Read the book: «Una sfida al Polo»
Emilio Salgari
Una sfida al Polo

Pubblicato da Good Press, 2020
EAN 4064066068851
Indice
CAPITOLO I. I due rivali.
CAPITOLO II. Una partita di «boxe».
CAPITOLO III. Un duello all'americana.
CAPITOLO IV. I due colpi di coltello.
CAPITOLO V. Una sfida grandiosa.
CAPITOLO VI. L'equipaggio dell'automobile.
CAPITOLO VII. I traditori.
CAPITOLO VIII. La caccia all'automobile.
CAPITOLO IX. La baia di Hudson.
CAPITOLO X. Una caccia emozionante.
CAPITOLO XI. Il traditore all'opera.
CAPITOLO XII. Un'orgia di carne e d'olio.
CAPITOLO XIII. Battaglia in mezzo alle nevi.
CAPITOLO XIV. Tempesta polare.
CAPITOLO XV. L'attacco degli orsi bianchi.
CAPITOLO XVI. I cacciatori della baia di Hudson.
CAPITOLO XVII. Una battaglia coi trichechi.
CAPITOLO XVIII. Un dramma polare.
CAPITOLO XIX. La carica dei buoi muschiati.
CAPITOLO XX. La caccia al treno.
CAPITOLO XXI. Le estreme terre boreali.
CAPITOLO XXII. Le ultime corse.
CAPITOLO XXIII. L'ultimo mammouth?
CAPITOLO XXIV. Un duello al Polo.
CAPITOLO XXV. Il ritorno.

.... si sono sfidati a cavallo e sono caduti entrambi nel salto agli ostacoli. (Cap. 1).
CAPITOLO I. I due rivali.
Indice
— Hurràh for miss Ellen!...
— Hurràh for Montcalm!...
— Hurràh for Torpon!... —
Queste grida uscivano da diecimila petti se non di più, con un fragore assordante, quasi spaventevole.
Se le acque del lago Ontario avessero rotto gli argini e si fossero rovesciate, con impeto irrefrenabile, attraverso la piccola e graziosa città canadese di Kingston, non avrebbero prodotto maggior fracasso.
Pareva che una subitanea follìa si fosse impadronita di quelle diecimila persone composte di americani, di canadesi e d'inglesi, accorsi dal di qua e dal di là del S. Lorenzo, e che si stipavano entro un vastissimo recinto, improvvisato alla meglio con rozzi panconi, ma ben fornito di banchi dove facevano bella mostra infiniti reggimenti di polverose bottiglie.
— È la bionda miss!...
— Sì, sì, è lei, che giunge sul suo automobile di ottanta cavalli!...
— No, sono i due aspiranti alla sua mano.
— Cento dollari che è miss Perkins!... Chi accetta?
— Mille che sono Montcalm e Torpon!...
— Cinquecento che sono dei noiosi policemen che verranno a proibire anche qui la partita di boxe!...
— Se sono ancora essi li prenderemo a pedate.
— No, li getteremo nel S. Lorenzo, colle mani legate dietro il dorso!...
— Avanti i più forti!...
— Morte ai policemen!...
— Stupidi!... È l'automobile di miss Ellen!... Siete diventati ciechi? Ho vinto cinquecento dollari!... Posso andare a prendere un crabmeat cocktail!...
— Hurràh for miss Ellen!... —
Su una immensa strada diritta, fiancheggiata da una doppia fila di pini giganteschi, un punto nerastro che ingrandisce a vista d'occhio, spicca vivamente sul leggiero strato di neve, lasciandosi indietro una nuvola di nevischio.
Non può essere che un automobile lanciato a velocità fantastica, forse a cento chilometri all'ora, se non di più.
I diecimila spettatori, dopo aver urlato come una banda di lupi affamati e dopo aver perduta quasi completamente la voce a forza di hurràh così spaventosi da vincere tutti i cosacchi della Russia e della Siberia, si sbandano a destra ed a sinistra, schiacciandosi contro le cinte e rovesciando, nella loro fulminea ritirata, più d'un banco colle relative bottiglie.
Diamine!... Non vi era da indugiare un solo minuto se si trattava dell'automobile della bellissima Ellen Perkins, la più indiavolata sportman di tutti gli stati dell'Unione Americana e già perfino troppo nota anche nel Canadà dove aveva storpiate, nelle sue pazze corse, una mezza dozzina di persone.
— Largo!... Largo!... — si gridava da tutte le parti.
Quel magnifico viale, tutto bianco, tutto diritto, metteva capo appunto allo spazioso recinto occupato da quella massa di scommettitori furibondi e di sportmen accorsi da tutte le città canadesi e della vicina frontiera americana.
L'automobile, che s'avanzava colla velocità d'un treno diretto americano, non doveva fermarsi che in mezzo alla pista e dato l'impeto non era improbabile che succedessero delle disgrazie.
Intanto l'entusiasmo degli spettatori aumentava con un crescendo inverosimile. Pareva che le gole, eccitate dai bicchieri di wisky, di gin, di grogs brandy, avessero ripresa una forza straordinaria, poichè gli hurràh ormai salivano al cielo.
Il rumoreggiare del vicino S. Lorenzo non si udiva ormai più. Il fiume era stato vinto.
— Hurràh for miss Ellen!... Hurràh!... Hurràh per Montcalm!... Hurràh per Torpon!... —
E tutte quelle voci, quantunque ormai diventate rauche, si confondevano in un frastuono impossibile a descriversi. Nemmeno l'oceano Atlantico, nei suoi cattivi giorni di grande tempesta, avrebbe potuto vincere in un concorso di grande, spaventevole fracasso.
L'automobile ormai era in vista. Era una magnifica macchina tutta scoperta, a dieci posti, dipinta in giallo, montata da sole cinque persone.
Al volante stava una bellissima giovane, dai capelli biondissimi, con riflessi d'oro, occhi azzurri stranamente variegati, dai lineamenti un po' forse troppo energici per essere una donna, dalla vita sottile come una vespa, che indossava un ampio gabbano di seta cruda adorno di pizzi di gran valore e che guidava con una sicurezza meravigliosa.
Dietro di lei stavano due giovani, seduti ad una certa distanza l'uno dall'altro, fra i venticinque ed i trent'anni, l'uno bruno e baffuto, d'aspetto distinto, e l'altro biondastro, un po' tozzo e sbarbato come un prete anglicano.
Più indietro ve n'erano altri due, d'aspetto terribile, massicci come bisonti, di statura gigantesca, con certe mani e certe braccia da mettere un senso di terrore anche agli uomini più muscolosi degli Stati Uniti ed anche del Canadà.
L'automobile, guidato dall'intrepida miss con una sicurezza e destrezza meravigliosa, si slanciò con velocità fulminea nella pista, descrisse sempre in volata due giri fra gli applausi clamorosi degli spettatori, poi si arrestò proprio nel centro, quasi di colpo.
Miss Ellen, che doveva possedere dei muscoli proprio americani, aveva frenato a tempo, strappando ai diecimila uomini che si stringevano addosso alla rozza cinta ed ai bars improvvisati, un vero urlo di ammirazione.
— Signor mio, — disse un giovanotto di ventiquattro o venticinque anni, coi baffetti biondi, di forme quasi erculee, ad un grosso americano tutto chiuso in una monumentale pelliccia e con tanto di cilindro in capo, alto quanto la canna d'un camino, che pure urlando non cessava di centellinare un bicchiere di gin cok tail (acquavite fortissima). — Quella splendida creatura maneggia il suo automobile meglio del più famoso chaffeur d'America e d'Europa. —
L'americano, che stava per lanciare il suo centesimo hurràh, si volse verso il giovane e lo guardò quasi con compassione.
Bevette un'altra lunga sorsata del suo gin cok tail, poi gli chiese un po' ironicamente:
— Ma di dove venite voi?
— Dall'Inghilterra.
— E siete giunto a Quebec od a Montreal?
— Da solo quarant'otto ore.
— By-good!... Allora comprendo la vostra ignoranza, — rispose il grosso americano, lisciandosi la sua barba da becco, più rossa di quella del diavolo zoppo.
— Che cosa volete dire, gentleman? — chiese il giovane inglese, tendendo le sue braccia muscolose con un gesto quasi minaccioso.
— Che voi non sapete chi è quella superba creatura che guida così meravigliosamente quel superbo automobile di ottanta cavalli.
— Affatto, signor mio.
— Vi credo, — disse l'americano, dopo d'aver bevuto un altro lungo sorso.
— Chi è dunque, se non vi rincresce?
— Miss Ellen Perkins.
— Ne so meno di prima.
— Si dice che sia la fanciulla più indiavolata di tutti gli Stati della grande Unione Americana. Ah!... Che demonio!... Amazzone intrepida che sfida e vince perfino i famosi cow-boys del lontano Far-West, canottiera insuperabile, automobilista, spadaccina, lottatrice e che so io?... È la regina dello sport.
— E che cosa viene a fare qui, gentleman, se non vi annoio?
— Tutt'altro, giovanotto. La bella miss, poichè converrete con me che è una fanciulla meravigliosa....
— Ho un buon paio d'occhi anch'io, gentleman. Sarei pronto pei suoi begli occhi, a sfidare nuovamente tutti gli studenti dell'Università di Cambridge alla corsa, al salto, alla corsa con ostacoli, al getto del martello....
— Ah!... Siete uno sportman anche voi, a quanto pare, — disse l'americano, interrompendolo. — Allora capirete meglio le cose.
Dunque dovete sapere che due uomini si disputano la mano di quella bellissima creatura, e sono i due più celebri sportmans dell'America del nord. Se non fossero tali, avrebbero potuto rinunciare subito a qualsiasi speranza di conquistare il cuore di quella indiavolata fanciulla.
— Chi sono? Ma.... scusate, finchè gli altri continuano a sfiatarsi sarebbe meglio che voi accettaste, se non vi spiace, un crabmeat cocktail, tanto più che il vostro bicchiere è vuoto.
— Un yankee non rifiuta mai, giovanotto, — disse l'americano, avviandosi sollecitamente verso il banco più vicino.
L'inglese gettò dinanzi al proprietario del bar improvvisato una sterlina fiammante, non senza mandare un sospiro, gridando per coprire il frastuono che faceva rintronare sempre la vasta pista.
— Due crabmeat.... presto.... non abbiamo tempo da perdere. —
Non aveva ancora terminato di parlare che un garzone negro, dai grandi occhi che sembravano di porcellana, spingeva dinanzi ai due un vassoio con due grossi bicchieri incrostati di ghiaccio e colmi d'un intruglio di vari colori che tramandava dei profumi strani.
Un europeo avrebbe forse esitato a mandar giù quella robaccia, ma che delizia pei palati americani, sempre avidi di bevande e di cibi stravaganti!... Che cosa c'è di meglio d'un crabmeat?
Pensate che per comporlo ci si mette insieme della carne di granchio di mare ben triturata, della salsa di pomodoro, del pepe rosso, del marsala ed infine un mezzo bicchiere di gin-cocktail.
Si capisce come un simile intruglio possa, anzi debba soddisfare la gola d'un yankee!...
Mentre l'americano pescava avidamente nel suo grosso bicchiere gelato per raccattare i frammenti della carne del granchio, non cessava di chiacchierare e d'informare il giovane inglese, il quale invece non faceva troppo onore al crabmeat, pur avendolo ordinato lui, più per curiosità che altro.
— Come vi dicevo, — aveva ripreso il yankee, la cui vociaccia rauca si distingueva abbastanza bene fra gli interminabili hurràh della folla delirante, — due uomini, veramente straordinarî, si contendono il cuore di miss Ellen Perkins.
Uno è un nobile canadese, più ricco di nobiltà che di dollari, a quanto si dice, ma discendente di quei famosi Montcalm che hanno difeso strenuamente questo paese contro voi, signori inglesi.
L'altro è un mio compatriotta, il signor Torpon, figlio d'un grande fabbricante d'automobili di Buffalo, padrone di non so quanti milioni.
— Ah!... — fece il giovane inglese, il quale pareva che si interessasse straordinariamente di quelle spiegazioni.
— Il signor di Montcalm gode la fama di essere il più celebre sportman del Canadà, mentre il mio compatriotta lo si crede il più celebre degli Stati dell'Unione.
— E chi ha fatto finora breccia nel cuore di quell'indemoniata fanciulla?
— Nessuno, finora, quantunque si affermi che miss Ellen Perkins in fondo li ami entrambi.
— Che cuore largo!...
— Adagio, giovanotto, — disse l'americano, corrugando la fronte. — Una ragazza del nostro paese non ha che una parola e morrà per mantenerla.
— Che cosa volete dire, gentleman? — chiese l'inglese, un po' ironicamente.
— Che ha giurato di impalmare il più forte dei due campioni e che non mancherà di farlo.
— E qual'è il più forte?
