alta e snella; marciava verso di me dritta a lesta andatura su scarpe da sera comodamente basse color zafferano. Non portava borsetta, indossava un soprabito azzurro, di foggia sportiva con tre ampie tasche, due laterali e una a sinistra sul petto, tutte rigonfie, da sotto il quale spuntavano, per circa cinque centimetri, i lembi d’un abito lungo giallino.

Giuntami davanti, aveva esordito: “Il signor Ranieri Velli, non è vero?”

“Hm… sì. Ci conosciamo, signora…?”

“Signorina: signorina Luisa Manforti. No, non ci conosciamo, signor Velli. Avevo letto qualcuno dei suoi libri, la foto sui risvolti di copertina, sa? e inoltre, scorrendo ogni giorno per lavoro più quotidiani, avevo notato la sua firma sulla Gazzetta del Popolo. Signor Velli, io so chi era l’ucciso. Non avevo voluto parlarle prima, in mezzo a tutta quella gente.”

“ Dica . ”

“ Era l’ingegner Rodolfo Mangia forni, uno dei due vice direttori del gruppo industriale Ital ia volo: l o conosce, no? ”

“ Sì , è ben not o .”

“ Di primo piano. G estisce stabilimenti a Torino, Milano e Napol i.”

“L’avevo vista marciare dietro alla vittima, signorina . Si trattava di puro caso o ce n’era motivo ?

“ Ero la sua scorta privata, signor Velli . Eravamo adibiti in tre alla sua protezione, su turni d’otto ore ciascuno. Stasera toccava a me. Purtroppo… non ho potuto assolvere il mio compito, è stato troppo fulmineo quel maledetto cane.”

“ L’a vevo visto, signorina, e concordo. B en d ifficile se non impossibile sarebbe stato riuscire a fermar e in tempo una bestiaccia così e non deve farsene una colpa. A desso però voglia scusarmi se salto ad altro, sono un giornalista e faccio il mio mestiere : s a prebbe d armi più notizie su lla vittima ?”

“ Solo q uanto l’ingegnere stesso m i confidò, una volta in cui era stranamente allegro e in vena di discorrere, ché di solito era molto chiuso: Era stato un comandante partigiano, insignito dopo la guerra della Medaglia d’oro della Repubblica I taliana al valor militare : L ’8 settembre 1943, a ll’armistizio de ll’Italia con gli A lleati, stava svolgendo il servizio militare quale sotto tenente di complemento n el Corpo del Genio della Regia Aeronautica , di stanza a ll’aeroporto di Piacenza-S.Damiano . Gli ex alleati tedeschi, com e di certo sa , già in parte presenti al nostro fianco sul nostro territorio, ci avevano brutalmente invasi con molte altre truppe subito dopo l’armistizio e avevano iniziato a rastrellare ovunque e a deportare nei loro campi di concentramento i nostri militi , ch’erano stati abbandonati senza ordini da i vertici fuggiaschi delle nostre Forze Armate . I l Mangiaforni non solo era riuscito a non farsi prendere dai tedeschi m a non s’era dato per vinto e d era riuscito a costitui re, con una parte dei suoi avieri e con civili locali , un a formazione armata di volontari della libertà, come i dirigenti del CLN 13 chiamavano i p artigiani , una brigata all’inizio non grande ma che aveva raccolto poi diversi combattenti fr a i molti giovani di leva che non volevano servire i l ricostituito regime fascista . F ra gli ultimi mesi del ‘43 e l’aprile ‘45 il Mangiaforni e i suoi a vevano compiuto in Emilia molte imprese contro tedeschi e fascisti . Ciò nonostante, così m’aveva raccontato, d opo la Liberazione, invece di godersi il successo per un po’ di tempo lad dove aveva operato coi suoi uomini, aveva lasciato al proprio vice il comando della brigata, ormai solo impeg n ata a festeggiare, mangiare, bere e sparare per aria , e se n’ era tornato modestamente a casa a Torino , diversamente da lla maggioranza degli altri partigiani . ”

“ Ben aveva fatto. Ero solo quindicenne in quei giorni ma già a vevo le mie precise opinioni politic he ; e c ome i miei genitori, detestavo il nazifascismo. E ro un ragazzino d’ animo allegro eppure, nelle settimane successive alla Liberazione, provavo insofferenza ogni volta che mi vedevo s corre r e accanto per via, senz’ alcuna meta, strombazzando, auto e camion colmi di partigiani vocianti armati fin ai denti . Davano l’impressione d’essere avvinazzati. Forse ero troppo inflessibile perché giovanissimo, comunque sentivo che quelle messe in scena ledevano la memoria de i m artiri della Resistenza : u n conto erano state le tripudianti sfilate immediatamente seguenti la vittoria, che avevo applaudito anch’io con gioia , un altro certi teatrini successivi . ”

“ S ì, signor Velli, per non parlare d i qu e gli pseudo giustizieri sfrenati che, sporcando l’onore d e gli altri partigiani garibaldin i, sotto la copertura di bandiere rosse s’era no abbandonat i a d atti di acritica violenza e a vendette personali 14 , un po’ ovunque nel nord Italia ma specialmente in quella zona dell’Emilia Romagna che sarebbe stata chiamata il triangolo della morte 15 . Fatti particolarmente amari per me, per ché anche i miei amatissimi nonni ne erano stati innocenti vittime .”

“ Precisamente ?”

“Non l’annoi o?”