— Non si sa ancora, perchè pare che un perverso destino perseguiti ostinatamente i due campioni.
Si sono sfidati alla spada e si sono feriti reciprocamente; si sono sfidati a cavallo e sono caduti entrambi nel salto agli ostacoli; hanno fatto una corsa in canotto-automobile e le loro macchine sono scoppiate in alto mare, e non si sa per quale miracolo si sono salvati....
— Ed ora?
— Si sfidano a pugni.
— Dite, gentleman?
— Che noi assisteremo ora ad una magnifica partita alla boxe. Chi vincerà avrà la mano ed il cuore di miss Ellen, poichè lo ha solennemente giurato.
— E sono venuti qui a misurarsi?
— Giovanotto mio, questo affare ha prodotto un gran chiasso al di là del S. Lorenzo e la polizia si è messa di mezzo per impedire che quei due valorosi finiscano per accopparsi del tutto e perciò siamo passati sul territorio canadese.
La boxe è tollerata dagli inglesi.
— Uhm!...
— Non lo credete? Se si accoppano a gran colpi di pugno nel vostro paese.
— Sì, una volta; ora non più. —
L'americano si grattò la testa e fece un moto di stizza.
— Che anche i policemen inglesi si vogliano occupare di questo affare? — disse poi. — Ciò mi dispiacerebbe perchè io ho scommesso cento dollari....
— Sul vostro compatriotta?
— No, sul canadese.
— Eh!...
— Gli affari sono affari, giovanotto, ed io ho più fiducia nel signor di Montcalm che in Will Torpon.
— È strano.
— Che cosa volete? Quantunque il mio compatriotta sia più grosso e più alto del canadese, io sono certissimo che perderà la mano di miss Ellen Perkins.
— Questi due rivali sono ricchi, gentleman?
— Non sono dei Pierpont Morgan, nè dei Carnegie, nè dei Wanderbild, intendiamoci; tuttavia possono permettersi il lusso di gettar via, senza badarci tanto, qualche centinaio di migliaia di dollari.
Il mio compatriotta ha ereditato da suo padre una mezza dozzina di pozzi di petrolio che sembrano inesauribili, poichè gettano sempre; il signor Montcalm invece è uno dei più grossi proprietarî di terreni del dominio inglese.
— E la miss?
— Ne ha dei milioni, la terribile fanciulla. Suo padre, che era proprietario d'una linea di navigazione, le ha lasciato un bel gruzzolo che intascherei ben volentieri anch'io.
— Assieme ai begli occhi della miss, è vero?
— In quanto a quello non saprei proprio dirvi un sì. Mi riterrei più fortunato se non ci entrassero nell'affare.
— Sono bellissimi, gentleman. —
L'americano, per non rispondere, inghiottì d'un colpo solo quanto rimaneva nel suo bicchiere, poi trasse da una tasca una tavoletta di tabacco, ne ruppe un pezzo coi suoi denti da lupo, e dopo d'aver masticato per qualche istante, disse:
— Mi pare che i partners (padrini) dei due sportmen si siano già messi d'accordo e che la partita stia per cominciare.
Volete venire, giovanotto? Non perdete una così bella occasione.
— Andiamo, gentleman. —
Stavano per ricacciarsi fra la folla che non aveva cessato un solo istante di dimenarsi furiosamente e di sgolarsi con hurràh, che diventavano ormai sempre più rauchi, quando una voce formidabile rimbombò, coprendo per un istante tutto quel fracasso.
— I policemen!... —
A quell'annuncio un silenzio improvviso era successo a tutto quel pandemonio. Si sarebbe detto che le ugole di quei diecimila spettatori si erano spezzate di colpo.
Fu una cosa che ebbe però la durata di soli pochi secondi.
Urla più formidabili di prima si erano prontamente alzate in tutte le direzioni.
— Dove sono quei furfanti?
— Accoppiamoli!...
— Gettiamoli nel S. Lorenzo!...
— A morte!... A morte la polizia!... —
Un grosso automobile, dipinto in grigio, s'avvicinava rapido alla pista, seguendo la bianca via poco prima percorsa da quello di miss Ellen Perkins.
Sei uomini, armati di mazze, lo montavano e non si poteva aver dubbio, per la divisa che indossavano, sulla loro qualità. Erano dei policemen del Dominio che giungevano probabilmente coll'ordine d'impedire quel combattimento a colpi di pugno, che poteva terminare in modo egualmente tragico per l'uno o l'altro dei due avversari.
L'automobile, lanciato a tutta velocità, passò come un fulmine attraverso il largo squarcio aperto nella palizzata, facendo fuggire precipitosamente gli spettatori, e dopo d'aver descritto un mezzo giro si fermò, con gran fragore, presso quello di miss Ellen.
Proprio in quel momento il signor di Montcalm e master Torpon si erano messi l'uno di fronte all'altro, nudi fino alla cintola, fiancheggiati dai loro partners, pronti a rompersi le costole od a fracassarsi il viso pei begli occhi, e più pei milioni, della bella americana.
Il brigadiere dei policemen si era alzato e dopo d'aver reclamato, con un gesto energico, un po' di silenzio, gridò con voce poderosa:
— In nome della legge ed in forza del mandato di cui sono detentore, mi oppongo al combattimento. Obbedite!... —
Un urlo spaventoso accolse quelle parole.
— Morte ai policemen!...
— Al fiume!... Al fiume!...
— Accoppiamoli!... —
Prima cento, poi mille uomini, invasi da un vero furore, si erano scagliati contro l'automobile.
Il brigadiere, che forse si aspettava quel colpo, d'un balzo fu a terra prima che il cerchio si chiudesse, e si gettò disperatamente attraverso la pista, manovrando energicamente la sua mazza, senza badare se rompeva delle teste o fracassava delle costole.
I suoi compagni, sorpresi da quell'improvviso assalto, erano rimasti sull'automobile, certissimi di aver facilmente ragione in nome della legge.
Avevano però fatto male i conti. In un baleno cento mani robuste li afferrarono, li trassero giù stringendoli al collo, alle braccia, alle gambe, e li scaraventarono brutalmente a terra, disarmandoli prontamente delle loro mazze.
I disgraziati, subito ben pesti, avevano appena toccato il suolo che si sentirono gettati in aria, colle divise a brandelli.
La folla voleva la sua parte.
Quei poveri diavoli, intontiti, ammaccati, contusi, quasi spogliati, passavano sulle teste degli spettatori, rimbalzando come palle di gomma. Erano sopratutto i yankees che si mostravano i più feroci.
Forse non si erano mai trovati a tanta festa!....
— Su la legge!... — urlavano.
— In alto!... In alto!... Su, un'altra volata!... Hurràh!... Hurràh!...
— Un'altra volata!... Su, intonate l'yankee Dodle!... —
I cinque policemen, più morti che vivi, balzando e rimbalzando sopra le tube lucide degli spettatori, andarono a rotolare sul banco d'un bar, fracassando bottiglie, vasi, bicchieri e facendo scappare il proprietario ed i suoi garzoni.
Un'idea infernale era sorta in un cervello esaltato.
— Diamo loro da bere!...
— Sì, sì!... Ubbriachiamoli!... — urlarono mille voci.
— Sì, ubbriachiamo la legge!... — risposero altri mille, sghignazzando.
— No, rimpinziamoli di crab-meat cocktail fino a farli scoppiare!...
— No, no!... Diamo loro del gin cocktail!... Farà meglio!
— E del wisky!...
— Bene!... Presto!... —
Sette od otto bookmakers, i più furibondi di tutti, poichè in quell'inaspettato intervento della polizia vedevano compromessi i loro interessi basati esclusivamente sulle scommesse e sulle quotazioni dei due campioni, piombano sui cinque disgraziati, e li inchiodano, per modo di dire, al suolo, tenendoli ben fermi.
Altri prendono delle bottiglie, le poche rimaste intatte, bottiglie del contenuto d'un litro, e le introducono a forza nelle bocche dei policemen.
I poveri diavoli stringono disperatamente i denti e fanno degli sforzi sovrumani per liberarsi dalle mani di ferro che li tengono inchiodati?
Tutto è inutile. Delle dita brutali afferrano e stringono i loro nasi. Non vi è altro da fare: o bere, o morire asfissiati.
— Giù!... Giù!... — urlano gli spettatori che si sospingono furiosamente. — Date da bere alla giustizia!... Ubbriacate la legge!... —
Le bottiglie vengono alzate e cacciate a forza. I policemen bevono, bevono disperatamente, sbuffando, contorcendosi.
I loro occhi si gonfiano e pare che da un momento all'altro debbano schizzare dalle orbite; i loro denti stridono sui colli delle bottiglie, tentando, ma invano, di sgretolare il vetro.
Il wisky ed il gin gross gorgoglia entro le loro gole e scende negli intestini.
Una ubbriachezza fulminante coglie i cinque rappresentanti della legge, i quali finiscono per rimanere immobili come se fossero morti.
— Basta!... — gridano i bookmakers. — Per ventiquattro ore la legge non ci darà fastidio. Gentlemen!... I campioni ci aspettano!... Teniamo le scommesse!... —
CAPITOLO II. Una partita di «boxe».
Indice
Durante quella baraonda, il campione canadese e quello americano non si erano scostati dall'automobile che si teneva sempre nel centro della pista e sul quale si trovava miss Ellen Perkins, appoggiata graziosamente al volante.
I relativi partners avevano tenuto loro compagnia, conversando tranquillamente cogli allievi e non cessando di fare loro delle raccomandazioni per fare una bella figura dinanzi ad un pubblico così imponente che doveva, alla stretta delle cose, giudicare della superiorità della scuola americana o della inglese.
Vedendo la folla rovesciarsi in massa verso il centro della pista, il signor di Montcalm e Torpon si erano affrettati a denudarsi fino alla cintola, malgrado il freddo ancora intenso che regnava sull'immensa regione canadese.
Era necessario sbrigare la faccenda, poichè il brigadiere dei policemen, quantunque vigorosamente inseguito da una dozzina di buoni corridori, era riuscito a scavalcare la cinta prima di poter essere acciuffato, ed era scomparso in direzione del fiume, per raggiungere forse qualche ufficio telegrafico.
— Signor di Montcalm, — disse Torpon, dopo di essersi ben stiracchiato e di essersi battuto rumorosamente il largo petto. — Volete che cominciamo? Sono curioso di vedere se il destino si stancherà di mantenerci sempre al medesimo livello. By-good!... Qualcuno di noi deve ben essere il più forte e strappare la vittoria.
— Quando vorrete, signor mio, — rispose il canadese, il quale si stava facendo stropicciare i muscoli delle braccia dal suo partner, che era stato anche il suo maestro.
— Miss Ellen, aprite gli occhi allora e non perdete un colpo, poichè voi sola sarete giudice competente. —
La giovane abbozzò un sorriso di soddisfazione, staccò le mani dal volante e dopo essersi ravviata, con una mossa brusca, i biondi capelli, s'alzò in piedi.
— Miss Ellen, — disse a sua volta il canadese, — voi mantenete sempre il vostro giuramento?
— Più che mai, — rispose la giovane americana. — La mia mano apparterrà al vincitore.
— Grazie, miss. Signor Torpon, vi aspetto. —
I due partners si trassero da parte e levarono dalla tasca il loro cronometro d'oro, per la ripresa dei cinque minuti.
Il canadese e l'americano s'inchinarono dinanzi a miss Ellen e si mossero incontro stringendosi la mano all'americana, vale a dire a rischio di disarticolarsi le braccia, mentre i diecimila spettatori prorompevano in un ultimo e più rimbombante hurràh.
Si erano messi in guardia, coi pugni ben postati all'altezza del viso, fortemente appoggiati sulla gamba destra, in una posizione la quale dimostrava come entrambi dovessero conoscere profondamente la terribile e pericolosissima arte della boxe.
Gli hurràh erano bruscamente cessati. Un profondo silenzio regnava nella pista, rotto solo dal soffio affannoso dell'automobile di miss Ellen Perkins.
Si sarebbe detto che tutte quelle persone non respiravano più. I due campioni si guardarono per alcuni istanti nel bianco degli occhi, poi l'americano fece il primo passo tirando al canadese un formidabile fist-shoke che, se l'avesse colto giusto, gli avrebbe fracassata almeno una costola o mandati alcuni denti a passeggiare nella pista.
L'avversario, quantunque in apparenza sembrasse molto meno robusto, aveva parata la botta con tale velocità e maestria da strappare, agli spettatori, un vero urlo d'entusiasmo.
Perfino miss Ellen si era degnata di approvare con un gesto del capo.
— By-good!... — brontolò l'americano, sconcertato. — Non vi credevo così forte, signor di Montcalm.
Mi tenevo sicuro di spazzarvi via subito, mentre ora mi accorgo d'aver di fronte un boxer di prima forza.
Bah!... Vedremo la fine!... —
Il canadese si limitò a sorridere ed a lanciare uno sguardo rapido verso miss Ellen.
La giovane americana, in piedi dietro al volante, conservava una immobilità assoluta. Solamente i suoi occhi pareva che si fossero accesi.
— Attento, signor di Montcalm, — riprese l'americano, il quale si era rimesso prontamente in guardia. — Vi avverto che io proverò contro di voi un colpo terribile, insegnatomi dal mio maestro, che se riesce vi spaccherà la fronte e vi farà, nel medesimo tempo, schizzare gli occhi dalle orbite.
Lo chiamano il colpo di Tom Powell.
— Chiacchierate meno e agite di più, signor Torpon, — rispose il canadese. — Non sentite dunque quest'aria frizzante?
— Bah!... Noi yankees siamo ben corazzati contro il freddo e anche contro il caldo. Non per niente ci chiamano mezzi uomini e mezzi coccodrilli.
Sfondate le mie scaglie, se ne siete capa.... —

.... fu il primo ad assalire.... (Cap. II).
La frase fu bruscamente strozzata da un urlo di dolore. Il pugno del canadese gli era giunto, con velocità fulminea, in mezzo al petto, facendolo risuonare come un grosso tamburo.
— Aho!... — esclamò l'americano, facendo una brutta smorfia ed un salto indietro.
— Si è rotta qualche scaglia del coccodrillo? — chiese ironicamente il canadese.
— Oh no!... Sono ben solide le mie!... —
Un hurràh fragoroso, lanciato dai canadesi e dagl'inglesi che assistevano in buon numero alla lotta, aveva salutato quel primo colpo.
Gli americani avevano risposto con dei grugniti e con delle imprecazioni, poichè avevano puntato molti dollari sul loro compatriotta.
I due partners s'avvicinarono ai due campioni, offrendo loro un bicchiere di gin coktail affinchè si riscaldassero un po' e potessero meglio resistere al freddo che accennava ad aumentare anzichè diminuire, poi diedero il segnale di rimettersi in guardia.
L'americano, il quale si era già prontamente rimesso dalla formidabile tambussata, fu il primo ad assalire, facendo una serie di finte all'altezza del viso del canadese. Certo cercava di tirargli il famoso colpo di Tom Powell che avrebbe dovuto sfigurarlo per sempre e forse acciecarlo.
Il signor di Montcalm, ripiegato su sè stesso come una tigre che sta per scagliarsi sulla preda, colle narici frementi, gli occhi scintillanti, parava con una velocità ed una precisione da strappare frequenti applausi così da parte degli anglo-canadesi come degli americani.
Tuttavia non riuscì a parare in tempo un fist-soke che lo colpì in mezzo al petto e che lo fece un po' traballare. Non era però il terribile colpo di pugno che il yankee si era giurato di assestargli, e che avrebbe dovuto spaccargli la fronte alla radice del naso.
Il canadese aveva fatto a sua volta un salto indietro, e dopo essersi passate le mani sul punto colpito, operando un energico massaggio, aveva detto, con voce perfettamente tranquilla:
— Siamo pari, signor Torpon. Io mi aspettavo il famoso colpo di Tom Powell.
— Verrà più tardi, — rispose l'americano.
— Uhm!... Ne dubito!... Ormai ho conosciuto il vostro giuoco.
— Non ancora; miss Ellen giudicherà. —
Un altro hurràh entusiastico aveva salutato quel colpo, mandato però questa volta esclusivamente dagli spettatori americani. I canadesi e gli inglesi erano rimasti impassibili come per dimostrare la piena fiducia che avevano nel loro campione.
I due partners si erano nuovamente avanzati, offrendo ai due lottatori del brandy.
L'americano tracannò d'un fiato il suo, mentre invece il signor di Montcalm lo respingeva, dicendo al partner:
— Noi canadesi non abbiamo paura del freddo e non abbiamo sempre bisogno di scaldarci.
— Vi darà maggior animo, — gli disse sottovoce il maestro di boxe.
— Ne ho da vendere: aspettate un po' e vedrete che cosa ne farò del mio rivale. È ora di finirla una buona volta.
— Per l'onore della vecchia Francia picchiate sodo e demolitemi per bene quell'insolente yankee. Ricordatevi del colpo segreto che vi ho insegnato e che credo valga meglio di quello di Tom Powell.
— Lasciate fare a me, maestro.
— E sopratutto sbrigatevi poichè temo sempre una nuova sorpresa da parte dei policemen.
— Pronti? — aveva chiesto il partner dell'americano.
— Pronti!... — avevano risposto ad una voce i due rivali, rimettendosi prontamente in guardia.
L'americano era diventato prudentissimo, mentre invece il canadese aveva subito cominciato ad eseguire una serie di finte con una velocità così fulminea, che certi momenti gli spettatori non riuscivano più a distinguere i suoi pugni.
Incalzava violentemente, come se fosse impaziente di finirla, costringendo il suo avversario a rompere senza posa ed a balzare indietro.
Il suo maestro, che funzionava da partner, lo incoraggiava collo sguardo.
L'americano, sconcertato, non osava più tentare il suo famoso colpo. Batteva invece sempre in ritirata suscitando, fra i suoi compatriotti, dei mormorii poco benevoli a suo riguardo.
— Fugge!... — borbottavano, pensando ai dollari che avevano scommesso. — Che abbia paura? —
Ad un tratto un grido scoppia dietro le ultime file della folla, subito seguìto da cento, da mille altri.
— I policemen!... I dragoni della Regina!... —
Un immenso urlo di furore risponde:
— Ancora loro!... —
Tre automobili, lanciati a tutta velocità, montati ognuno da una dozzina di poliziotti, divorano la bianca via. Dietro di essi galoppano disperatamente due squadroni di dragoni.
Gli elmi luccicano e luccicano pure le sciabole di già sguainate.
La legge la vuole vinta a qualunque costo ed arriva con forze imponenti.
I due campioni si sono fermati. Torpon bestemmia da vero americano; il canadese fa un gesto di furore.
I partners impugnano minacciosamente le bottiglie di brandy, pronti a resistere alla forza.
Delle grida s'incrociano.
— È una bricconata!...
— È una infamia!...
— Non si può più scambiarsi dunque due pugni nè negli Stati dell'Unione, nè nel Canadà?
— Dove è andata a finire la libera America? In fondo all'Atlantico forse?
— Gentlemen, alla prepotenza rispondiamo colla prepotenza!...
— Addosso alla legge!...
— Morte ai poliziotti!... Abbasso gli sbirri!...
— Sì, sì, addosso!... —
Una rabbia folle ha invaso, per la seconda volta, i diecimila spettatori. Inglesi, canadesi ed americani si slanciano verso i bars improvvisati ed in un momento li pongono a sacco, malgrado le proteste e le grida disperate dei proprietari.
Una tempesta di bottiglie è pronta a rovesciarsi addosso alla forza che sta per forzare l'entrata della pista.
Miss Ellen era rimasta impassibile, dietro il volante del suo automobile, guardando curiosamente la folla che si apparecchiava a resistere energicamente non solo ai policemen, ma anche contro i dragoni della Regina e ad inzuppare le rosse divise di questi ultimi d'ogni sorta di liquori.
Il canadese si era avvicinato a Torpon, il quale digrignava i suoi denti da orso grigio, sagrando:
— Lo vedete: un'altra volta il destino si è frapposto fra voi e me.
— Lo vedo, gentlemen, — rispose l'americano. — Eppure dobbiamo ben finirla.
— Lo desidero anch'io, ma per ora non ci rimane altro da fare che di battercela prima di venire arrestati.
— Lo vedo bene, by-good!...
— Sì, andiamo, — dissero i due partners, — e lasciamo che se la sbrighino i vostri ammiratori. —
Si erano affrettati a raggiungere l'automobile, il quale pareva impaziente di riprendere lo slancio.
— Salite dunque? — chiese miss Ellen. — Ormai non vi è più nulla da fare qui e la forza non tarderà ad aver ragione.
Sarà per un'altra volta.
— Siamo disgraziati, miss, — disse Torpon.
— È proprio vero, master, ma che cosa volete farci? Cercheremo un altro luogo dove potrete battervi.
— Sì, dovessimo recarci al polo, — disse il signor di Montcalm. — Là almeno non ci troveremo sempre dinanzi questi odiosi policemen.
— Su, salite, gentlemen. Approfittiamo di questo istante di sosta, — disse la giovane americana. — Usciremo dall'altra parte della pista. —
I quattro uomini si arrampicarono sull'automobile, coprendosi frettolosamente coi loro soprabiti bene impellicciati e si misero dietro alla miss impugnando quattro grosse rivoltelle Colt.
— Avanti!... — gridò mister Torpon.
L'automobile ebbe un sussulto, poi si scagliò attraverso la pista verso il lato sgombro, filando colla velocità d'una rondine marina.
Il passo era libero, poichè tutti gli spettatori si erano rovesciati verso l'entrata del recinto che stava per essere forzato dai poliziotti e dai dragoni del 3.º Reggimento della Regina.
In un lampo l'automobile raggiunse l'uscita che si trovava verso l'estremità meridionale e si scagliò, sbuffando e rumoreggiando, sulla strada che conduceva verso il fiume S. Lorenzo, avvolgendosi in un turbinìo di nevischio.
In quel momento dall'altra parte giungevano i tre automobili montati dai poliziotti. I due squadroni li seguivano a cinque o seicento passi, lanciati a corsa sfrenata.
— Ecco la battaglia che comincia, — disse Torpon. — Che peccato non potervi prendere anche noi parte attiva!
I miei compatriotti lavoreranno per bene di pugni.
— Lasciate che se la sbrighino loro, — disse miss Ellen, la quale manovrava il volante con una sicurezza meravigliosa, facendo aumentare sempre più la velocità della sua splendida macchina. — Io non desidero affatto di vedervi arrestare. —
Un urlìo spaventevole coprì le sue ultime parole. I diecimila spettatori avevano impegnata la lotta contro i rappresentanti della legge, con uno slancio ed un coraggio degno d'una causa migliore.
Una bordata di bottiglie aveva accolto gli automobili, inondando le guardie d'ogni sorta di liquori e spaccando qualche testa.
— A morte!... A morte!... — urlava la folla. — Indietro o vi uccidiamo!... —
Qualche colpo di fuoco si era confuso fra il fragore dei vetri che si fracassavano contro le macchine. Gli americani sopratutto non scherzavano.
I policemen, malgrado quella pessima accoglienza, che d'altronde si aspettavano, erano balzati rapidamente a terra impugnando le loro robuste mazze.
Le legnate grandinano sulle prime file della folla e senza veruna misericordia, rompendo teste e costole in buon numero, ma un'altra bordata di bottiglie colpisce in pieno i rappresentanti della legge mandandone a terra un bel numero.
— A noi, dragoni!... — urlano i disgraziati che gocciolano come se fossero stati appena tratti da delle vasche piene di gin, di brandy, di wisky e di coktail.
Un odore acutissimo di alcool si spande dovunque e pare che ubbriachi di colpo la folla, poichè invece di dare indietro si caccia animosamente innanzi, prende d'assalto i tre automobili e li rovescia l'uno accanto all'altro, improvvisando una formidabile barricata tutt'altro che facile ad espugnarsi.
I due squadroni, che hanno udito le grida d'aiuto dei policemen, giungono ventre a terra. I cavalleggieri, rossi di collera, fanno descrivere alle loro sciabole dei molinelli minacciosi, ma sono costretti a rompere bruscamente la furiosa carica dinanzi ai tre automobili che ingombrano l'entrata del turf.
— Piede a terra!... — comandano i due capitani che li guidano.
I soldati non hanno nemmeno il tempo di lasciare le selle che una tempesta di bottiglie li scompagina. Sono le ultime, poichè ormai i bars sono stati completamente vuotati, però la tempesta è tale che i cavalli, spaventati, s'impennano, tirando calci in tutte le direzioni.
Dei dragoni sono sbalzati violentemente al suolo e si rotolano sotto le zampe degli animali, facendosi schiacciare gli elmi.
Ne rimangono ancora però molti in sella e da abili cavalieri tentano, aizzati dai loro ufficiali, di superare la barricata. Che diamine!... Montano dei cavalli di razza e sopratutto di razza inglese.
Ad un tratto però le povere bestie che puzzano di liquori, indietreggiano, poi si sbandano, malgrado i colpi di sperone dei cavalieri.
Delle detonazioni echeggiano e delle fiammate altissime si alzano dinanzi a loro. I serbatoi di benzina degli automobili sono scoppiati e le magnifiche macchine ardono rapidamente.
È un altro colpo della folla inferocita o meglio di un gruppo di audaci americani i quali hanno sfidato valorosamente le mazze dei policemen.