“ No, signorina, l ’ascolto volentieri. ”

“ Mentre la famiglia d el mio pa pà er a di Moncalieri 16 , i miei nonni materni erano di Reggio Emilia : mio padre aveva conosciuto mia madre in grazia d’ una breve vacanza al mare d’entrambi, a Cesenatico . Nonno Luigi l avorava come odontotecnico in un laboratorio d i proprietà d ’ un ufficiale d’alto grado dell e Brigate Nere 17 , uno che raramente si faceva vedere in laboratorio impegnato com’era a far torturare e uccidere pa trioti catturati . P oco prima della Liberazione quel criminale s’era nascosto, lasciando il gabinetto in mano a l nonno ch e, come nonna Maria , non era né fascista né combattente antifascista ma uno dei tant i non schierati che cercavano solo di sopravvivere , facen do il possibile per schivare i rastrellamenti nazi fascisti e per non morire sotto una bomba d’aereo statunitense . Un pomeriggio, s’era a lla metà di maggio del ‘45 ed era finita da pochissimo la guerra , due uomini e una donn a armat i ssimi era no entrat i nel laboratorio sbraitando sulla porta: Vieni fuori, fascista assassino ! S tando a quanto alcuni vicini avevano poi raccontato a mia nonna , gente che in quei giorni turbolenti viveva prudenzialmente tappat a in casa ma non s’era turati gli orecch i , quei tre, adocchiato al tavolo di lavoro l’unico presente, il nonno , lanciandogli insulti gli erano piombati addosso e gli avevano ordinato di gridare: Abbasso il Duce ! Lui ovviamente l’aveva fatto immediatamente . Inutile. La donna gli aveva detto: Adesso non gridi più viva il Duce, eh? Squadrista schifoso! Adesso n on fai più massacrare gl’innocenti, eh? Dovevano averlo scambiato pe r i l titolare. Senza consentirgli di spiegarsi, un attimo dopo i tre l’aveva no picchia to in testa coi calci d ei loro mitra e fucili, l ’avev ano trascinato fuori di peso, più morto che vivo , g li aveva no attaccato al collo un cartello con s u scritto Così sarà per ogni boia fascista e l’aveva no impiccato a un lampione. La nonna , non vedendo lo rientrare per l’ora di cena , era andata a cercarlo al laboratorio e s’era trovata di fronte a quell’ orrore pendulo .”

“ Un equivoco tremendo, signorina . Gli è che g li squadristi delle Brigate Nere erano tra i fascisti più crudeli e più odiati non solo dai partigiani ma da buona parte della popolazione, per ciò quelli rintracciati dopo la Liberazione avevano sofferto un a comprensibile, implacabile rappresaglia, non solo da parte di membri delle formazioni garibaldin e, ma pure dagli altri patrioti che , con giustizia sommaria, li avevano puniti nel sangue; e malauguratamente , nel marasma delle prime settimane d opo la Liberazione, c’erano state anche ingiustizie dovute a errori di persona, com’era avvenuto per il suo povero nonno, ed è o rribile; ma m i dica: al meno sua nonna a veva altri figli vicini a lei che potessero consolarla ? ”

“ No, mamma era figlia unica e non ne aveva saputo nulla per un bel po’ . N onna Maria nna aveva affrontato il lutto da sola: una donna forte, sa? ma doveva no esser e stat i tremend i quei primi giorni, isolata com’era . Aveva informato mi a madre dello scempio solo tempo dopo, per lettera, quand’era no ripres i con regolarità i servizi postali. Comunque, signor Velli, le cose andarono così e non si può cambiarle . T orniamo al Mangiaforni ?”

“ Sì.”

“ A Torino l’ingegnere era stato quasi subito assunto in Ital ia volo . A veva fatto in pochi anni carriera, nel 1949 era già un executive e pochi anni dopo uno dei due vice direttori, anche se s ull’ ultima carta d’ i dentità egli non appar iva più quale dirigente, ma come semplice applicato 18 , qualifica modesta che, per buona prudenza, l’ Ital ia volo aveva suggerito ai suoi alti funzionari, considerando il rischio Brigate Rosse. I noltre la sua azienda s’era rivolta alla nostra agenzia d i sicurezza e indagini confidenziali per averne scorte armat e per i suoi dirigenti . Io e due miei colleghi eravamo stati assegnati a lla sua protezione ventiquattr’ore de l giorno, otto ore di servizio per ciascuno di noi .”

“Per quale agenzia lavora, signorina?”

“ Famosa , la Indagini Private e Servizi di Scorta Sam Buzzi .”

“ C he poi sarebbe Samuele Buzzi. ”

“No, Sam u el : il principale è d’origine statunitense, famiglia italoamerican a . Era sbarcato in Italia nel 1943 nel l’ US Army , capitano dell ’ OSS 19 , i servizi segreti militari statunitensi . P er un paio d’anni aveva svolto servizio oltre le linee, dalla primavera 1944 qui in Piemonte, trasmettendo notizie e direttive degli Alleati a nostri capi partigiani e , in direzione opposta, fornendo informazioni all’ OSS sulla produzione bellica dell a nostra industria e sui dirottamente verso la Germania, su ordine tedesc o , d egli aerei, carri armati, mezzi motorizzati costruiti dalla FIAT e dall’ Ital ia volo : addirittura il novanta per cento del prodotto . L ’Italia gli era talmente piaciuta che, a fine guerra, aveva deciso di restarc i , anche perché n ella nostra città aveva conosciuto e frequentato un ’avvocata penalista 20 appartenente agli organi direttivi del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia in rappresentanza de l Partito Liberale .”

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Age restriction:
0+
Release date on Litres:
04 October 2021
Volume:
134 p. 7 illustrations
ISBN:
9788835428503
Copyright Holder::
Tektime S.r.l.s.
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