Una barriera di fuoco divide gli assaliti dagli assalitori, barriera che diventa di momento in momento più gigante, poichè dei volonterosi l'alimentano, scaraventandovi in mezzo non più delle bottiglie, ormai esaurite, bensì dei fiasconi pieni di liquori, l'ultima riserva dei bars.
È troppo!... Un'altra volta la legge sta per essere soprafatta da quegli ostinati ed il pericolo è gravissimo poichè policemen, dragoni e cavalli sono inzuppati di gin, di brandy, di wisky e d'altri liquori infiammabilissimi.
I dragoni del 3.º Reggimento della Regina non devono indietreggiare. Non sono dei poliziotti.
Fra i crepitii dell'incendio si odono i comandanti a urlare:
— Armate i moschetti!... —
Quel comando fa l'effetto d'una doccia gelata. I diecimila spettatori lasciano il campo libero alla legge e si scagliano attraverso il turf, scappando, colla velocità di tante lepri, dall'altra uscita.
CAPITOLO III. Un duello all'americana.
Indice
Mentre la folla fuggiva, udendo crepitare i primi colpi di moschetto, fossero pure sparati in aria pel momento, l'automobile di miss Ellen Perkins, giungeva felicemente sulla riva di quel fiume gigante che si chiama il S. Lorenzo, il maggiore che solca il Canadà e che è così vasto e così profondo da permettere alle navi di spingersi, senza correre alcun pericolo di arenarsi, fino a Montreal ed anche molto più sopra.
Un gran numero di ferry-boat e di pontoni, noleggiati dagli spettatori americani giunti da Boston, da New-York e da altre città più lontane, stavano ancorati lungo la sponda.
Il signor di Montcalm si era alzato e dopo d'aver accostato le mani alla bocca come per fare porta-voce, aveva gridato con voce stentorea:
— Presto: un pontone!... I policemen del Canadà ci danno la caccia!... —
L'automobile, guidato dalle piccole e bianchissime mani di miss Ellen, dotate però di una forza straordinaria per una fanciulla della sua età, si era arrestato bruscamente dinanzi ad un vasto barcone, coperto da un largo ponte, che ondeggiava lievemente sotto la spinta della fiumana.
— Eccoci a voi, gentlemen!... — avevano gridato i dieci barcaiuoli che lo montavano, afferrando rapidamente i lunghissimi e pesanti remi.
L'automobile, che russava minacciosamente, spiccò quasi un salto e si arrestò sul ponte della barcaccia.
— Passa!... — gridò il signor di Montcalm, mentre due barcaiuoli gettavano dinanzi alle ruote anteriori della macchina una grossa trave, pel timore che riprendesse la corsa e che precipitasse nel fiume che in quel posto era molto rapido e probabilmente molto profondo.
Miss Ellen si era voltata verso il canadese, sorridendogli graziosamente.
— Comandate come un capitano d'un transatlantico, — gli disse. — Spero però che non ci farete naufragare.
— Per oggi no di certo, — rispose il signor di Montcalm, con una sottile punta d'ironia.
— E contate di venire con noi ad Albany?
— No, signora. La mia casa non si trova sul territorio americano, lo sapete bene.
— Volete tornare ad Ottawa?
— Certo, miss. Vi accompagnerò fino ad Oswego, poi attraverserò l'Ontario su qualcuno dei tanti piroscafi che salpano quasi ad ogni ora.
— Mi pare che sarebbe pericoloso per voi tornare ora sul territorio canadese. Non dovreste dimenticare che siete voi una delle cause principali della rivolta contro la polizia.
— O sono stati invece i vostri begli occhi, miss?
— Ah!... Non nego che possano averci avuto una certa parte, ma non si arrestano due occhi, siano essi neri od azzurri.
— Ben detto, miss, — disse mister Torpon, ridendo.
— Dunque, signor di Montcalm volete proprio lasciarci?
— Pel momento sì, miss. Non abbiamo più nulla da fare per ora, è vero, mister Torpon?
— Non so, — rispose l'americano, facendo un gesto vago.
— Che cosa vorreste tentare? Dove riprendere la nostra partita di boxe?
— Dove? Lo so io.
— Potremmo andarci subito? Io sono pronto a lasciar andare ancora dei fist-shoke.
— Ed io non meno di voi, signor di Montcalm, — rispose l'yankee, quasi con ferocia, — però questo non è il momento.
Riprenderemo questo discorso quando saremo giunti ad Oswego, se non vi rincresce.
— Benissimo, mister Torpon, — rispose il canadese.
— Vi chiederei solo di fermarvi fino a domani.
— Ad Oswego?
— Sì.
— Accettato. —
Miss Ellen aveva prestato orecchio attento a quello scambio di parole, non nascondendo una certa inquietudine. Anche i partners, ai quali non era sfuggita una sillaba del dialogo, si erano guardati l'un l'altro con un po' di ansietà.
— Mister Torpon, — disse la giovane americana, — mi avete l'aria d'un cospiratore. Voi tramate certamente qualche cosa.
— Non un tradimento, in tutti i casi, — rispose l'americano, con un sorriso un po' grossolano. — Anche fra i yankees si trovano dei gentiluomini, più gentiluomini di quei grandi europei ed anche dei loro discendenti.
— Ed infatti vi hanno chiamati orsi grigi, — disse il signor di Montcalm.
— Chi? — gridò l'americano, rosso di collera.
— I gentiluomini europei.
— Perchè noi siamo più ricchi di loro e dei loro blasoni malamente dorati.
— Vorreste alludere anche a me? — chiese il canadese.
— Eh!... Anche il blasone dei Montcalm non vale quello dei re del petrolio, del ferro, dell'acciaio, delle ferrovie e nemmeno quello del re dei porci salati di Chicago.
— Che bei blasoni!... — esclamò il canadese, ironicamente. — Sicchè sul vostro avete fatto dipingere in oro, in campo azzurro, una lucerna accesa. —
Il yankee fece un gesto d'ira e non rispose a quella mordace canzonatura.
D'altronde la barcaccia era già giunta sull'altra riva e l'automobile si preparava a rimettersi in corsa.
I barcaiuoli assicurarono fortemente il galleggiante, tolsero la trave, presero al volo un paio di dollari gettati loro dai due campioni, e l'automobile salì d'un colpo solo la riva, guadagnando la larga e comoda via che costeggiando il lago Ontario conduce ad Oswego, una delle più ridenti cittadine delle estreme frontiere settentrionali degli Stati dell'Unione.
Miss Ellen, che conosceva benissimo i dintorni di tutti i grandi laghi, aveva lanciata la sua macchina alla velocità di ottanta chilometri all'ora, facendola quasi volare dinanzi alle fattorie che sorgevano lungo i margini della larghissima via, una delle più belle e delle migliori del Canadà.
Quantunque vi fosse un buon palmo di neve, le ruote, fornite di robuste pneumatiche, scorrevano velocissime senza slittare.
In capo a pochi minuti, l'automobile, uscito di fra la campagna, si trovò sulle rive del lago.
L'Ontario scintillava superbamente, incastonato fra gigantesche foreste di pini bianchi, enormi vegetali che raggiungono una circonferenza di cinque ed anche sei metri, ed un'altezza di più di trenta, che le scuri dei boscaiuoli, quantunque da qualche secolo poderosamente manovrate, non erano ancora riuscite ad abbattere.
Delle grosse barche da pesca, colle vele variopinte, si cullavano graziosamente fra le onde che un freddo vento del settentrione sollevava, e dei piroscafi lunghi e sottili, filavano rapidamente, lanciando in aria turbini di fumo e fischi interminabili.
Dei grossi falchi pescatori, grandi distruttori di pesci, che attirano, a quanto pare, rigettando delle materie oleose, volavano via, ora alzandosi quasi a perdita d'occhio ed ora lasciandosi cadere, quasi a corpo morto, sulla superficie del lago, per rialzarsi poco dopo con qualche grossa trota stretta fra il robusto becco.
Panorami splendidi si succedevano senza posa, ma gli automobilisti pareva che non se ne interessassero affatto, specialmente la miss, la quale concentrava tutta la sua attenzione sul volante e sulla interminabile via che le si apriva dinanzi, serpeggiando fra immensi filari di alberi della cicuta, piante preziosissime, poichè il loro legno serve alla costruzione delle palizzate costeggianti i laghi ed i fiumi, essendo incorruttibile, anche se immerso da centinaia d'anni.
In quanto ai due campioni avevano ben altro da pensare in quel momento che starsene a contemplare le acque del lago o le navicelle che lo solcavano, e fors'anche i loro partners avevano troppe preoccupazioni.
Le parole pronunciate poco prima da mister Torpon avevano gettato nei loro animi un certo sgomento.
Con un'altra fulminea volata l'automobile girò intorno alle varie e profonde insenature che l'Ontario descrive presso l'imbocco del S. Lorenzo, poi verso le cinque di sera, nel momento che il sole autunnale stava per scomparire dietro le gigantesche foreste, infilò la gran via maestra di Oswego, arrestandosi dinanzi ad un grande albergo di sette piani.
— È qui che volete fermarvi, mister Torpon? — chiese la giovane, arrestando la macchina.
— Sì, miss, — rispose l'americano. — Vi fermate a cenare con noi o proseguirete per Albany?
— Ho fretta di giungere a casa mia, signori miei.
— Gli è che si fermeranno con noi anche i partners.
— E così?
— Volete partire sola, di notte?
— Forse che non ho la mia rivoltella?
— La vostra macchina potrebbe guastarsi lungo la via. Avete fatto male a non condurre con voi il vostro meccanico. —
Miss Ellen alzò le spalle.
— Forse che non vi è la cassetta, contenente tutti gli ordigni necessari per fare una riparazione, e forse che io non ho fatto un corso di meccanica? Non inquietatevi per me, mister Torpon e nemmeno voi signor di Montcalm.
Arrivederci presto, signori miei, e quando avrete deciso qualche cosa di nuovo, avvertitemi subito.
Il destino che vi perseguita finirà di stancarsi e l'uno o l'altro avrà la mia mano, purchè sia il più forte.
Buona notte!...
— Buon viaggio, miss, — risposero i quattro uomini.
L'indiavolata ragazza fece colla mano un ultimo gesto d'addio e lanciò nuovamente la sua splendida automobile a corsa sfrenata, facendo scappare i curiosi che si erano affollati sui due margini della via.
Un minuto dopo non era più visibile.
— Io credo che quella fanciulla abbia il sangue del demonio nelle sue vene, — disse mister Torpon. — Che cosa ne dite voi, signor di Montcalm?
— Che è una donna da far paura, — rispose il canadese.
— Ma bella, by-good!...
— Non dico di no.
— Affascinante.
— Se tale non fosse, già da lungo tempo ve l'avrei abbandonata. Disgraziatamente mi ha bruciato il cuore e sento ormai che non potrei rassegnarmi a vivere senza di lei.
— Allora si carica una buona rivoltella e si va a dimenticarla all'altro mondo.
— Il consiglio mi pare buono, però vorrei che prima foste voi a metterlo in esecuzione.
— Ah no, signor mio, — disse l'americano, con vivacità. — Provate prima voi.
— Per ora no, quantunque io abbia la certezza che quella donna non possa far felice nessun uomo.
— Allora si lascia andare.
— No.
— È un puntiglio allora il vostro.
— Non lo so, ma mi pare che questo non sia il luogo per occuparci dei nostri affari, mister Torpon.
— Avete ragione, signor di Montcalm. Io mi ero proposto di offrirvi una cena e di mangiarcela assieme ai nostri partners. Accettate?
— Con tutto il piacere e tanto più che stamane non ho fatto che una leggierissima colazione per mantenermi più agile.
— Per darmene di più, — disse l'americano, ridendo. — Venite, signori. —
Entrarono nell'albergo, passando dinanzi ad una mezza dozzina di camerieri negri, vestiti correttamente di nero e con dei collettoni candidissimi che li tenevano come impiccati, ed entrarono in una magnifica e spaziosissima sala, illuminata sfarzosamente da un centinaio di lampade elettriche, prendendo posto dinanzi ad una tavola isolata, situata verso un angolo.
Essendovi poche persone, potevano parlare a loro agio senza poter essere disturbati, nè uditi.
L'yankee, abituato a fare le cose in grande, ordinò una cena degna d'un milionario come era lui, poi mentre si faceva servire, tanto per aguzzare maggiormente l'appetito, un paio di bottiglie di vino del Reno a cinque dollari l'una e cinque dozzine di gamberi di California a venti cents l'uno, disse:
— Signor di Montcalm, vi ringrazio di aver accettato la mia proposta di seguirmi su territorio americano per definire una buona volta la nostra eterna questione, poichè vi dichiaro francamente che io sono estremamente stanco dei brutti giuochi che ci fa continuamente il destino.
— Ed io non meno di voi, — rispose il canadese.
— Voi non rinuncierete mai al possesso di miss Ellen Perkins?
— Mai, dovessi affrontare mille volte la morte.
— Nemmeno se vi offrissi dei milioni?
— Oh!... Meno che meno. Un Montcalm non si lascia comperare dai dollari.
— Vi stimo doppiamente, parola d'yankee.
— Suvvia, dove volete andare a finire? — chiese il canadese, facendo un gesto d'impazienza.
— Io vorrei farvi un'altra proposta.
— Di ritentare la partita di boxe?
— Avremmo delle altre noie da parte delle autorità e forse nessun risultato decisivo, poichè siamo, credo, della medesima forza anche in questo campo dello sport. Vorrei qualche cosa di più serio.
— Dite pure.
— Un giuoco, per esempio, che finisse col mandare me o voi a fare la conoscenza con Caronte e colla sua barca, ammesso che navighi ancora sulle nere acque dello Stige.

.... a fare la conoscenza con Caronte e colla sua barca, ammesso che navighi ancora sulle nere acque dello Stige. (Cap. III).
— Vi preme di sopprimermi?
— Potreste essere invece voi il fortunato.
— Continuate, mister Torpon. —
L'americano sgusciò il suo dodicesimo gambero, lo inghiottì d'un colpo versandoci dietro un bicchiere di vino, poi disse con voce grave:
— Accettereste, signor di Montcalm, un duello all'americana? —
Il canadese era rimasto silenzioso, mentre i due partners erano diventati assai pallidi.
L'americano lasciò trascorrere qualche mezzo minuto, poi disse:
— Signor di Montcalm, attendo una vostra risposta. —
Il canadese si scosse.
Vuotò lentamente il bicchiere che gli stava dinanzi, guardando fisso nel fondo, poi rispose:
— Avrei preferito un duello alla spada, alla sciabola od alla pistola, mister Torpon.
— E il destino che ci sta sempre addosso? Sarei sicuro che con quelle armi una partita d'onore non avrebbe buon esito per noi.
Proviamo a batterci nell'oscurità. Si dice che la fortuna sia cieca; chissà che non lo sia anche il destino.
— Lo volete proprio, mister Torpon? — chiese il canadese, con voce tranquilla.
— Sì, signor di Montcalm. Noi siamo giunti ad un tal punto che è meglio che uno di noi scompaia per sempre dalla superficie del globo.
— E dove ci batteremo?
— Qui.
— Quando?
— Questa sera stessa, se non vi rincresce.
— No, perchè penso anch'io che sarebbe meglio saldare al più presto il nostro conto.
Senza testimoni, è vero?
— Ci aspetteranno fuori: non abbiamo i nostri maestri di boxe? Accettate, è vero, signori, di aiutarci? —
I due partners s'inchinarono, facendo un cenno d'assentimento.
— Affitteremo tutto l'appartamento dell'ultimo piano che m'immagino sarà vuoto, — continuò l'yankee, — perchè nessuno venga a disturbare i nostri affari.
— Il proprietario non sospetterà qualche cosa e non avvertirà quei dannati policemen? — osservò il maestro di boxe del canadese.
— Lasciate fare a me, mister, — rispose il yankee. — E poi il dollaro può tutto, almeno negli Stati dell'Unione.
— E le armi? — chiese il signor di Montcalm.
— Oh!... Non sarà difficile trovare due solidi bowie-knife press'a poco uguali.
Gli armaiuoli non mancano ad Oswego e s'incaricheranno i nostri partners di trovarceli.
Sono appena le sei e si chiude un po' tardi nelle nostre città.
Ora signori ceniamo da buoni amici, allegramente, e non manchiamo di fare un brindisi a quello che domani mattina andrà a portare i nostri saluti a Caronte. —
Quattro negri avevano cominciato a portare, su dei grandi ed artistici vassoi d'argento, delle vivande diverse che esalavano dei profumi da far venire l'acquolina in bocca anche ad un morto, mentre un quinto disponeva sulla tavola, dinanzi a ciascun commensale, delle bottiglie polverose che portavano delle marche celebri.
I quattro uomini, tornati improvvisamente gai, diedero subito un formidabile assalto alle diverse portate, scherzando amabilmente e deridendo i negri. Pareva che avessero già dimenticato che uno di loro stava ingollando il suo ultimo pasto.
Suonavano le sette alla ricca pendola dorata, collocata all'estremità del vasto salone, quando mister Torpon si alzò, dicendo:
— Vado ad accomodare l'affare col proprietario, mentre la bottiglia di champagne gela per brindare al morto.
— Ed io vado a provvedere le armi, — disse il maestro di boxe del canadese.
— Spicciatevi!... — disse l'americano.
Accese un grosso sigaro, essendo la cena ormai terminata, e si fece condurre nel gabinetto del proprietario, il quale stava seduto dinanzi ad una monumentale cassa-forte, tutto immerso nella lettura d'una copia del New-York Herald.
— Mister, — gli disse senza preamboli Torpon, — è libero tutto l'ultimo piano del vostro hôtel?
— Disgraziatamente sì, mio gentleman, — rispose l'albergatore, il quale avendo riconosciuto subito il personaggio che aveva ordinata quella cena luculliana e costosissima, era diventato subito molto amabile. — La stagione è cattiva e gli affari non prosperano al principio dell'inverno e....
— Vorreste affittarlo tutto a me per quarantotto ore?
— Tutto!... Vi sono trenta stanze ed una sala lassù, mio gentleman.
— Non importa: fissate il prezzo. Io non ho l'abitudine di lesinare. —
L'albergatore si lisciò due o tre volte la sua barba da becco e guardò con sorpresa il suo compatriotta.
— Ma.... ditemi, aspettate molti altri amici forse?
— Niente affatto. Non siamo che noi quattro.
— E che cosa vorreste fare di tante stanze?
— Avete mai assistito a nessuna seduta di spiritismo?
— Io no: lascio in pace le anime dei trapassati. Già non verrebbero qui nè a mangiare, nè a bere, nè tanto meno a lasciarmi dei dollari.
— Bene, si vede che siete un uomo pratico e mi congratulo con voi, — disse Torpon, un po' ironicamente. — Dunque io affitto tutto l'ultimo piano del vostro hôtel per eseguire una serie di esperimenti, avendo condotto con me un medium d'una potenza straordinaria, già ammirato perfino dal nostro presidente.
Siccome gli spiriti non vogliono essere disturbati, voi mi darete la vostra parola d'onore di lasciarci assolutamente tranquilli. Quanto?
— Cinquecento dollari.
— Siete ancora onesto. —
Levò dal suo portafoglio una manata di biglietti di grosso taglio, contò la cifra, riaccese il sigaro e raggiunse il canadese ed il secondo partner, i quali chiacchieravano tranquillamente sottovoce, facendo di quando in quando girare la bottiglia di champagne immersa fino al collo in un vaso pieno di ghiaccio.
— È fatto, — disse. — Per quarant'otto ore noi saremo liberi di gettare anche all'aria tutte le trenta stanze.
— E di scannarci con tutto il nostro comodo, — aggiunse il canadese, beffardamente.
In quell'istante il partner che era uscito per acquistare le armi entrò, portando un pacco.
— Marca di casa celebre, lame solide e capaci di troncare, con un colpo solo, la spina dorsale ad un bisonte, — disse.
— Sturiamo, — disse il canadese, traendo dal recipiente gelato la bottiglia di champagne. — Chissà che a qualcuno, questo vino maturato nelle terre che videro nascere i miei avi, non porti fortuna. —
Torpon aveva aggrottata la fronte.
— By-good!... — esclamò. — È vino di Francia, e voi siete un discendente di quel popolo. Che porti sfortuna a me?
— Sareste superstizioso, mister Torpon? — chiese il canadese.
— Eh!... Qualche volta non si può far a meno di esserlo.
— Allora dopo lo champagne berremo un bicchierino di wisky, il liquore americano per eccellenza.
— Accettato, signor di Montcalm. Così saremo pari. —
La bottiglia fu sturata e le tazze furono riempite.
— Ai begli occhi di miss Ellen, prima di tutto, — disse il yankee.
— Alla solidità ed al filo della mia lama, — disse invece il canadese.
— Sareste feroce come un antropofago, signor di Montcalm? — chiese il yankee.
— Può darsi, — rispose asciuttamente il canadese, e vuotò d'un colpo il bicchiere.
Vi erano sulla tavola parecchie bottiglie di liquori. Ne prese una di wisky, la fece sturare e ne versò a tutti, dicendo:
— Bevo al felice viaggio dell'uomo che domani sarà morto.
— Come siete funebre, signor di Montcalm, — disse mister Torpon, il quale si era sentito correre per le ossa un brivido gelato.
— È un brindisi come un altro. —
Si erano alzati. I due rivali sembravano tranquillissimi; i due partners invece, quantunque abituati a vedere degli uomini fracassarsi reciprocamente i corpi e le teste a gran colpi di pugno, erano pallidissimi.
Ad una chiamata del yankee un servo negro che reggeva un doppio candelabro d'argento, era accorso.
— All'ultimo piano, — disse il canadese.
Attraversarono la sala, entrarono nell'ascensore ed in un momento si trovarono in alto.
Il negro accese le lampade elettriche e fece percorrere, ai quattro uomini, tutte le trenta stanze, introducendoli per ultimo in una vasta sala, lunga una quindicina di metri e larga non meno di dieci, il cui pavimento era coperto da un gigantesco tappeto. Non vi era che un solo mobile: un pianoforte.
— Qui? — chiese sottovoce l'americano al canadese.
— Sì, — rispose questi.
— Puoi andartene, — disse il primo al negro. — Sopratutto che nessuno ci disturbi anche se succede un po' di fracasso.
Gli spiriti qualche volta si divertono a fare un po' di chiasso. —
Il negro sgranò i suoi grandi occhi di porcellana e scappò via come se avesse il diavolo alle spalle, chiudendo dietro di sè le porte.
— Le armi? — chiese brevemente il canadese quando furono soli.
Il partner che teneva il pacco ruppe le corde e mostrò due magnifici bowie-knife, lunghi un buon piede e larghi due pollici, affilati come rasoi ed assai acuminati.
La luce proiettata dalle lampade elettriche raggruppate in mezzo alla sala, riflettendosi sul lucidissimo acciaio, proiettò negli occhi dei quattro uomini un lampo impressionante, tale da farli rabbrividire.
— Buone armi, — disse il canadese, affettando una certa calma. — Queste sono ottime per la caccia dei caribon: un buon colpo nella spalla e si è sicuri di raggiungere il cuore.
— Ed anche per spaccare la spina dorsale ai nostri giganteschi bisonti del Far-West, — disse mister Torpon, il quale non voleva tenersi indietro.
Fra i quattro uomini regnò un breve silenzio, poi il signor di Montcalm, il quale aveva prontamente riacquistato il suo sangue freddo e tutta la sua audacia, riprese:
— Mister Torpon, lascio a voi la scelta dell'arma. Quale preferite, quantunque mi sembrino perfettamente eguali?
— V'ingannate, signor di Montcalm, — disse il yankee, — perchè sul manico d'uno vedo impresse tre stelle mentre sull'altro non ve ne sono che due e può essere quella protettrice che manca.
— Ah!... Il superstizioso!...
— La sorte, — dissero i due partners.
— Sia, — risposero ad una voce i due rivali.
Il maestro di boxe dell'americano chiuse nel pugno un cent, mise le braccia dietro il dorso facendole girare più volte, poi le tese innanzi ai due rivali dicendo:
— Il pugno pieno per le tre stelle, il vuoto per le due. Il pieno per la porta di destra l'altro per quella di sinistra. —
La sorte fu favorevole al yankee, il quale parve assai lieto d'aver guadagnato una stella di più.
— Gentlemen, — disse allora il partner, con voce grave. — Siete pronti?
— Sì, — risposero all'unisono il yankee ed il canadese.
— Voi non entrerete in questa sala se non dopo trascorsi cinque minuti.
— Benissimo.
— Che Dio vi guardi. Mister Torpon seguitemi nella stanza di destra.
— E voi, signor di Montcalm, seguitemi in quella di sinistra, — disse il maestro di boxe di Montcalm.
I due rivali, con un moto spontaneo si stesero la destra e si diedero una vigorosa stretta, poi seguirono i loro partners senza scambiarsi una parola.
Subito le lampade elettriche furono spente e la vasta sala s'immerse in una oscurità profondissima.
CAPITOLO IV. I due colpi di coltello.
Indice
Gli americani, popolo eccessivamente frettoloso, che non ama perdere tempo nemmeno nel mangiare, vanno per le spiccie nel definire le loro questioni d'onore.
Le regole della cavalleria sono affatto sconosciute presso di loro ed i maestri di scherma, così di spada come di sciabola, hanno fatto sempre magrissima fortuna presso quel popolo il quale preferisce impiegare qualche minuto che può rubare agli affari, a qualche lezione di boxe.
Il tempo è moneta: ecco la loro divisa. Quindi niente tempo da perdere nelle sale di scherma.
Nondimeno, al pari di tutti gli altri popoli, si battono anche i yankee, ed i duelli sono tutt'altro che rari anche negli Stati dell'Unione.
Per lo più preferiscono una buona partita di boxe, ma quando si tratta di cose gravissime si mandano all'altro mondo senza costole fracassate o denti rotti o teste peste in modo spaventevole.
Allora, per essere più sicuri, ricorrono alle armi da fuoco ed al bowie-knife, contando più sulla fortuna che sull'abilità personale, che di rado posseggono.
Negli Stati dell'Ovest i duellanti montano a cavallo armati d'un buon winchester a dodici colpi, si portano nella foresta più vicina, lanciano i loro destrieri a corsa sfrenata e si fucilano reciprocamente, nè cessano finchè l'uno o l'altro non vuoti l'arcione morto o moribondo.
Negli Stati dell'Est, vanno più per le spiccie. Si prendono due pistole esattamente eguali, se ne carica una sola, si fa scegliere ai due avversari in una stanza oscura ed ognuno è obbligato a puntarsela al cuore od alla tempia e far scattare il grilletto.
Tanto peggio per quel disgraziato che ha avuta la sfortuna di scegliere quella contenente la palla che lo manderà diritto a fare la conoscenza con messer Caronte.
Più terribile, più emozionante invece è il duello col bowie-knife, quantunque di esito più incerto.
I due rivali entrano per due diverse porte, a piedi nudi, in una stanza perfettamente oscura, armati del loro terribile coltellaccio, si cercano brancolando silenziosamente fra le tenebre e quando s'incontrano si accoltellano all'impazzata.
Tanto peggio per quello che ne prende di più o a cui arriva una puntata al cuore od alla gola, che tronchi la carotide.
················
Come abbiamo detto, il canadese era uscito dalla porta di sinistra assieme al suo maestro di boxe, entrando in una stanza che sembrava piuttosto un gabinetto per fumatori e che era ancora illuminata, poi aveva subito disposto su un tavolino laccato alla giapponese il suo cronometro d'oro per contare i cinque minuti.
Quantunque potesse trovarsi sull'orlo della tomba, non ignorando d'aver da fare con un avversario risoluto e coraggioso, appariva tranquillissimo.
Il suo partner gli aveva preso subito il polso della mano destra, tenendo gli occhi fissi sulle lancette dell'orologio.
— Bene, — disse, facendo schioccare la lingua. — Batte regolarmente ed anche il vostro cuore deve funzionare come al solito.
Sono soddisfatto del mio allievo.
— Ne dubitavate? — chiese il canadese, sorridendo leggiermente.
— Oh no, ma questi duelli americani, impegnati fra una profonda oscurità, devono produrre una grande impressione anche sugli animi più risoluti.
— Forse, — rispose il canadese, il quale stava togliendosi le scarpe.
— Volete un buon consiglio, signor di Montcalm?
— Dite pure.
— Appena entrate, appoggiatevi alla parete e lasciate che l'avversario vi cerchi.
— E se mister Torpon facesse altrettanto?
— Allora marciate, come meglio potrete, verso il centro della sala e là aspettate che il vostro avversario si tradisca o con un respiro, o con uno strofinìo.
Non seguite le pareti, ve lo raccomando. Sareste costretto ad appoggiarvi con una mano, e quel rumore, per quanto lieve, potrebbe allarmare l'avversario.
— Grazie dei vostri consigli.
— Avvolgete ora il vostro braccio sinistro colla vostra giacca e vibrate il colpo dall'alto in basso, essendo voi più alto di mister Torpon.
Se non lo ucciderete sul colpo, gli produrrete una ferita tale da metterlo subito fuori di combattimento.
Mi avete capito?
— Sì, maestro, — rispose il canadese.
Il partner lanciò un altro sguardo sul cronometro.
— Otto ore e trentacinque minuti meno tre secondi. È il momento d'entrare.
— Sono pronto: spegnete la lampada elettrica ed apritemi la porta senza far rumore.
— Qua una buona stretta di mano, signor di Montcalm, — disse il maestro, con voce vivamente commossa. — Sangue freddo e colpo sicuro. —
Si strinsero la mano, la porta fu aperta, poi la lampada spenta, ed il canadese entrò nella tenebrosa sala, in punta dei piedi, impugnando solidamente il bowie-knife e riparandosi il petto col braccio sinistro difeso dalla giacca strettamente avvolta.
Era già entrato l'americano e si era già messo in agguato? Ecco due terribili, angosciose domande, che non potevano avere per il momento nessuna risposta.
Il canadese, come l'aveva consigliato il suo maestro, fece tre o quattro passi seguendo la parete, poi si fermò, avendo trovato un ostacolo.
Doveva essere il pianoforte, l'unico mobile che ingombrava quella vasta sala che pareva fatta appositamente per i duelli americani.
— Aspettiamolo, — mormorò fra sè il signor di Montcalm.
Si appoggiò alla parete senza produrre il menomo rumore, raccogliendosi su sè stesso come una tigre che si prepara ad avventarsi sulla preda, e si mise in ascolto, trattenendo il respiro.
Dov'era mister Torpon? Chi poteva dirlo? S'avanzava cautamente attraverso la sala, col coltello alzato, pronto a vibrare il colpo o stava seguendo le pareti? Quanto avrebbe dato per saperlo.
Invano i suoi occhi cercavano di forare le tenebre, colla speranza di scoprire, almeno vagamente, l'ombra del suo avversario; invano concentrava tutti i suoi sensi nell'udito, colla speranza di sorprendere uno strofinìo, un sospiro, un qualche rumore che lo tradisse.
Il suo cuore cominciava a battere forte forte e così pure battevano, febbrilmente, le sue tempie. L'ansietà del pericolo che non sapeva da quale parte potesse giungere, lo vinceva, eppure quel canadese più di cento volte aveva affrontato gli orsi neri e bruno-giallastri delle immense foreste circondanti i laghi e le formidabili corna dei caribon, senza tremare.
È noto già che le tenebre esercitano un'azione deprimente anche sugli animi più audaci. Degli uomini che in pieno giorno montavano all'assalto, sfidando intrepidamente la morte, si sono mostrati sovente vili durante i combattimenti notturni.
Perfino un generale inglese, che nelle guerre dell'India si era acquistata una fama immensa di uomo coraggioso e sprezzante d'ogni pericolo, fu sorpreso una notte, durante un attacco, rannicchiato dietro un albero, più tremante dell'ultimo dei suoi cipai. Eppure aveva guadagnati i suoi galloni, tutti, sui campi di battaglia e l'avevano chiamato il leone!... L'ansietà che divorava il canadese, abbandonato fra quella profonda tenebrìa, in procinto di sentirsi, da un istante all'altro, spaccare il cuore senza avere alcuna possibilità di parare il colpo, era quindi scusabile.
Sempre rannicchiato presso il pianoforte, col braccio destro armato, teso, pronto a tentare una parata disperata, come abbiamo detto, ascoltava sempre, cercando di sorprendere un qualunque rumore.
Si trovava là da qualche minuto, sempre in attesa d'un colpo di coltello, quando uno scricchiolìo secco lo fece trasalire.
Che cosa poteva essere stato? Si sarebbe detto che qualcuno aveva fatto scattare a vuoto il cane di una grossa rivoltella.
Il canadese si era raddrizzato, dilatando spaventosamente le pupille. Cercava, cercava nell'oscurità che si stendeva dinanzi a lui, implacabile, impenetrabile.
— Sarà stato il legname, — mormorò, dopo alcuni istanti d'angosciosa attesa. — Vi sono delle travi sul soffitto. —
Si terse colla sinistra la fronte, copertasi subito d'un freddo sudore, poi tornò a rannicchiarsi a lato del pianoforte.
Nell'abbassarsi però, la punta del coltello urtò sulla tastiera ed una nota ruppe bruscamente il profondo silenzio che regnava nella sala.
Quel suono, un do profondo, aveva fatto vibrare l'aria tenebrosa, ripercuotendosi lungamente sotto il soffitto e negli angoli della sala.
Il canadese ebbe un sussulto.
— Mi sono tradito, — mormorò.
Pronto come un lampo si gettò sul tappeto e scivolò silenziosamente verso il centro, almeno così credeva, della sala, poi si raddrizzò.
L'americano, avvertito da quel suono non ancora del tutto spento, doveva ormai essersi diretto verso l'istrumento, per sorprendere l'avversario e forse inchiodarlo, con una tremenda coltellata, sulla tastiera.
Passò un altro minuto, lungo quanto un secolo. Le ultime vibrazioni del do si erano a poco a poco affievolite ed un silenzio di tomba era piombato nuovamente sulla vasta sala.
Ad un tratto l'udito piuttosto acuto del canadese, raccolse un rumore indistinto. Pareva ora che un piede nudo strisciasse sul soffice tappeto ed ora che invece fosse una mano che strisciasse lungo una parete.
Si era bruscamente voltato, aguzzando invano gli sguardi.
Proprio in quel momento nella via sottostante si udirono delle voci umane miste a scoppi di risa.
Una brigatella di persone allegre passava dinanzi all'albergo cantando l'yankee-dodle.
Quando quelle voci si perdettero in lontananza, lo stropiccìo che aveva allarmato il signor di Montcalm era cessato. Il silenzio era nuovamente piombato nella sala.
— Me l'hanno fatto perdere, — mormorò il canadese, mordendosi con rabbia le labbra. — Quegli ubbriaconi potevano passare di qui un po' più tardi.
Dove sarà ora quel dannato yankee? Dove sorprenderlo? Che si sia fermato e che al pari di me tenti di raccogliere il rumore dei miei piedi? Ah no, può aspettarmi, perchè non mi muoverò così presto.
Il sole è ben lontano ed in dieci ore possono scannarsi anche diecimila uomini.... —
Si era bruscamente interrotto ed aveva fatto un mezzo giro su sè stesso, tornando a dilatare le pupille, poi si era lentamente abbassato stendendosi del tutto al suolo ed accostando un orecchio sul tappeto.
Aveva udito un altro fruscìo, ma che pareva provenisse dall'opposta direzione. L'americano, approfittando di quello schiamazzo, aveva fatto il giro della sala portandosi dall'altra parte?
Il canadese ascoltava sempre, premendo l'orecchio contro il tappeto.
Il suo udito raccoglieva, di quando in quando, dei crepitii appena percettibili. Dei piedi premevano, con precauzione, il pesante tessuto, diventando sempre più distinti.
Dunque il yankee si avvicinava, avanzandosi forse anche lui verso il centro della sala? Probabilmente, attratto da quella nota mandata dal pianoforte, aveva raggiunto l'istrumento e non avendo trovato l'avversario, doveva avere seguite le pareti per poi lasciarle.
Ora doveva cercare verso il centro, brancolando nel buio ed avanzandosi naturalmente a casaccio.
Il canadese lo udiva avvicinarsi sempre più, poichè i crepitii della stoffa, per quanto leggieri, giungevano più distinti al suo orecchio.
Dove sarebbe passato l'avversario? Dinanzi o di dietro? A destra od a sinistra? Ecco quello che chiedeva con una certa angoscia.
Non gli sarebbe invece caduto addosso, inciampando in quel lungo corpo disteso?
Il signor di Montcalm riflettè un istante, si compresse colla mano sinistra il petto come se volesse imporre silenzio ai forti battiti del cuore, poi lentamente si sollevò e si mise in ginocchio, girando intorno a sè la destra armata.
Sentiva il nemico, ma per quanti sforzi facesse per raccogliere meglio il rumore di quella marcia silenziosa, non riusciva a stabilire la direzione che teneva.
D'improvviso udì, a brevissima distanza, un lieve sospiro, ma nello stesso tempo il crepitìo del tappeto cessò.
Si era fermato il yankee? Si era accorto anche lui che il suo avversario gli stava così vicino? Lo aveva forse fiutato? Anche questo poteva, fra le tante cose, ammettersi.
Il canadese non fiatava più. Girava solamente, con lentezza, il bowie-knife intorno a sè, pauroso di agitare l'aria e di tradirsi.
Passarono parecchi secondi, forse invece parecchi minuti.
Un'angoscia estrema si era impadronita del canadese, angoscia che si tramutava in un vero supplizio assolutamente insopportabile.

.... si erano precipitati nella sala, chiamando angosciosamente: — Mister Torpon! Signor di Montcalm! (Cap. IV).
Nessun uomo di certo avrebbe potuto mantenersi tranquillo dinanzi a quel pericolo che non poteva vedere, e che pure gli girava d'intorno, minacciando di sopprimerlo quando forse meno se l'aspettava.
Era meglio slanciarsi, cercarlo, assalirlo coll'impeto della disperazione, dovesse pure quello scatto riuscire fatale.
— Basta, — aveva mormorato fra sè il canadese. — Non posso più resistere.... la paura mi assale.... agiamo prima che mi privi di tutta la mia energia.... —
Balzò in piedi, mandando un grido di belva ed avventando all'impazzata dei colpi furiosi.
Non si nascondeva più, non voleva più precauzioni: voleva la lotta a qualunque costo.
Al suo grido un altro aveva risposto, non meno rabbioso, non meno feroce e vicinissimo. Anche mister Torpon si trovava nelle medesime condizioni di spirito e cercava di dare o di ricevere la morte.
Per alcuni istanti i due uomini brancolarono nel buio profondo, cercandosi ed avventando sempre colpi, senza sapere dove potessero andare a finire, poi i due corpi, s'incontrarono furiosamente.
Due grida di dolore ruppero bruscamente il silenzio che regnava nella sala, poi si udirono due tonfi.... Erano caduti!... Morti entrambi forse?.......
················
I due partners che avevano origliato dietro alle porte, sussultando al più lieve rumore ed asciugandosi senza posa il sudore che inondava le loro fronti, udendo quelle due grida e quei tonfi, avevano accese le lampade elettriche, poi si erano precipitati nella sala, chiamando angosciosamente:
— Mister Torpon!...
— Signor di Montcalm!... —
Due gemiti e qualche bestemmia avevano risposto.
Quasi nel centro della sala, a tre passi l'uno dall'altro, giacevano i due rivali, ciascuno con un coltello piantato nel petto.
I partners, in preda ad una emozione facile a comprendersi, si erano gettati verso i disgraziati e subito un grido di stupore era sfuggito dalle loro labbra.
Caso assolutamente straordinario, quasi incredibile! I due rivali si erano colpiti nel medesimo punto, sotto la terza costola di destra e le lame non erano penetrate che per pochi centimetri, pur rimanendo infisse.
Il dolore provato e sopratutto l'emozione, avevano atterrati quei due giganti e li avevano fatti svenire.
— Che cosa dite voi, mister Patterson? — chiese il maestro di boxe canadese.
— Che il destino non vuole che nessuno di questi uomini sposi miss Perkins, — rispose il boxer americano.
— Comincio a crederlo anch'io.
— Presto, leviamo i bowie-knife e portiamo i feriti a letto.
Agite con precauzione, senza strappi, mister Hall.
— Oh, me ne intendo io di ferite, — rispose il boxer canadese.
— Si sono colpiti gravemente?
— Non mi sembra. Per atterrare questi uomini ci vogliono ben altre ferite!
— Non perdiamo tempo: a voi il signor di Montcalm, a me mister Torpon. —
I due maestri strapparono i loro fazzoletti per preparare alla meglio un primo bendaggio, poi s'inginocchiarono presso i feriti, sbottonando rapidamente le giacche ed i panciotti e strappando le camicie e le maglie, poi trassero delicatamente le armi.
Due getti di sangue vivissimo irruppero tosto dai due tagli, espandendosi sui larghi petti del yankee e del canadese.
— Buon segno, — disse mister Hall. — Il polmone non è stato toccato.
— Nemmeno quello del signor Torpon, — aggiunse il boxer americano, — almeno così spero.
— Portiamoli a letto.
— Sì, e presto. —
Fasciarono come meglio poterono le due ferite, per arrestare l'emorragia, poi ognuno si prese il suo allievo ed essendo due veri giganti, li trasportarono con non molta fatica in due stanze separate, l'una però attigua all'altra.
In pochi istanti furono spogliati e coricati su dei buoni letti.
Continuando il sangue a trapelare attraverso la improvvisata fasciatura, i due maestri stracciarono degli asciugamani e fecero un nuovo e più stabile bendaggio.
— Ed ora, — chiese mister Patterson al boxer canadese. — Dobbiamo avvertire l'albergatore?
— Sarebbe meglio che voi vi recaste a cercare qualche medico, mister Hall.
Le ferite non mi sembrano gravi, tuttavia non commettiamo delle imprudenze.
In quanto all'albergatore lasciatelo in pace.
Forse ai nostri allievi non piacerà che metta il suo naso nei loro affari.
Conoscete la città?
— A menadito.
— Andate subito, mentre io rimango di guardia. Sono appena le nove ed in qualche luogo potrete pescare qualche medico.
— Vado e torno subito. —
Il maestro americano era appena uscito, quando il boxer canadese udì un profondo sospiro uscire dalle labbra del signor di Montcalm.
— Finalmente!... — esclamò il brav'uomo. — Cominciavo a diventare inquieto.
Speriamo che anche mister Torpon torni presto in sè. —
CAPITOLO V. Una sfida grandiosa.
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Il canadese, forse più robusto dell'americano, o forse ferito meno profondamente, dopo quel sospiro, aveva alzate le braccia, quindi, a poco a poco, aveva aperti gli occhi fissandoli sul suo maestro di boxe, con un misto di stupore e di ansietà.
Il pallore, che poco prima copriva il suo viso, svaniva rapidamente e le sue gote si imporporavano lievemente.
— Non muovetevi, signor di Montcalm, — gli disse Hill. — Finchè non giunge il medico voi dovete rimanere assolutamente immobile, poichè quantunque io me ne intenda un po' di ferite, non ho studiato come quei signori che escono dall'università.
— Ma che cosa è successo, mister Hill? — chiese il ferito, con voce abbastanza robusta.
— Per centomila caimani!... — esclamò il boxer, un po' spaventato. — Non vi ricordate più dunque del duello all'americana che avete sostenuto con mister Torpon? Avete perduta la memoria, mio caro allievo? —
Il canadese sgranò gli occhi, poi si battè la fronte, mossa che gli fece fare una smorfia, strappatagli dal dolore, poi chiese con voce alterata:
— L'ho ucciso? —
Il maestro di boxe indugiò un momento prima di rispondere.
— Signor di Montcalm, — disse poi, — bisogna proprio credere che esista un destino.
— Perchè dite questo, mister Hill?
— Perchè non può essere stato che il destino, quel destino che vi perseguita con un accanimento incomprensibile in tutte le vostre lotte, a guidare le vostre mani ed i vostri coltelli in modo da ferirvi reciprocamente nello stesso punto e probabilmente nelle medesime condizioni di gravità.
— Che cosa dite?
— Che vi siete accoltellati reciprocamente, senza uccidervi.
— Infame destino!...
— Non infuriatevi, signor di Montcalm, — disse il boxer. — Non dimenticate che siete ferito e che non so dove la punta del coltello del vostro rivale sia giunta.
— Sono ancora vivo.
— Lo vedo, corpo di centomila bombe!... Diavolo!... Ci vorrebbe altro che i miei allievi morissero così presto!
— Dov'è Torpon? — chiese il canadese, coi denti stretti.
— Nella stanza vicina e non è ancora tornato in sè. —
Il signor di Montcalm si passò per la seconda volta una mano sulla fronte, senza fare smorfie questa volta, poi disse con voce un po' rauca:
— Avesse almeno ucciso me!...
— Ah no, signor mio!... C'è sempre tempo a morire.
— Eppure bisogna finirla e romperla con questo perverso destino che ci perseguita con tanto accanimento.
— Udiamo, signor di Montcalm.... ma ditemi prima se soffrite a parlare.
— Niente affatto. Mi pare di non essere nemmeno ferito, se non mi agito.
— Possedete una fibra meravigliosa.
— Dite dunque mister Hall.
— L'amate proprio alla follìa quella indiavolata americana? —
Il canadese lo guardò per qualche istante, poi disse:
— Non so.
— Non ci sarebbe, invece d'una vera passione, un po' di puntiglio?
— Può darsi.
— Io, se fossi nei vostri panni, me ne andrei a fare un viaggio nel nostro vecchio paese, nella nostra mai dimenticata Francia e abbandonerei gli occhi azzurri ed i capelli biondi a quell'ippopotamo di yankee.
A Parigi troverei facilmente altre donne che mi consolerebbero e che me la farebbero dimenticare ben presto.
— È troppo tardi, — rispose il signor di Montcalm. — Tutti gli sportmen degli Stati dell'Unione e del Canadà tengono gli occhi fissi su di noi, e se io abbandonassi la partita, proprio ora, non ci farei una bella figura, mio caro maestro. Si potrebbe dire che io mi sono ritirato per tema di prendermi un'altra coltellata o di ritentare qualche altra prova.
No, mai!...
— Eppure quell'americana, come moglie, mi farebbe paura. Quella non è una donna, è una diavolessa. —
Il signor di Montcalm stava per dare qualche risposta, quando si udirono delle porte ad aprirsi e poi si vide entrare mister Patterson seguìto da un omiciattolo rotondo come una palla, con due gigantesche basette che gli scendevano fino alle spalle e gli occhi nascosti da un paio d'occhiali montati in oro.
— Ecco il dottore, — disse il maestro americano. — Come va mister Torpon?
— Non è ancora tornato in sè, — rispose Hill.
— Occupatevi prima del vostro allievo, — disse il signor di Montcalm. — Come vedete, non sto troppo male e posso attendere il turno.
— E me ne congratulo con voi, signore, — disse Patterson. — Che fibre!... Dottore, passiamo nell'altra stanza. —
L'omiciattolo gettò su una sedia il lucente cilindro ed il soprabito, lanciò sul canadese un rapido sguardo facendo un gesto incomprensibile, e seguì il maestro americano.
— Forse credeva di trovare dei moribondi, — disse mister Hill, ridendo, — mentre ne trova uno che sta chiacchierando tranquillamente.
Non abusate però delle vostre forze e della vostra straordinaria energia, signor di Montcalm. La febbre sopraggiungerà e quella brutta bestia talvolta giuoca dei pessimi tiri.
Cacciatevi sotto e aspettiamo quella boccia di carne vivente. —
La visita a mister Torpon durò una mezz'ora.
— Tutto bene, — disse Patterson, entrando nella stanza del canadese, seguìto dal dottore. — È stato un buon colpo di coltello che per un caso miracoloso non ha prodotto conseguenze troppo gravi.
Fra una settimana mister Torpon sarà in piedi.
— Il destino non ci voleva morti, — rispose il signor di Montcalm. — Speriamo che un giorno finisca di stancarsi. —
Il medico visitò la sua ferita, e non potè far a meno di manifestare il suo stupore nel constatare che era stata prodotta nel medesimo punto dell'altra e con eguale poca gravità.
— È strano, — mormorava, mentre, dopo d'aver dato alcuni punti e di averla disinfettata, la fasciava. — È strano. Due colpi di coltello identici. Ciò succede di rado. Bah!... Fra otto giorni anche voi, signore, sarete perfettamente guarito.
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L'omiciattolo non si era ingannato nelle sue previsioni, poichè otto giorni dopo mister Torpon ed il signor di Montcalm si trovavano seduti, insieme ai due maestri di boxe, i quali non li avevano lasciati, dinanzi alla stessa tavola che aveva servito loro pel terribile brindisi augurante la morte o all'uno od all'altro.
La loro guarigione era stata rapidissima, mercè le cure assidue del bravo dottore e sopratutto mercè la loro robusta fibra.
Le ferite si erano perfettamente cicatrizzate quasi nello stesso tempo ed i due valentuomini pareva, almeno apparentemente, che non si fossero serbati alcun rancore per quei due colpi di coltello che ancora una volta li avevano pareggiati nelle loro sfide.
Una splendida colazione era stata ordinata questa volta dal canadese e tutti vi si erano attaccati con grande appetito, inaffiandola coi migliori vini di Francia e anche d'Italia.
Già avevano sorbito il caffè, quando il canadese, dopo di aver acceso un londres e di essersi rovesciato sulla sedia, disse:
— Mister Torpon, che cosa pensate ora di fare? Di continuare la nostra lotta o di rinunciare alla mano di miss Perkins?
Mi pare che le abbiamo provate tutte e sempre senza vantaggio nè per voi, nè per me. —
L'americano che stava assaporando il fumo profumato d'un grosso cuba, guardò il canadese con vivo stupore.
— Che cosa dite mai, signor di Montcalm!... — esclamò. — Io rinunciare agli occhi azzurri ed ai capelli biondi di quella deliziosa miss? Da quando in qua un yankee rinuncia alla lotta? Anche se caduto si rialza subito, se il diavolo non l'ha portato via, e più deciso che mai.
Ah!... Su questo terreno, mio caro signore, non c'intenderemo mai.
Se voi volete rinunciare, siete padronissimo di farlo, ma io rimarrò fermo ed incrollabile come la statua della Libertà che illumina la baia di New-York.
Mi avete capito?
— Perfettamente, mister Torpon, — rispose il canadese.
— Sareste voi deciso allora a ritirarvi?
— Io? Oh!... Rimarrò fermo come la enorme calotta di ghiaccio che si addensa intorno al polo nord.
— Allora noi continueremo a disputarci miss Perkins.
— Certo.
— Suggeritemi ora in quale modo. Come avete veduto, anche i coltelli si rifiutano di dare ad uno di noi una tale supremazia sull'altro da soddisfare la miss.
— Tentiamo una cosa, mister.
— Dite.
— Voi avete fatto venire la vostra automobile?
— Sì, perchè desidero tornarmene a Buffalo.
— Andiamo invece ad Albany a trovare miss Perkins e chiediamo a lei un consiglio.
— Volevo proporvelo anch'io.
— Speriamo che ci dica quale sfida possiamo ormai tentare. Certe volte dai cervelli delle donne escono delle buone idee.
— Specialmente dalle donne sportiste, — disse Hall, ironicamente.
— Ne sanno trovare più delle altre, — rispose Torpon, seriamente. — Signori, non perdiamo altro tempo.
Il mio pilota è stato già avvertito di tenersi pronto. —
Saldarono il conto, un po' salato, poichè durante quegli otto giorni avevano tenuto sempre a loro disposizione l'appartamento dell'ultimo piano, diedero ai servi negri una generosa mancia ed uscirono.
Dinanzi all'hôtel russava una bellissima automobile tutto dipinta in grigio, della forza di sessanta cavalli, guidata da un giovane meccanico asciutto come un'aringa e dagli occhi nerissimi e vivaci.
I quattro uomini si accomodarono sui soffici cuscini e la macchina prese lo slancio, filando a grande velocità attraverso le vie di Oswego.
Cinque minuti dopo marciava già attraverso la campagna coperta di uno strato piuttosto alto di neve, dirigendosi verso il sud-est.
Quantunque le strade americane siano generalmente pessime e si prestino ben poco alle lunghe e fulminee volate delle automobili, specialmente quando cominciano i primi geli, cinque ore più tardi l'automobile di mister Torpon entrava nella bella e popolosa Albany, una delle più graziose dell'America del nord, e si arrestava dinanzi ad un villino d'architettura prettamente italiana, semi-circondato da uno spazioso giardino nel cui centro s'apriva una vasta cinta.
Erano appena suonate le due, quindi miss Perkins doveva trovarsi ancora in casa.
Avevano appena condotta l'automobile in un piccolo e grazioso garage che s'alzava a fianco della pista, entro cui sonnecchiavano parecchie macchine, motociclette, velocipedi, scialuppe-automobili ecc., quando la bella miss si presentò, tutta vestita in seta azzurra con pizzi bianchi, un cappellino piumato sui biondi e splendidi capelli ed un frustino in mano.
— Ah!... Miei gentlemen!... — esclamò, tutta ilare. — Sono ben felice di rivedervi perfettamente ristabiliti.
Voi volete commettere delle sciocchezze. Passi una partita di boxe, ma un duello a colpi di bowie-knife non si dovrebbe perdonare.
Mio Dio!... Siete diventati dei cow-boys del Far-West?
— Come!... Voi avete saputo, miss.... — balbettò mister Torpon, che la divorava cogli occhi.
— E come non saperlo? I reporters americani cacciano il naso dappertutto e s'interessano specialmente delle persone che fanno molto chiasso.
Voi minacciate di diventare più popolari ancora del signor Roosevelt!... Mister Torpon!... Il signor di Montcalm!... Ecco due nomi che corrono ormai su tutte le bocche e che si odono ripetersi perfino nei deserti dell'Arizona e del Colorado.
— Ah!... — fece semplicemente il canadese, facendo un lieve inchino.
— Se continuate così, — riprese l'indiavolata ragazza, — finirete per farvi portare alla presidenza nella prossima lotta elettorale.
— Io sono canadese, miss, quindi non potrei mai aspirare ad un tanto onore, — disse il signor di Montcalm, con una sottile punta d'ironia.
— Naturalizzatevi americano. È un buon consiglio che vi do, mio gentleman.
— Ne chiederei un altro da voi, miss.
— A me!...
— A voi, poichè si tratta proprio di voi.
— Per la vostra eterna questione?
— Messa in campo da voi, miss.
— È vero, — rispose la giovane.
Riflettè un momento, poi raccogliendo graziosamente la sua lunga gonna da amazzone, disse:
— Seguitemi nel mio chiosco favorito, signori. Prenderemo un thè insieme. —
Uscì dal garage svelta e leggiera come un uccello e dopo d'aver attraversato parecchie aiuole ormai spoglie di fiori e di foglie, introdusse i due rivali ed i loro partners in un elegantissimo chiosco di stile chinese, tutto in pietra bianca, con vetrate colorate a disegni rappresentanti draghi mostruosi vomitanti fuoco, e lune sorridenti in mezzo ad un cielo d'una tinta indefinibile ed ammobiliato graziosamente.
Una stufa a gaz ardeva in un angolo, spandendo un dolce tiepore che faceva crepitare i numerosi giornali gettati, semi-spiegazzati, su un tavolino laccato, di manifattura celestiale.
Toccò un bottone elettrico, per dare qualche ordine, poi invitò i quattro uomini a sedersi su delle poltroncine di velluto azzurro, dicendo:
— Signor di Montcalm, potete spiegarvi meglio. Quale consiglio desiderate da me?
— Miss, — disse il canadese, con voce grave, — siete sempre risoluta a concedere la vostra mano al più forte di noi due?
— Un'americana non ha che una parola, ve l'ho già detto, — rispose la giovane. — Non so se le canadesi siano così.
— Uditemi, miss: noi abbiamo tentato tutte le prove e come avrete constatato, nè io, nè mister Torpon siamo riusciti a riportare una vittoria decisiva. Noi veniamo quindi a chiedere a voi che cosa d'altro possiamo provare, giacchè siete sempre risoluta ad accordare la vostra mano solamente al vincitore di questa singolare tenzone.
— Ma credete, signor di Montcalm, di aver esaurite tutte le sfide?
— Mi pare che non ci rimanga più nulla da tentare.
— V'ingannate. Avete letto l'edizione di ieri del New-York Times?
— Non ne ho avuto il tempo. M'interesso poco dei giornali americani.
— Allora voi non avete udito ancora parlare della grande corsa intorno al mondo in automobile, organizzata dal New-York Times in unione al Matin di Parigi, quello che ha indetta la famosa corsa Pekino-Parigi guadagnata da uno sportmen italiano, il principe Borghese.
— Una corsa intorno al mondo!... — esclamarono ad una voce i quattro uomini.
— Sì, signori miei, un raid gigantesco al quale, si sa fin d'ora, prenderanno parte automobili italiani, francesi, americani e tedeschi. Si fanno già i nomi degli eroi che prenderanno parte alla gara.
Si tratta d'una corsa di trentaseimila chilometri, trentamila dei quali verranno coperti dalle vetture.
— Bisogna essere pazzi per tentare una simile prova! — esclamò mister Torpon.
— E perchè, mio gentlemen? Io ammiro già quegli uomini che si slanciano attraverso il mondo sulla sbuffante macchina, sfidando chissà quali pericoli!... Ah!... Se io fossi un uomo invece di essere una donna, mi farei subito iscrivere.
— Miss, — disse il canadese, mentre due servi negri entravano portando un superbo servizio di thè, con chicchere color del cielo dopo la pioggia e adorne di stravaganti caratteri cinesi; — che cosa vorreste dire con ciò?
— Che se io fossi al vostro posto, tenterei anch'io un raid da far stupire e commuovere il mondo intero, — rispose miss Ellen, cogli occhi scintillanti d'entusiasmo.
— Vorreste che ci iscrivessimo anche noi a quella grande corsa? — chiese il canadese.
— Oh!... Io tenterei qualche cosa di meglio.
Ormai quel raid è sfruttato, quantunque abbia ancora da cominciare.
— Che cosa fareste voi allora?
— Io!... Tenterei la conquista del Polo nord coll'automobile, per esempio!...
— Superba idea!... — esclamò mister Torpon, che da buon americano non vedeva alcuna difficoltà anche nelle più pazzesche imprese.
— Un po' troppo pericolosa forse, — disse invece il canadese.
— E perchè pericolosa, signor di Montcalm? Se i concorrenti della corsa organizzata dal New-York Times e dal Matin si propongono di attraversare la gelida Alaska, che come voi saprete non è altro che un immenso deserto di neve per non chiamarla addirittura un mostruoso ghiacciaio, per poi passare lo stretto di Behring gelato e quindi lanciarsi attraverso la non meno fredda Siberia, vuol dire che un'automobile può sfidare le nevi ed i ghiacci.
Vi pare, signor Torpon?
— Io dico ciò possibilissimo, — rispose l'americano, senza esitare.
— Aggiungerò anzi che si dice che se il raid intorno al mondo riuscirà, come si spera, l'anno venturo i due giornali lancieranno una sfida polare attraverso l'Artico.
Sfruttate prima voi quel grandioso progetto e vi coprirete senza dubbio di gloria.
— Se non morremo, — disse il canadese, con un sorriso sardonico.
— Il destino che finora vi ha perseguitati, vi proteggerà, — disse la giovane americana, sempre più entusiasmandosi. — Volete la mia mano? Ebbene, marciate verso il Polo.
L'avrà, ve lo giuro, chi si sarà spinto più innanzi.
Se credete, disputatevela. —
Nel chiosco regnò un silenzio piuttosto lungo. I due rivali si interrogavano collo sguardo, mentre la miss versava il thè.
— Che cosa dite dunque voi, signor di Montcalm? — chiese finalmente Torpon.
— Che se voi tenterete di raggiungere il Polo, io vi contrasterò, con tutte le mie forze, la mano di miss Perkins, — rispose il canadese con voce grave. — Accada quello che si vuole, io tenterò quest'ultima lotta. Tanto peggio per me se i ghiacci inghiottiranno me e la mia automobile, o se gli orsi bianchi faranno colazione colle mie carni.
— Così dovevano parlare i grandi eroi dell'antichità!... — esclamò miss Ellen. — Qua la vostra mano, miei valorosi, e poi lanciatevi alla conquista di quel cardine del mondo che è stato il sogno di tanti audaci navigatori ed anche di tanti sportmen.
Afferrate il volante e.... go ahead!...
— Ecco una donna meravigliosa!... — esclamò mister Torpon. — Nelle vostre vene avete il vero sangue americano, miss.
— Per mandarvi a tentare la pelle e farsi una clamorosa réclame, — borbottò fra sè il maestro di boxe canadese, aggrottando la fronte. — Preferisco le canadesi e quelle del nostro vecchio paese. Almeno sono più equilibrate.
— E così, signori, siete ben decisi? — disse la giovane, dopo che tutti ebbero vuotate le tazze.
— Per mio conto sì, — rispose il yankee. — Questa corsa verso il polo mi ha subito conquistato. O raggiungerò il punto ove s'incrociano tutti i meridiani del globo o morrò nell'impresa, col vostro nome sulle labbra, miss.

.... lanciatevi alla conquista di quel cardine del mondo che è stato il sogno di tanti audaci.... (Cap. V).
— E voi, signor di Montcalm?
— Vi ho detto già miss, che partirò ed al più presto possibile per disputare al signor Torpon la palma della vittoria.
— Ah, la vedremo, mio gentleman!... — gridò il yankee. — Io spero di piantare lassù, fra il regno degli orsi bianchi, la bandiera degli Stati dell'Unione, prima di voi.
— Non siete ancora giunto al Polo, mister.
— Ci andrò, ve l'assicuro.
— Non contate su nessun aiuto da parte mia. Ci considereremo come nemici implacabili.
— Se io v'incontrassi, poichè io non partirò in vostra compagnia, e dovessi trovarvi morente di fame, non pensate che io vi dia una sola crosta dei miei biscotti.
— Meglio così, mister. Almeno ora so che non dovrò calcolare che sulle mie sole forze, — ribattè il canadese.
— Nemmeno se vi vedessi fra le fauci d'un orso bianco, consumerò una cartuccia per voi. Ricordatevelo, signor di Montcalm.
— Va bene. —
Il canadese s'inchinò dinanzi alla giovane americana, la quale aveva assistito, impassibile, a quel battibecco, quasi come la cosa non le riguardasse, dicendole:
— Miss, ritorno a Montreal per prepararmi al grande viaggio, poichè conto di partire prestissimo per approfittare dei grandi freddi. Se cadrò durante l'impresa, qualche volta pensate a me. —
Ciò detto uscì bruscamente dal chiosco, seguìto dal suo partner, il quale masticava delle bestemmie.
················
Due giorni dopo su tutti i giornali di Montreal e di Quebec si leggeva, a grossi caratteri, nelle quarte pagine, il seguente annuncio:
«Si cercano due uomini per accompagnare un signore che intende recarsi al Polo in automobile. Uno dovrà essere uno chaffeur già provato in lunghi viaggi».
Rivolgersi al signor Gastone di Montcalm,
Gordon Street, 27
Montreal.
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